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55° Festival de Cannes



L'Adversaire

Regia: Nicole Garcia



L'amore e l'ossessione del fallimento sono i sentimenti che conducono al massacro. La bugia è lo strumento con cui preservare dal dolore coloro che amiamo, la falsità di un'esistenza artefatta il compromesso per sorreggere le speranze e le aspettative di chi conta su di noi. La morte è l'unica strada da percorrere se il pietoso castello di carte rovina e travolge le vite di chi alla sua ombra riposa. Questa la tesi sposata dalla regista francese Nicole Garcia, ispirata dal libro grave e disperato di Emmanuel Carrère che narra, a sua volta, la vicenda vera e tragica di Jean Claude Romand, condannato al carcere a vita nel 1996 per aver sterminato l'intera famiglia. I moventi dell'atto estremo sono indagati con sottile commozione per la vicenda umana di chi, profondamente disturbato, distorce la reale dimensione delle cose e capovolge la scala delle priorità che fanno della vita il primo valore da preservare. Il fatto dolorosissimo di cronaca, assurto agli onori di quella fama che solo gli eventi venati di una tragicità quasi surreale possono sfiorare, sembra travalicare la fantasia di qualsiasi prodotto di immaginazione filmica o teatrale: un uomo apparentemente sano tesse la trama di un'esistenza parallela e menzognera che scaturisce da un incidente del passato che ha il potere di corrompere tutti i tasselli successivi e vive sul precipizio per venti anni rischiando di essere scoperto ed odiato ad ogni minima disattenzione o errore.
Jean Claude Romand finge di essere un medico dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) quando, invece, non è neppure laureato e passa le sue giornate in auto, in un parcheggio autostradale, dove rare macchine condotte da gente senza volto talvolta trovano riposo. La piccola bugia di aver superato un esame diventa, inesorabilmente, quella più pesante di averne superati due, tre, dieci..., quella grandissima di avere ottenuto la laurea, quella incredibile di avere l'abilitazione e di esercitare la professione del medico. Jean Claude, incapace di ferire coloro che ha scelto di proteggere con l'abnegazione più malata, coloro in nome dei quali ha rinunciato alla sua stessa vita annullandosi nell'immagine che gli altri hanno costruito su di lui, quando si rende conto di essere arrivato alla resa finale, piuttosto che deludere ed umiliare, decide di uccidere tutti coloro che non sopporterebbero il tradimento e compie, per estremo amore, l'atto più abietto e contro natura che essere umano possa concepire: eliminare la propria famiglia, recidere il frutto del proprio seme ed estirpare le proprie radici di appartenenza.
Tutto, nella pellicola, sembra evocare la turba vissuta dallo psicotico: la musica, i colori, le espressioni del viso cupo ed insistentemente corrucciato del protagonista, il lampo di lucida determinazione nell'attimo del non ritorno. Sono i venti minuti di proiezione finale che danno il tempo della strage: non un'immagine di troppo a disgelare ciò che l'intuizione rende orribile, non il sangue, non l'indugio sul macabro per evocare ciò che deturpa la normalità di una famiglia che non c'è più e, forse, non c'è mai stata. Nicole Garcia, col gran gusto di una professionista che affronta, con questo difficile film, la sua quarta fatica, sceglie la misura e rende sopportabile lo sfogo di una follia che, altrimenti, avrebbe avuto solo l'effetto di far ritrarre lo sguardo.



The Pianist

Regia: Roman Polanski



Ci si sarebbe certamente aspettati di più dallo sfogo emotivo e personale di un regista come Polanski che decide di affrontare l'ennesima rivisitazione della tematica disperante del Ghetto, forte di un'esperienza individuale di sopravvivenza alle condizioni più abiette della segregazione nazista. Decisamente non è facile comprendere come occhi che hanno visto la realtà dei rastrellamenti, delle uccisioni senza giudici nè arbitri, della morte agognata come liberazione dalla tortura e dall'angoscia possano poi rifiutarsi di filtrare con il vissuto gli eventi che invece vengono isolati nella loro oggettiva crudezza e non indagati nè motivati come sarebbe stato entusiasmante fare. Il film, infatti, rimane piatto e senza ritmo, mirando all'asciuttezza raggiunge solo l'aridità e stenta a trovare un timbro nella narrazione congruo alla pesante concretezza della materia denunciata. Il ritmo procede a singhiozzo ed una certa irregolarità nella tensione produce effetto spiazzante e di distacco nello spettatore che assiste ma non partecipa, comprende ma non si commuove.
Lo script della pellicola è tratto dalle memorie del famoso pianista polacco Wladyslaw Szpilman, scritte immediatamente dopo la guerra e raccolte in una sorta di diario tanto genuino quanto sofferto e trasparente, privo di qualsiasi filtro e censura, scritto di getto sulla scia dell'emotività a stento trattenuta da chi, pur sopravvivendo, ha subito un danno irreparabile. Non altrettanto sincero e genuino è il film in concorso a Cannes che, con ogni probabilità, evaderà il bisogno di sfogo e confessione del regista che emargina in un confine invalicabile le sue memorie della sofferenza ma finisce, comunque, col soffocare una vocazione magari spontanea compromettendo la creatività con un povero spirito da fiction televisiva. L'orrore dell'olocausto è mostrato in tutte le sue manifestazioni di crescente furia xenofoba e la denuncia indugia su tutti quegli atti gratuiti di violenza e crudeltà che rendono la guerra carneficina. Unica lanterna nel tunnel del degrado è rappresentata dall'individuazione del principio della solidarietà e del valore della compassione anche tra le fila di chi, per obbedienza gerarchica, è tenuto ad agire senza potere di riutare nulla. La tragedia personale di Wladyslaw, pianista promettente al momento della presa di Varsavia, scampato per caso ai vagoni per Treblinka, sopravvissuto disperato in una città che non c'è, rimane emblematica di come lo stesso momento possa essere vissuto da persone nella medesima condizione con diverse fortune ed esiti contrastanti. Mentre gli ebrei del ghetto vengono deportati, infatti, Wladyslaw trova aiuto e sostegno proprio in un ufficiale nazista che lo cura e lo protegge per amore della finezza della sua musica, di quella musica che, sola, è capace di cancellare, anche per pochi istanti, l'orrore ingombrante della distruzione e sedare il ruggito della morte che incombe.
Un film sull'olocausto che non lascia il cuore di chi osserva spezzato in due di per sè è già un fallimento ma un film sull'olocausto che mantiene il distacco del documentario è spettacolo che la sensibilità dello spettatore non riesce a perdonare.



Irreversible

Regia: Gaspar Noe



Il film di Gaspar Noé, annunciato come l'evento del 55° Festival del Cinema di Cannes per la sua valenza dichiaratamente scioccante e provocatoria, è stato presentato ieri sera nella splendida sala Debussy del Palais du Cinema. Attesa con trepidazione più per la curiosità di verificare la sostanza di questo scandalo annunciato che per l'ansia di assistere alla performance artistica della Bellucci, la pellicola, al termine di 135 min. di proiezione pesanti come massi, è stata salutata da fischi e brusii di disapprovazione. Si erano dette molte cose sulla brutalità sfacciata ed orribile di certe scene come sulla durata inconsulta della rappresentazione dello stupro della protagonista, arrivando, persino, a paragonare questo dozzinale prodotto espressamente confezionato per la vendita all'ingrosso, con una pietra miliare del cinema della provocazione e della rottura come Arancia Meccanica. Nulla di più falso e fuorviante poteva essere concepito quale battage pubblicitario di questo tripudio di fumo senza corpo atteso che nulla di ciò che faceva la poesia dell'alienazione nella violenza di Kubrick è presente, anche solo in mens dei, in questa perversa operazione commerciale priva di qualsiasi rispetto per l'arte del cinema e la dignità del pubblico. Non orrore, dunque ma fastidio, non sconvolgimento ma nausea per una forma senza contenuto che pretende di imporre più che di rendere accettabile il trito messaggio secondo cui l'uomo è una bestia e la vendetta è l'istinto che lo dimostra. Due solamente le note tecniche degne di un commento: l'originale trovata di proiettare i titoli di coda all'inizio del film, partendo dagli ultimi e progredendo a ritroso oltre che invertendo le lettere delle parole; ed affrontare la narrazione in moduli separati tra di loro sempre procedendo dall'ultimo al primo, mostrando prima il trauma e poi la normalità, prima la distruzione e quindi il mondo che la stessa ha irrimediabilmente rovinato. Il resto è vergogna: insulsa la regia che per i primi venti minuti ci orripila con la scelta destabilizzante di roteare ad oltranza la telecamera in un ambiente chiuso e claustrofobico fiocamente illuminato, fuori luogo un attore bravo come Cassel, qui ridotto a caricatura di se stesso, e la stupenda Bellucci che si ostina a recitare quando potrebbe mietere ben più cospicui successi sulle passerelle, oltre che inesistente qualsiasi minima sceneggiatura. La scena dello stupro, già famosa prima della proiezione di ieri, mantiene le promesse quanto a brutalità ed indugio nell'umiliazione della donna ma non sconvolge troppo forse perchè la protagonista, bella come una dea, sembra poco più di una bambola inerme nelle mani del bruto e non consente la temuta immedesimazione nell'orrore esibito. Da dimenticare.



The Man Without A Past

Regia: Aki Kaurismaki



Kaurismaki supera l'ansia del bianco e nero e confeziona un film piccolo e delizioso, leggero e godibilissimo, sincero ed asciutto. The Man Without A Past è la celebrazione di un mondo in via di estinzione, dell'abitudine come sicurezza, della tradizione come valore, della dignità come stato idilliaco di affinità tra persone, cose ed eventi. La povertà ai limiti della sussistenza diventa, allora, gioia di vincere, giorno dopo giorno, la sfida con se stessi e con la natura, una terra arida e battuta dal vento si trasforma nel luogo della felicità, un amore maturo dona il guizzo innocente dell'adolescenza. Il piccolo Paese del Nord della Finlandia in cui è ambientata la storia è l'Eden meravigliosamente imperfetto in cui un uomo senza memoria nè passato ritrova la fiducia in se stesso ed il vigore per superare i limiti che al vivere vengono posti da burocratizzazione, certificati e catalogazione come surrogato dell'esistenza. L'orgoglio di essere qualcuno al di là di un nome, di poter vivere una seconda chance con l'entusiasmo di un bambino, di sapere interagire con gli altri assecondando la propria personalità oltre la memoria e l'imposizione sono le perle della giocosità che fa la forza di un racconto onesto e sereno che parla di povertà lasciando il sorriso sulle labbra, che affronta il tema delle scelte senza retorica o ridondanza, che supera il confine tra giusto e sbagliato abbattendo il limitante discrimine dell'interpretazione monocroma delle cose. La vita è un'occasione, un incrocio in cui non è indifferente girare a destra o a sinistra, ma anche un'ipotesi di benevolenza del destino in cui la speranza mai si perde dietro la disillusione se, ad ogni istante, si può essere graziati ed imbattersi nella combinazione giusta. Il benessere dello spirito e del corpo è, finalmente, dissociato da quello economico se davvero possiamo ancora essere convinti che un uomo con una bella casa ed una moglie graziosa possa scegliere di preferire una dignitosa povertà, un container per rifugio e l'amore di una zitella sfiorita. Il valore della gentilezza come principio minimo della convivenza civile, il dogma della serenità come parametro cui informare l'esistenza rappresentano il piacere delle cose semplici e sono concepiti come ricetta per non impazzire in un mondo che gira sempre troppo veloce e da cui è difficile scendere senza spezzarsi il collo. Kaurismaki ci appassiona perchè ama la sua storia... è evidente dalla delicatezza con cui la presenta e la difende, con cui si diletta ad impreziosirla con i colori vivaci della memoria e dell'affetto, con cui si diverte a rappresentarla con l'asciuttezza di un maestro che nulla di superfluo offre se non l'essenza nuda del messaggio.



Spider

Regia: David Cronenberg



David Cronenberg esordisce, durante la presentazione in conferenza stampa del suo ultimo film, salutando Spider come “l’anti-uomo ragno” e difendendo il Festival che, al di là del gossip, mette a disposizione anche del prodotto di qualità una cassa di risonanza magnifica capace di comunicare ed amplificare qualunque messaggio venga dalla stessa recepito. In effetti la pellicola in concorso del regista della trasgrassione e dell’incubo, di colui che ha reso immagine l’esperimento puro, è certamente sui generis e di non facile approccio, uno scandagliare i moventi della follia che rinuncia all’analisi medica del fenomeno patologico per indagare i mostri che una mente compromessa riesce a creare in carne, sangue e magma ed ha bisogno, perciò, di essere affrontata da un pubblico consapevole che sia preparato ad assistere a qualcosa di completamente diverso non solo dalle pellicole che negli ultimi anni sono state dedicate all’argomento ma anche alla produzione precedente dello stesso Cronenberg che, stavolta, ha fatto affiorare dal suo inconscio prolifico e geniale ben altri incubi rispetto a quelli del suo passato. La storia di Spider, il povero schizzofrenico che si ritrova invischiato nelle paludi mai bonificate di un passato di trauma e dolore proprio nel momento in cui il ricovero in una casa di cura dovrebbe avviare il percorso del recupero, non è mostrata o analizzata da Cronenberg, ma quasi sognata dallo spettatore che si ritrova ad assistere ad eventi della fanciullezza del protagonista così come allo svolgersi della tragedia senza sapere come gli sia dato di essere presente in quella data stanza, in quel dato momento, senza riuscire a poggiare a terra i piedi, perso dietro la sensazione del folle volo dietro l’allucinazione, barcollante nella certezza di non sapere attraverso quale punto di vista, personale, oggettivo o artefatto, stia filtrando la rappresentazione della realtà. L’East End londinese, gli odori forti di umidità e cucinato, il Gazometro imponente ed evocativo, pizzicano le corde fino ad allora immote della memoria sepolta di Spider aprendo ferite mai rimarginate e stirando allo spasmo i nervi sfilacciati di un uomo che non ha mai recuperato la sanità perchè non ha mai riconosciuto la radice del proprio male. La durezza non è la miglior cura per Spider che, costretto all’isolamento dal rigore della Direttrice della casa di cura, comincia a tessere un mondo senza tempo, filato dei frammenti del passato e delle immagini del presente che, però, lo sprofonda in uno stato di disperazione tale da perdere qualsiasi controllo sulla realtà e le proprie azioni.
Su tutto incombe l’ombra del Gazometro che ingoia strade e palazzi oltre che la ragione di Spider che lo indaga ossessivamente, individuando nel reticolo d’acciaio che lo sostiene la medesima trama delle sbarre che lo ingabbiano, lasciandosi rapire dalla venefica essenza inodore del gas in esso contenuto senza comprendere il perchè della fascinazione frammista di orrore che detta eterea sostanza ha su di lui. Il trauma da superare è scomposto ed aguzzo come un vetro rotto, gli impulsi che da questo scaturiscono sono dolorosi ed urticanti, la spossatezza che ne consegue insostenibile. Immagini sgranate conducono ad un’infanzia di sofferenza ed incomprensione in cui la vertigine dell’assenza ha assecondato la crescita forastica di un bambino troppo debole per leccarsi le ferite ma abbastanza rancoroso da alimentare, per autodifesa, la pericolosa soluzione dell’alienazione. La convinzione che il padre brutale (un Gabriel Byrne affaticato in un ruolo difficilissimo e lontano dalle sue corde) abbia ucciso volontariamente la moglie (un’eccellente Miranda Richardson capace di brillare di talento ed espressività con la sua rappresentazione di due personaggi tanto diversi quanto complementari) per legalizzare la sua relazione con la prostituta Yvonne, interpretata dalla stessa Richardson, nutre la sua rabbia furente. Nessuno assiste all’omicidio tranne lo spettatore e già questo potrebbe suggerire la cifra su cui viene calibrato il racconto che è la stessa per la quale i lineamenti di Yvonne si trasformano in quelli della madre di Spider. La verità, emarginata più dal caso che da un percorso catartico che lasci margini per un epilogo di speranza, è più incredibile della folle ricostruzione di Spider e sarà, forse, il primo passo per evadere quei degradanti complessi che hanno prodotto il degenerare della colpa in rifiuto ed arginare la galoppante progressione della malattia o, forse, solo un altro gradino, l’ennesimo, verso la discesa inesorabile nel baratro.
Il libro da cui è tratto il film, una novella di Patrick McGrath pubblicata nel 1990, difficilmente poteva essere resa sullo schermo per l’opprimente preponderanza dell’incubo sulla realtà e per la volontà di non indagare il fenomeno patologico dal punto di vista medico ma dall’ottica privilegiata di una mente disturbata che cerca di penetrare il velo che la separa dalla realtà. Le emozioni comunicate sono cupe ed assorbenti, fortissime e persistenti nell’immaginario dello spettatore che ritiene, oltre al senso di soffocamento e claustrofobia che ambienti e colori comunicano, il grande coinvolgimento emotivo dato dalla profondità della storia e dalla stupenda arte di tradurla in immagini ed evocazioni degne di essere ricordate a lungo nel cuore e nella memoria.



Sweet Sixteen

Regia: Ken Loach



Liam è un ragazzo infelice che vive nella realtà del degrado urbano, alimentato dalla speranza di poter cambiare le cose, di poter costruire, con le sue proprie mani, la serenità di una famiglia che lo sostenga dandogli l’energia di affrontare senza compromessi le difficoltà del mondo esterno. La madre del ragazzo, Jean, è in prigione per droga ma sarà rilasciata proprio in coincidenza col sedicesimo compleanno del figlio. Liam, pronto a tutto pur di far funzionare i suoi piani, non può non leggere un benevolo presagio in questa fortunata coincidenza e, perciò, si adopera al di là di ogni ragionevole motivazione, oltre ogni più allucinante limite, perchè tutto vada davvero bene. Liam, dunque, non conoscendo altra realtà oltre quella della povertà e del compromesso, deruba l’irabondo e violento compagno di Jean, che fa lo spacciatore, e, servendosi di una serie di contatti che grazie a questo fulmineo avvio di carriera intesse giorno dopo giorno, entra nelle grazie di un boss della malavita che vede in lui un pronto talento da plasmare ed un valido ed entusiastico aiuto su cui contare. L’ascesa di Liam è rapida anche se non priva di violenza ed abiezione ma quello che conta, per il ragazzo, è preparare, per il ritorno della madre, un’accoglienza degna di una regina... Dare felicità a quella donna supericiale e lontana è la chiave per comprendere la fatica di Liam e la sua ferrea volontà di far soldi per comprare, visto che non può averlo gratis, quell’affetto di cui ha disperato bisogno. Il successo di Liam è costellato di dolore e rinunce, della perdita di un amico fraterno che, nella sua ansia di accompagnarlo anche nell’avventura della malavita rischia anzitempo una fine violenta, e della rovina del rapporto con una sorella maggiore tanto protettiva quanto invadente e morbosa nel suo amore soffocante per il fratello e l’odio distruttivo verso la madre. A nulla valgono gli avvertimenti di chi cerca di proteggerlo da se stesso: Liam è finalmente in grado di offrire a Jean la sicurezza economica ed il valore simbolico di una rispettabilità comprata come merce di scambio.
Troppi segnali ci hanno avvertito, però, che le cose non avranno lo sviluppo atteso ed agognato dal giovane protagonista e quello che vorremmo fare più di qualsiasi altra cosa è avvertirlo del pericolo, schierarci con lui: Jean tornerà a casa ma, anima selvatica e madre per volontà del caso, non rimarrà più di un giorno nella trappola d’oro che il figlio ha preparato per lei. Ma stavolta Liam decide di non subire passivamente: troppo forte il dolore, troppo grande la delusione... pazzo di rabbia e gelosia si getta come furia alla ricerca della madre andandola a recuperare a casa di quel piccolo spacciatore che lui odia con cieco furore e che lei insegue disperatamente. La lite che scaturisce dall’incontro si conclude in tragedia: Liam uccide l’avversario con una coltellata e si lascia definitivamente alle spalle la speranza di quella vita di normalità così fortemente voluta per sprofondare in un irreversibile stato di colpevolezza che è impossibile redimere. Pur eliminato l’ostacolo fisico alla realizzazione della famiglia dei suoi sogni, infatti, Liam non può non aprire gli occhi come da un sogno a suo modo innocente e risvegliarsi dinanzi alla distesa infinita del mare che sembra chiamarlo con invitanti sussurri per sedare e lenire ferite troppo profonde per i suoi sedici anni...
Si tratta di un film bellissimo e commovente che calibra con incredibile misura le emozioni con l’asciuttezza della narrazione. Loach è conscio di avere qualcosa da raccontare e di essere in possesso degli strumenti più adatti a farlo, godendo di un’ispirazione onesta e sincera che non si piega mai alla tentazione di appesantire o articolare laddove basta pennellare con nettezza per graffiare con profondità.

© 2002 reVision, Elisa Schianchi



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