La Foresta dei Pugnali Volanti

This entry was posted in Uncategorized on by .
Il cinema di Zhang Yimou ha ormai una prospettiva planetaria da blockbuster. Sotto l’egida occidentale il cineasta cinese è fagocitato dalle forme più ibride della contemporaneità. Yimou ha abbandonato le espressioni neoneorealiste, artificiali rispetto all’educazione visiva delle masse contemporanee (ed anche finite le mode occidentali festivaliere nei confronti di cinematografie “semplici”, sulla falsariga iraniana). Di questa precedente tendenza facevano parte Non Uno di Meno (peraltro vincitore del Leone d’Oro a Venezia) e l’ideologico La Strada Verso Casa. Le immagini più recenti del cinema di Yimou sono un guazzabuglio di tradizione e postmodernità (ancorché la definizione possa considerarsi inesatta: il cinema postmoderno ha spesso molti livelli di ancoraggio al passato). Le opere di Yimou sono lungometraggi ma contengono scene “chiuse”, un’atmosfera da videoclip; qualcuno ha individuato un parallelo d’obbligo con Bollywood. Non si può d’altra parte dimenticare che Yimou sperimentava qualche anno fa con Keep Cool (1997) uno sguardo affatto nuovo con una mdp a mano che faceva collassare le distinzioni tra Oriente e Occidente, prima della definitiva sintesi d’immaginari. Sembianze che fanno parte di una videosfera omologante per i messaggi diffusi, come nel caso di Hero, machiavellico apologo sull’eroismo. Non si vede una grande differenza di architetture visive musicali, tra Chris Cunningham, Michel Gondry e Zhang Yimou. La Foresta dei Pugnali Volanti contiene sequenze eccitanti come un videoclip, ma non ci dilungheremo sull’inutile questione della specificità del cinema. Gondry ha basato sulla molteplicità narrativa la differenza tra i due “prodotti”, sui significati spesso ambigui dei suoi personaggi, figure mutanti più per le bizzarre avventure del pensiero che per un movimento vero e proprio del racconto (Human Nature e Se Mi Lasci Ti Cancello in fondo descrivono entrambi l’impasse e la fallacia di una posizione rigida dell’essere umano). Ovvio che la narrazione nei lungometraggi ha comunque bisogno di un sostegno drammaturgico convincente, insomma di caratterizzazioni più penetranti rispetto alla semplice atmosfera fluttuante del clip. Per questo Yimou non rinuncia a tessere le fila di un melodramma (il titolo inglese utilizzato in Giappone è, non casualmente, Lovers), laddove la storia è superata dall’obbiettivo di costruire i vari virtuosismi, gli effetti speciali di ogni scena con l’ausilio non solo di una mdp molto mobile, ma degli strumenti a hoc di postproduzione. Yimou lavora tantissimo sulle forme cinematografiche ma il film tende, per dirla come Derek Elley di Variety, a non coinvolgere lo spettatore sul piano emotivo. In ogni caso è indubbia la consistenza dell’immagine, che rivela una valenza pluridisciplinare: musica, architettura, ma anche pittura.
Yimou utilizza la smaterializzazione digitale per curvare a piacimento la scena. Nella lunga sequenza del balletto, con i fagioli svolazzanti che sfidano il senso acustico della non vedente, c’è un richiamo esplicito alla sensorialità. La scena rivela apertamente l’incerto statuto fisico dei corpi. Le leggi della fisica sono completamente sovvertite alla ricerca di una spettacolarità inedita che coinvolga ogni tipo di oggetto. Tutti i movimenti leggiadri, le fulminee levitazioni, i voli temerari sono funzionali ad un’estetica che ha il compito di stupire l’occhio. La differenza con i vecchi numeri musicali di Astaire e Rogers consiste nell’abbandono definitivo del corpo tradizionale, il quale non è più protagonista di una performance “reale”, ma funge soltanto come intermediazione tra la macchina che produce l’immagine e lo spettatore che la riceve. Il corpo dell’attore, in effetti, non è il solo oggetto residuale, perché la messa in scena cattura ogni elemento per trasformarlo in un potenziale strumento di spettacolo. Vedasi innanzitutto i pugnali volanti dello stesso titolo, ai quali si attribuisce una sorta di anima, dal momento che viaggiano apparentemente autonomi, spinti dalla forza invisibile di chi li ha lanciati. Così tutti gli elementi naturali capaci di trasformarsi a hoc secondo i vari capricci della messa in scena, come i bambù ricurvi della foresta o il paesaggio finale in continua mutazione “climatica”, laddove si
veste totalmente di bianco per un’ulteriore suggestione visiva.