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A.I.

Fuori concorso

Regia: Steven Spielberg



Qualche giorno fa è apparso sul Corriere della Sera un articolo che riportava un monito lanciato dal famoso scienziato Hawking. Nell’articolo lo scienziato metteva in guardia gli esseri umani dalla possibilità di un futuro dominato dalle macchine. “Ogni mese il computer si migliora del 100% e raddoppia le sue facoltà. L'uomo invece si sviluppa più lentamente. Se non ricorrerà all’ingegneria genetica verrà sorpassato. L’intelligenza informatica sarà in grado di conquistare il mondo” sono le parole pronunciate dallo scienziato.
L’intelligenza artificiale di Spielberg non è ancora capace di tanto. E’ una macchina costruita per pensare, agire e addirittura provare sentimenti in maniera autonoma. Un robot dalle sembianze di fanciullo creato per alleviare il dolore e la solitudine di due genitori, anzitempo privati della presenza del loro figlio naturale, che si trova in uno stato di coma. Sarà in grado l’uomo di ricambiare l’affetto artificiale del piccolo robot? Quanto può essere considerato artificiale ed artificioso un essere in grado di provare sentimenti sinceri sebbene programmati a tavolino dai suoi creatori? Sono queste le domande che scaturiscono spontanee dalla visione dei primi trenta minuti di A.i. Un argomento molto interessante, domande riguardanti il senso stesso dell’esistenza reale o artificiale che sia. D’altro canto all’interno del mondo supertecnologico in cui viviamo, il confine tra reale e artificiale, vero o falso, verità o finzione, è ormai indecifrabile da diverso tempo. Peccato che, dopo aver stuzzicato la platea durante i primi minuti di proiezione, il film si perda seguendo in pratica la sorte del suo piccolo protagonista, abbandonato in una selva oscura dai genitori adottivi dopo l’improvvisa resurrezione del figlio naturale. E’ in questa seconda parte e nella parte conclusiva che Spielberg riesce a dare completo sfogo al suo indubbio talento visionario.

Città luna park, una Manhattan semi sommersa dall’oceano, una strana città dei balocchi dove i robot vengono torturati e fatti a pezzi per la gioia del pubblico pagante, sono luoghi capaci di appagare l’occhio e di lasciare perennemente in sospeso il filo del racconto. Luoghi e momenti del racconto quasi completamente slegati tra loro. Così come risulta completamente alieno il salto temporale di duemila anni che il film compie verso la fine, proiettando David in un mondo futuro abitato da creature aliene che ricordano molto da vicino nella loro morfologia gli extraterrestri di Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo. Difficile da seguire in quest’ultima parte quasi filosofica giocata in continua alternanza tra sogno e realtà, il film manifesta apertamente una trama talmente labile, spezzettata, confusa, che necessita di continui riferimenti, anche forzati, al Pinocchio di Carlo Collodi per cercare qua e là una qualsivoglia coerenza narrativa interna alla pellicola. In questo caso il compito della fata turchina è cercare di trasformare David da bambino meccanico a fanciullo reale, in carne ed ossa. L’ossessiva ricerca di David diviene anche l’estenuate ricerca del film. Da semplice favola futuristica, invasa da luci ed effetti digitali, in vero e proprio film. Da luna park scintillante in piccola stanza da appartamento. Un film con argomento “adulto”, il rapporto tra l’umanità e l’intelligenza artificiale, racchiuso e costretto in uno stile bambino, da cartone animato. Sembra quasi che il bambino adulto Spielberg, dopo la parentesi di Schindler’s List, sia nuovamente tornato a volersi divertire con animali preistorici ed affini.

© 2001 reVision, Fabrizio Pirovano



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