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66. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica




Che il Lido quest’anno sia un cantiere non è una metafora: fervono i lavori per il nuovo palazzo del cinema, e questo ha finito per condizionare le intense giornate veneziane della Mostra arrivata alla sua 66° edizione. E’ stato innalzato il “Movie Village”, il Casinò ha un’altra entrata d’accesso e il casellario ha cambiato postazione, mentre la nuova Sala Perla 2 è quasi identica alla numero 1 tranne che per la disposizione delle poltrone. Spettatori spesso disorientati, incalzati dal personale (fin troppo) rigoroso, qualche ritardo sull’orario delle proiezioni, specialmente durante il week-end. La lotta col tempo, ad inseguire gli appuntamenti della folta programmazione, trova conforto nel break concesso per i pranzi e le cene al nuovo ed elegante ristorante inaugurato dentro il Casinò, predisposto all’aperto e ai prezzi modici (i film, si sa, aprono la testa ma anche lo stomaco). In nome della ragione e del sentimento, si sopportano le code e la ressa: persino le lunghe attese vanno utilizzate per elaborare suggestioni e riflessioni sulle pellicole dentro e fuori il concorso. Del resto, è questa l’atmosfera che si respira in un festival che si rispetti, l’eccesso di affluenza è segno d’affezione e di continuità, e ci si consola pensando al nuovo palazzo del cinema che verrà, garantendo afflussi più controllati e meno soffocanti. Anche quest’anno, dunque, la Mostra è andata in porto dopo i dieci interminabili giorni di rito, dispensando premi non sempre condivisi mercé la giuria presieduta dal prestigioso Ang Lee. Per noi c’è un solo modo per ripercorrere questi giorni festivalieri: comporre un ideale, soggettivo e non esaustivo percorso di visioni.

Desert Flower (Giornate degli Autori)
2h 09’ - Regia: Sherry Hormann

Che un solo giorno possa cambiare l’intera esistenza di una donna è un fatto di cui è ben consapevole la fotomodella somala Waris Dirie (magnificamente interpretata dalla modella – attrice etiope Liya Kebede) che in Desert Flower si confessa alla presenza di una giornalista apparentemente cinica. E’ il pretesto per un appuntito flashback che s’inoltra nella dolorosa infanzia della protagonista (predisponendone altri a ricostruire i suoi anni in Somalia) innanzitutto attraverso una sconvolgente sequenza nel deserto, impressionisticamente tesa a restituire l’emozione lacerante della scena primaria: una bambina piange a dirotto tenuta dalla madre mentre una donna anziana pratica una rituale mutilazione dei suoi genitali. Il sangue e la rabbia: i colori del dolore. La metafora lancinante del “Fiore del deserto” è anche il titolo dell’autobiografia di questa donna coraggiosa che ha attraversato le dune fino ad approdare a Londra. La storia è vera: nata in un villaggio della Somalia da una famiglia di nomadi composta da dodici figli, Waris ha subìto all’età di tre anni l’arcaica pratica dell’infibulazione per finire poi venduta dal padre a tredici anni ad un uomo di sessanta. Da qui la fuga, prima a Mogadiscio dalla protettiva nonna e, successivamente a Londra, dove la ragazza ha lavorato prima come domestica all’ambasciata somala, per ritrovarsi poi, smarrita, a sbarcare il lunario come cameriera in un fastfood. Lì è stata notata dal fotografo Terry Donaldson (interpretato sullo schermo da Timothy Spall) che le ha aperto le porte nel mondo della moda. Divenuta una delle sensuali icone del calendario Pirelli, Waris ha trovato il coraggio (prima fra tutte) di raccontare pubblicamente il dramma dell’infibulazione, trasformandosi poi in un’efficiente ambasciatrice dell’ONU. Toccante e, a tratti, sconvolgente, questo agrodolce melange di commedia e dramma è stato diretto con estremo pudore e partecipazione dalla tedesca Sherry Hormann, supportato dall’avvolgente colonna sonora composta da Martin Todsharow e dalla calda fotografia di Ken Kelsch. Nel ruolo di Marilyn, impiegata di un grande magazzino che sogna di diventare danzatrice, rispecchiandosi nel dolore di Waris fino a diventarne amica, troviamo la strepitosa Sally Hawkins, già diretta da Mike Leigh nello splendido La Felicità Porta Fortuna. Storia di speranza e di riscatto, questa imperdibile parabola femminile rimane impressa nella memoria come un’esperienza reale, esposta alle odierne contraddizioni che ancora dividono l’oriente e l’occidente del mondo.

Ehky ya Schahrazad (Scheherazade, Tell Me a Story) (Fuori concorso)
2h 16’ - Regia: Yousry Nasrallah

Un altro film sulla difficoltà di essere donna, ambientata nell’aspro scenario di un mondo per noi “altro”: il Cairo, oggi. Il regista Yousry Nasrallah, già collaboratore del compianto Youssef Chahine in Adieu Bonaparte, con quest’ultimo, Scheherazade, Tell Me a Story schizza con composto vigore un mélo sfavillante (come certi polpettoni egiziani degli anni ’50) traendo ispirazione dalle atmosfere evocate dai racconti della persiana Scheherazade in “Le Mille e una notte”, il tutto incastonato nel je accuse agitato dalla sceneggiatura firmata da Waheed Hamed (noto autore di copioni per serie tv) che esplora le perversioni della società egiziana attuale nel gestire il connubio tra pubblico e privato, usando come fulcro la figura della giornalista televisiva Hebba (interpretata dalla lussureggiante Mona Zaki, una sorta di Ashley Judd araba), presentatrice di un talk-show in una tv privata. Hebba ha un divorzio alle spalle e si è risposata con Karim (Hassan El Raddad), ambizioso vice caporedattore di un quotidiano finanziato con i soldi dello Stato, pronto a conquistare la carica di direttore fino al punto di chiedere alla consorte di alleggerire il tono polemico del suo talkshow, i suoi interventi politici prontamente sostituiti dalla donna a favore di temi legati alla condizione femminile. Assistiamo così alle vicende di tre sorelle che si contendono lo stesso uomo fino a quando la maggiore lo uccide scontando poi quindici anni di prigione: la vediamo in studio, dopo la condanna, intenta a narrare lucidamente l’efferato delitto senza mostrare alcun pentimento. Altra vicenda è quella di una elegante dentista circuita da un cinico cacciatore di dote, occasione per denunciare costumi retrivi e morale vacillante in un contesto sociale ancora non emancipato. E così l’elemento politico rimosso torna a far parte del programma di Hebba. Sarà lei stessa a mettersi di fronte all’obiettivo quando subisce violenza dal suo uomo. Una toccante metafora che affronta temi scottanti come l’inganno, la repressione sessuale, l’abuso e la violenza in Medio Oriente con una struttura che ricorre al flashback, utilizzato sapientemente dal regista, per raccontarci la condizione umiliata, ancora oggi, di chi offre e vuole ricevere amore.

Zanan Bedoone Mardan (Women Without Men) (Concorso)
1h 40’ - Regia: Shirin Neshat

Un premio da condividere tra quelli assegnati dalla giuria, è il Leone d’Argento per la migliore regia all’artista iraniana Shirin Neshat per il suo debutto nel lungometraggio con Women Without Men. Shirin, oltre ad essere bello, è un nome che profuma di Storia (s’intitolava così il mistico film di Kiarostami presentato a Venezia l’anno scorso ispirato da un poema persiano del XII secolo che racconta le emozioni delle spettatrici nel buio di una sala), adeguato a questa dolcissima artista che, con le sue fotografie e con le sue video–installazioni, ha delineato con intensità e partecipazione dei ritratti di donne musulmane enucleando l’aspetto sociale e religioso della loro condizione. Come nell’omonimo romanzo della scrittrice Shahrnush Parsipur, le “donne senza uomini” della vicenda sono quattro, calate in un contesto storico importante, il 16 agosto del 1953, quando l’Iran è stato al centro di un catastrofico colpo di stato organizzato dagli americani (c’era di mezzo la CIA). L’azione, sostenuta dagli inglesi, fece abdicare il Primo Ministro Mohammad Mossadegh a favore dello Scià che ritornò così prepotentemente al Potere. La costituzione della dittatura provocò la formazione di gruppi studenteschi di opposizione la cui azione diede forma e forza a quella che diventò in seguito la Rivoluzione Islamica del 1979. Un periodo storico poco raccontato sullo schermo, qui rievocato con un raffinato gusto per l’immagine, caratteristica dello stile della Neshat. Una toccante vicenda dalla struttura circolare sotto il segno di un realismo magico che emoziona grazie anche alla partitura sinuosa di Ryuichi Sakamoto, tesa ed avvolgente come il mantello nero fa con le donne iraniane protagoniste di questa pellicola dolente e necessaria. La sequenza d’apertura ci mostra il salto nel vuoto di una donna, un’immagine che ricorre durante il film, un gesto di ribellione e di morte che apre uno squarcio doloroso proiettandoci nel vortice della Storia. Mentre le quattro donne convergono in un giardino di campagna, simbolo d’indipendenza e di conforto, le strade e la piazza di Teheran si riempiono di lotte politiche fatte di tumulti, dolore e morte. La regia della Neshat è ammaliante ed evocativa, lo chador nero che avvolge i corpi delle donne è una vera e propria scenografia danzante, emblema dell’intera cifra visuale del film immerso in un ritmo ieratico. Un bell’esordio che non si dimentica facilmente.

Lola (Concorso)
1h 50’ - Regia: Brillante Mendoza

Il secondo film–sorpresa in concorso (dopo My Son, My Son, What Have Ye Done? di Werner Herzog) è stato Lola, firmato dal regista filippino Brillante Mendoza che proprio nell’ultima edizione di Cannes ha presentato Kinatay. Per raccontare l’intima e sofferente vicenda di due donne anziane, Mendoza utilizza un taglio documentaristico con un effetto di verità che rimanda ai modi del cinema neorealista. L’accurato lavoro di recupero del suono naturale, il suo avvertito impasto con le immagini conferisce al film il valore di una vera e propria esperienza sensoriale. La radicale scelta di Mendoza è quella di puntare su un rigore formale, attraverso l’uso del piano sequenza pronto a sfidare le leggi del tempo e dello spazio (e quelle del cinema) addentrandosi nel suggestivo scenario di Manila, Malabon e delle isole Luzon, filmando le piogge fluviali e l’esodo delle famiglie in fuga sulle imbarcazioni con una forza epica straordinaria. Il fulcro della vicenda è un crimine: un ladro di cellulari ha ucciso il nipote di Lola Sepa e l’anziana donna vorrebbe trovare i soldi per pagargli il funerale aggirandosi in barca con il nipotino di otto anni. Il nipote di Lola Puring è l’aggressore che ha commesso l’omicidio finendo in prigione. L’interesse della donna è quello di racimolare del denaro per pagargli la cauzione. Il destino delle nonne a questo punto s’incrocia, inscritto da Mendoza in un paesaggio devastato dalla furia della Natura: il suo è uno sguardo lucido e implacabile, pronto a cogliere i dettagli espressivi di gesti quotidiani, pronti ad evocare emozioni. Le panoramiche spesso nervose non trascurano alcun particolare: niente è fuori campo in questo esempio di cinema purissimo.

Francesca (Orizzonti)
1h 38’ - Regia: Bobby Paunescu

“Non hai sentito quella puttana della Mussolini che vuole morti tutti i rumeni (pausa) o quell’altro stronzo, il grande sindaco di Verona, che ha dichiarato libera la città dai rumeni”: così esplicitamente, un padre (l’attore Teodor Corban) si rivolge alla figlia trentenne Francesca (la magnifica attrice Monica Bîrladeanu) nel bel film di Bobby Paunescu, al centro di un’accesa polemica nei giorni di presentazione al Lido per la suddetta battuta. Le polemiche, si sa, possono offuscare il giudizio, rendendolo meno sereno e conferendo un valore fuorviante al film. In verità, Francesca ci è piaciuto come esemplare della nuova cinematografia romena che sforna sempre più delle opere impreziosite da efficaci sceneggiature e sostenute da un rigore visivo che sa mettere in gioco la bravura degli attori. Per il nome del personaggio, il regista Paunescu si è ispirato alla figura religiosa di Francesca Cabrini, una suora nata nel 1850 a Sant’Angelo Lodigiano che in vita ha girato l’America fondando orfanotrofi, scuole e ospedali. Considerata la patrona degli immigrati, è stata fatta santa da Papa Pio XII, grazie al suo impegno radicale per l’integrazione. Di conseguenza, la Francesca del film è una giovane maestra in un asilo di Bucarest che sogna l’Italia avversata dal padre. Attraverso un funzionario dell’Ufficio per l’Immigrazione, per una somma di 2000 euro, Francesca il lavoro se lo “compra” e sembra così destinata a raggiungere la località di Sant’Angelo Lodigiano dove dovrebbe trovare occupazione presso una persona anziana per 900 euro al mese. Dal canto suo, il fidanzato della ragazza, Mita (Dorian Boguta), è attratto dal facile guadagno al punto da mettersi nei guai. Il contesto della vicenda è la società rumena in crisi d’identità, impegnata a recuperare una dimensione cancellata dal cupo passato, soggiogata da un presente incerto. Per la bella Francesca il sogno di emancipazione e indipendenza è destinato a rimanere tale. Con una tensione narrativa esponenziale ed uno sguardo analitico attento a catturare le micro–espressioni degli attori, così come i rumori della quotidianità sempre cangianti, attraverso una scrittura dei dialoghi pungente e serrata, Francesca è un film assolutamente da vedere al di là del suo contenuto polemico, grazie all’intensità controllata della sua drammaturgia, sufficientemente straniata da regalarci pagine di cinema significativo nel raccontarci il lato oscuro dell’omologata società contemporanea.

Lourdes (Concorso)
1h 39’ - Regia: Jessica Hausner

Si parla di anima e di corpo. Della forza spirituale della fede e del potere del miracolo. Un corpo malato è una vera e propria gabbia. La sola ancora di salvezza sembra essere riposta nella fede, l’occasione per avvicinarsi a Dio con la preghiera. In quante occasioni tale impulso è sincero e non autoreferenziale, qual è lo spazio concesso dal colloquio metafisico tale da poter credere nei miracoli? Lourdes più che un luogo è un simbolo di speranza. In questo scenario, la trentasettenne regista austriaca Jessica Hausner ha ambientato, dopo un’accurata ricerca, una delle pellicole più belle e più originali in concorso a Venezia. Lourdes racconta la vicenda di Christine (un’impressionante interpretazione di Sylvie Testud che meritava la Coppa Volpi dalla disattenta giuria), colpita dalla sclerosi multipla che la tiene inchiodata sulla sedia a rotelle. La fragile giovane si trova in pellegrinaggio tra i Pirenei nel tentativo di uscire dall’isolamento della sua prigione fisica e interiore. L’Ordine di cui parla il film è quello dei Cavalieri di Malta, spunto di una vicenda che esplora la condizione della solitudine forzata, raccontandoci l’aspirazione al miracolo come ricerca effimera di felicità (la stessa “felicità” evocata dall’ingenua canzone che fu di Al Bano e Romina in chiusura). Un cinema labirintico ed analitico, quello della Hausner, che sa esplorare con sguardo critico e oggettivo il rituale del pellegrinaggio. La geometria delle inquadrature si coniuga splendidamente a quella del decòr (i tavoli perfettamente allineati della sala da pranzo, le sedie a rotelle in fila solenne) enucleando una struggente e tagliente visione poetica che fa emergere pienamente il singolare talento della cineasta. Vediamo Christine di fronte allo specchio del bagno mentre si pettina i lunghi capelli: in questo riflettente gesto quotidiano c’è il miracolo “normale”, fenomenologico del cinema, che indaga le profondità umane attraverso la superficie della rappresentazione. Questo film sembra essere toccato dalla grazia di un’immanenza materica, attraverso la sua impaginazione essenziale e il minimalistico rigore, caratteristica di un’autrice che si rivela una delle personalità più limpide dell’attuale panorama cinematografico.

Lo Spazio Bianco (Concorso)
1h 39’ - Regia: Francesca Comencini

Se la performance della magnifica Sylvie Testud di Lourdes avrebbe meritato la Coppa Volpi, lo stesso si può dire della nostra Margherita Buy, intensa come non mai in questa sua nuova prova che rivela la tenuta della sua maturità di attrice. Nella penombra, il suo corpo integralmente nudo si staglia in una delle prime sequenze de Lo Spazio Bianco, bella prova di Francesca Comencini (uno dei più bei film italiani della stagione). Gli eventi decisivi nella vita si sviluppano troppo presto o troppo tardi. A Maria, il personaggio della Buy, la figlia Irene è nata in anticipo, al sesto mese di una gravidanza non voluta. La donna lavora come insegnante per anziani desiderosi di diploma in una scuola serale. Lo scenario è quello della Napoli odierna con tutte le sue lacerazioni sociali e antropologiche di metropoli del Sud. Maria attende di sapere se la sua neonata in incubatrice vivrà o no. L’ossigeno tiene appesa la piccola vita a un filo, una sospensione lega madre e figlia in un’analoga condizione di ostinata resistenza e di dolorosa solitudine. Segnata interiormente da una lancinante ansia, Maria trova il coraggio di aprirsi agli altri per affrontare il presente, di far penetrare gli sguardi solari di una vitale dimensione emotiva nell’incrocio con l’esperienza, in ospedale, di altre donne in attesa. Lo “spazio bianco” del titolo è il reparto di terapia intensiva che è il teatro principale della vicenda ed anche quello del quaderno delle confessioni (di uno degli alunni della Buy) quando un rigo saltato consente di andare avanti senza interrompere il filo del discorso. Un film intimo e assai espressivo, grazie ad un’equilibrata sceneggiatura della stessa Comencini in coppia con Federica Pontremoli (derivata dall’omonimo e toccante romanzo di Valeria Parrella). La sobria e ispirata regia racconta con vigore metaforico la Napoli postmoderna di quartieri come il Montesanto, dona accenti emotivi ad ambienti emblematici di una condizione umana riconoscibile (i corridoi dell’ospedale con il suo viavai di medici) affrontando con aggraziato pudore il dramma misterioso e felice della maternità.

Je Suis Heureux Que Ma Mère Soit Vivante (Giornate degli Autori)
1h 30’ - Regia: Claude & Nathan Miller Claude & Nathan Miller sono un padre e un figlio che per la prima volta dirigono un film a quattro mani (Nathan è stato promosso dopo essere stato più volte assistente alla regia paterna). E questo grazie ad un soggetto sviluppato da un fatto di cronaca che ha fornito la materia per un articolo dello scrittore Emmanuel Carrère: il risultato è Je suis heureux que ma mère soit vivante, film che esamina le complesse dinamiche familiari con sobrietà struggente. Il senso della vertigine quotidiana è avvertibile sin dalle immagini d’apertura: l’angoscia urlata di un padre che, immerso nell’acqua, smarrisce il figlio di quattro anni. L’orizzonte sconfinato del mare aperto a contrasto con la claustrofobica condizione di una tragedia privata esplorata dalla macchina da presa che stringe il campo per raccontarci il gelo dei sentimenti inespressi in un ambiente familiare privo di calore. Thomas, abbandonato all’età di quattro anni dalla giovane madre, è stato adottato da una nuova famiglia. Il suo carattere introverso e scontroso porta a coltivare, nonostante l’affetto regalatogli dai genitori adottivi, un indomito sentimento di ribellione elaborato fino ai suoi vent’anni. L’abbandono subìto l’ha reso vulnerabile nei confronti di una società che sembra non volerlo accogliere. Dopo aver compromesso, con la sua aggressività di dodicenne, la salute del padre adottivo, il Thomas ventenne riesce a rintracciare, dopo numerose ricerche, l’irresponsabile madre Julie Martino che l’ha concepito troppo giovane. L’abbraccio, rinviato nel tempo che ha segnato con durezza i destini di madre e figlio, non si attua: Thomas mantiene la distanza emotiva fino ad esplodere con implacabile freddezza e in un eccesso di rabbia accoltella la madre (una sequenza fortissima, bressonianamente scarnificata che, per sottrazione, svela l’intensità di sguardo dei due Miller). Julie non muore e Thomas è destinato a scontare la sua pena. Nell’aula del processo, la donna arriva a perdonare il figlio, riconoscendo la propria colpa di assente, la propria incapacità di regalare l’amore necessario. Minimalistico, epico e dolente il film è un’indagine sui sentimenti mancati, sui legami assenti, sull’afasia degli affetti destinata a rovesciarsi. Ad interpretare Thomas all’età di vent’anni è Vincent Rottiers, eccezionalmente bravo nel trasmettere la glacialità addolorata del suo personaggio (con il suo giovane talento si farà strada). Julie è una sorprendente, acuta, nuova presenza del cinema francese, l’attrice italo–belga Sophie Cattani, di struggente intensità nel restituire in trasparenza i sommovimenti emotivi e le incertezze venate dal rimpianto della sua figura materna (in lei gli sguardi si fanno corpo e parole grazie al miracolo di un’interiorizzazione sussurrata che si fa stile): non c’è dubbio, è nata una stella. La toccante cronaca familiare si avvale di una ben stagliata fotografia di Aurélien Devaux e della colonna sonora di Vincent Ségal che sottolinea con efficaci contrappunti i dolorosi passaggi narrativi, legando i vuoti del presente e del passato dei personaggi con commovente intimità. Un film capace di scorrere in modo fluido dentro le vene, costringendoci a un’adesione emotiva nei confronti dello smarrimento vissuto dai suoi personaggi.

Life During Wartime (Concorso)
1h 37’ - Regia: Todd Solondz

La commedia nera di Todd Solondz, Life During Wartime, è il “nostro” Leone d’Oro. Purtroppo, l’unico premio che questo film si è aggiudicato è quello per la sceneggiatura scritta dallo stesso Solondz, consolazione magra per questa formidabile e impietosa analisi della società statunitense qui e ora. La smagliante fotografia di Ed Lachman riecheggia quella dei mélo hollywoodiani di un tempo, ammantando d’ironia questa commedia crudele e potente. Lo scenario in cui si svolge l’intrigo di famiglia sembra non svelarne le inquietudini: decòr essenziale e minimalistico e giardini ben potati: anche il cielo sembra non accorgersi della guerra quotidiana, dello stillicidio privato dove persino i morti non lasciano in pace i vivi. Ed infatti, a Joy (Shirley Henderson) appare come fantasma un suo ex–corteggiatore deceduto, Andy (il ben ritrovato Paul Reubens, ovvero Pee-wee’s Herman) che persegue con ostinazione il suo intento di seduzione. La sorella di Joy, Trish (Allison Janney), tenta invece di ricostruire i pezzi della propria rovinosa vita con un uomo divorziato, e questo dopo aver scoperto il marito abusare dei figli (l’uomo è finito in prigione). Una terza sorella, Helen (Ally Sheedy) si strugge d’infelicità nonostante il successo di diva hollywoodiana. Il gruppo di famiglia si allarga, alla Altman, mercé altri personaggi di contorno (c’è un cameo significativo per Charlotte Rampling, infelice cacciatrice di amorosi legami occasionali), in questo teorema avvelenato che racconta di ossessioni pervicaci, derive esistenziali e soffocamenti interiori, il tutto immerso nell’irrazionale tumulto di un’alienante condizione di disumanità “normale” facilmente riconoscibile perché assai diffusa. Per merito degli interpreti in stato di grazia, questo prodigioso esemplare di cinema indipendente conferma Todd Solondz come uno dei più efficaci cantori dei mali del nostro tempo.

36 Vues du Pic Saint-Loup (Concorso)
1h 25’ - Regia: Jacques Rivette

Assolutamente banale è il titolo italiano che è stato scelto per l’ultima, bellissima opera di Jacques Rivette, Questione di Punti di Vista. In originale, il richiamo diretto è al picco Saint-Loup che si staglia nel paesaggio riallacciandosi ad un’antica leggenda medievale. La storia si avvia lungo una strada di campagna deserta, dove una donna rimane in panne con l’automobile. Si chiama Kate e ha il fisico e lo sguardo malinconico e luminoso di Jane Birkin. L’industriale italiano di passaggio, Vittorio, ha l’aplomb di un indimenticabile Sergio Castellitto: con la sua Porsche l’uomo supera la donna, poi fa marcia indietro, si ferma per soccorrere, maneggia un po’ nel cofano e fa ripartire la vettura. Sembra un gag muto ed è solo l’emblematico incipit di un apologo tagliente, leggiadro come un divertissement dalla media durata, che rispetta l’unità di tempo e luogo privilegiando come scenario un piccolo circo di provincia (in un certo senso, ancora una scelta “teatrale” per Rivette attento al gioco speculare della rappresentazione). Il padre di Kate, proprietario del circo, è appena defunto e la donna ha deciso, per l’occasione, di ritornare (dopo anni di lontananza) alle origini. Vittorio la segue, rimanendo coinvolto dalle perfomance di tre clown, spettatore tra i pochissimi in un tendone. Le sue risate convincono Kate a vincere i propri fantasmi interiori, affidandosi alla personalità di quest’uomo talmente aperto da rimanere agganciato a quest’occasionale esperienza, conquistato dalla malia del circo fino a trasformarsi, egli stesso, in clown. In questo limpidissimo film, il tempo sembra essere sospeso, immerso nel calore di un’estate che sembra fornire la temperatura mitologica alla storia di un incontro tra anime perse, narrato per morbidi ellissi, attraverso incantevoli pianisequenza che fanno risaltare la speciale dovizia degli interpreti (la Birkin è sublime). Rivette si rivela un mago dei sentimenti e delle atmosfere, abile a sottolineare la tessitura malinconica di questo incrocio d’identità. Sul finale, gli attori danno le spalle al tendone del circo, esibendo l’ironica malinconia dell’occasione vissuta con malcelato disincanto. Il film svela senza ritegno il proprio retrogusto funereo: il circo semivuoto e i richiami fiabeschi del montagnoso paesaggio che evocano un senso di desolazione e di vuoto. Alla sua seconda collaborazione con uno dei maestri della Nouvelle Vague, dopo il pirandelliano Chi lo sa?, Sergio Castellitto è uno dei pochi attori italiani che sa mimetizzarsi alla francese, puntando sulla trasfigurazione interpretativa dei suoi ruoli. Coproduzione italo–francese, partner Castellitto con la moglie Margaret Mazzantini, mentre anche il grande Ermanno Olmi figura tra i produttori associati (in più alcuni interni sono girati a Cinecittà). Una gemma cinematografica che lascia brillare gli abbacinanti riflessi della Nouvelle Vague.

Persécution (Concorso)
1h 42’ - Regia: Patrice Chéreau

Ogni quotidianità vissuta si dispone continuamente al crollo delle certezze. I ritmi della metropoli conducono l’inesorabile cul de sac dell’alienazione stemperando l’efficacia di ragioni e sentimenti, un caos esplosivo che provoca solitudini, afasie, violenze. Con Persécution, il cineasta francese Patrice Chéreau racconta il sottile dissolvimento di un rapporto. Lo fa con implacabile determinazione e crudeltà lasciando spazio al vuoto che separa le identità in gioco. Daniel (Romain Duris) e Sonia (Charlotte Gainsbourg) sono la coppia narrata nel film: il loro strutturato legame s’incrina con l’entrata in scena di un terzo intruso, uno straniero efficacemente incarnato in tutta la sua ambiguità da Jean-Hughes Anglade, intrufolatosi nell’appartamento che Daniel sta ristrutturando. Ben presto, lo straniero diviene persecutore, sbucato dal nulla per attirare il meccanismo più distruttivo della seduzione, quello che trasforma il caso in una necessità lacerante. Così l’amore si trasforma in odio, come effetto del tradimento imprevedibile e stravolgente, i fantasmi della coscienza fanno capolino e il caotico divenire delle interiorità segnate trova riscontro nel degrado esistenziale della condizione moderna. Esemplare per lucidità e controllo, Chéreau rende magnificamente il suo addentrarsi nel ventre svuotato del teatro della sua vicenda, un appartamento in fase di ristrutturazione, dipingendo i corpi dei suoi attori con una plasticità prospettica immersa in un crogiolo vibrante di luci e di ombre. Quello di cui ci parla il film è la meccanica della nostra comune, metropolitana normalità, svelandoci un dark side dei quotidiani contesti che non può che farci paura.

White Material (Concorso)
1h 45’ - Regia: Claire Denis

Icona del cinema contemporaneo, Isabelle Huppert è un’attrice che ama le sfide. Il suo incontro con Claire Denis, personalità registica tra le più originali del cinema francese, è foriero di un’altra interpretazione di rilievo. White Material svela il talento di una cineasta attenta a restituire la qualità ctonia del reale: il suo film è, principalmente, il racconto di un legame tra un’identità femminile e la terra, intesa come heimat ma anche come materica presenza del tessuto stesso di ciò che continuiamo a definire dimensione umana. Così il paesaggio si fa anima, aprendosi allo sguardo epifanico della regista che finisce col coincidere con quello dello spettatore. Lo scenario, qui, è il Camerun post–coloniale circondato dalle piantagioni di caffè, inquieto come un vulcano in eruzione e che, comunque, la proprietaria terriera Maria (la Huppert) decide di non abbandonare per via del raccolto in fieri. Il più consapevole suo ex–marito André (Christophe Lambert) organizza, invece, con il loro figlio e la sua nuova famiglia (all’insaputa di Maria), una fuga in Francia. La guerra civile scombussola l’ordine delle cose e mentre i soldati bambini invadono le piantagioni, Maria mantiene il suo proposito, aderendo visceralmente alla “sua terra” fino ad affondarvi, non solo metaforicamente, i piedi. La componente sensoriale di questo racconto aveva bisogno di uno sguardo partecipe, di una memoria vivida in grado di restituire l’essenza di questa identificazione. La Denis ha vissuto il film come un’esperienza autobiografica, essendo figlia di un ufficiale francese e conoscitrice dell’Africa, già raccontata nel suo esordio Chocolat, in grado di stemperare con grazia i toni retorici della narrazione di questo sacrificio umano dettato da un amour fou per la terra. Lunghe ed analitiche sequenze e flagranti primi piani a favore di un’intensità tratteggiata anche cromaticamente (attraverso il grido della terra) per un film di struggente bellezza, conferma di uno stile inimitabile sorretto e alimentato dalla passione.

Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans (Concorso)
2h 01’ - Regia: Werner Herzog

My Son, My Son, What Have Ye Done? (Concorso)
1h 30’ - Regia: Werner Herzog

Un doppio Herzog in concorso è una fortuna da godere pienamente. Il primo film si presenta come un libero remake di una delle migliori pellicole di Abel Ferrara, Il Cattivo Tenente, mentre il secondo, presentato come sorpresa, ha la firma produttiva di David Lynch. Innanzi tutto, il Bad Lieutenant herzoghiano si chiama Terence McDonagh ed è un tenente della Squadra omicidi della polizia di New Orleans, impersonato da un Nicolas Cage che aderisce con speciale efficacia al personaggio donandoci una delle prove migliori della sua carriera. Sembra che Herzog abbia fatto il film per restituirci come segno forte il suo scenario: la sua New Orleans sfregiata dall’uragano Katrina è una città desolata ripresa obliquamente come a sottolineare la sua condizione primitiva e selvaggia, dove è possibile riprendere quasi ossessivamente coccodrilli e iguane dappertutto affioranti. Il film conquista una sua autonomia rispetto al modello grazie a tale evocazione e alla sceneggiatura firmata da William Finkelstein (che si è fatto le ossa firmando copioni per serie poliziesche in tv). L’incipit ricorda un salvataggio alla Vertigo con un uomo che sta per annegare e un altro, il coraggioso Terence, intento a salvarlo procurandosi una ferita alla schiena. Da qui lo smodato uso di antidolorifici e cocaina che attanaglia il pluridecorato tenente costringendolo a fare i conti con il substrato rimosso dalla sua cattiva coscienza. Sprofondato nel prossimo inferno mentale, zoppicando come il demonio, Terence gestisce una relazione con la prostituta Frankie (una dirompente Eva Mendes), minacciata da un cliente. Lo sterminio di una famiglia africana coinvolge il protagonista nel crudele giogo di un’indagine pericolosa che lo conduce sulla rotta del suo personale spacciatore. Trama e materia noir ben presto vengono trasfigurate in livida metafora surreale, venata da caustico umorismo, in un racconto suggestivo e materico della lotta di un uomo contro la natura stessa del Male dentro e fuori di sé, immerso in uno stordimento annichilente che lo rende reattivo e feroce come le primordiali bestie che lo circondano. Altro viaggio nella mente è quello di My son, My Son, Whate Have Ye Done?, presente in concorso e recante la sigla Lynch, di cui conduce il materico e ipnotico segno evidenziato dai toni della fotografia (un esempio di affinità di stili che s’incrociano mantenendo intatte le rispettive differenze). Qui la verità si fa teatro e viceversa: un aspirante attore è impegnato in una tragedia greca che prevede l’uccisione della madre (i riferimenti obbligati di Oreste ed Elettra), un gesto estremo che, per overacting, il protagonista perpetua nella realtà. Il teatro dell’orrore, la sua abitazione privata, è presa di mira dai poliziotti (uno di loro è Willem Dafoe). Da qui prende corpo, con un flashback, il racconto del tragitto dell’uomo, Brad McCullum (Michael Shannon), sondando le dinamiche della sua degradazione, coniugando la desolazione interiore a quella del tessuto urbano: gli algidi grattacieli di vetro si coniugano per affinità alle costruzioni fatiscenti di una cittadina al confine messicano, fino alle inquadrature di un tranquillo quartiere di San Diego dove la perdizione di Brad (il film s’ispira a vicende reali accadute a un giocatore di basket) trova il suo compimento. La visionarietà si fa carne e sangue e il cerchio si chiude nella zona franca di un cinema inquieto di marca Herzog/Lynch.

Capitalism: A Love Story (Concorso)
2h 07’ - Regia: Michael Moore

Le caustiche provocazioni di Michael Moore non smettono di stupire. La “love story” che campeggia nel titolo accanto al termine “capitalism” non ha ovviamente nulla di sentimentale. E’ il marchio paradossale del volitivo e puntuto pamphlettista cinematografico impegnato da anni a svelare le cogenti contraddizioni della way of life statunitense attraverso encomiabili je accuse sulle condizioni di vita dell’uomo comune meritevoli di Oscar. Il suo docufilm ci racconta stavolta dell’epocale crisi dell’economia, il crollo raccontato da Alan Greenspan, il presidente della Federal Reserve, nel suo libro “L’era della turbolenza”: è lui in persona uno dei protagonisti di Capitalism: A Love Story, un’appassionata disamina sulle turbolenze finanziarie di cui il sistema globalizzato sembra nutrirsi. Scopriamo così che c’è un nesso tra la Grande Depressione del 1929 e la tragedia dell’11 settembre 2001, date che hanno segnato il disvelamento dell’endemica debolezza del Paese più potente del mondo. Dopo ogni evento caotico, l’ordine sembra ristabilirsi (ma a danno di chi se non dei semplici cittadini?). Apprendiamo così che ogni sette secondi in Usa una casa finisce per essere pignorata mentre nello stesso tempo quattordici mila persone rimangono senza lavoro. L’indagine di Moore parte minimalisticamente dalla cittadina di Flint nel Michigan per estendersi all’intera zona franca dell’economia del profitto: e l’ironia si fa feroce quando un frammento del televisivo “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli esibisce un nuovo doppiaggio che trasforma il Messia in un capitalista. Che razza di società è quella dove le corporation riescono, attraverso le assicurazioni, a lucrare sulla morte dei rispettivi dipendenti o dove alcuni giovani finiscono al riformatorio without a cause? Il polemista denuncia senza freno e con ironia i guasti del post–capitalismo selvaggio, adoperando l’accattivante aplomb del pacioccone querulo e moralista senza approfittarne mai, raccontando il dolore senza strumentalizzarlo, fino a commuoverci con le immagini dell’attesa vittoria di Obama messe in parallelo con quelle di repertorio di Franklin Delano Roosevelt che, nel 1944, spiegò e presentò la “Seconda Carta dei Diritti”, una legislazione in grado di garantire i diritti del cittadino (il diritto a casa, lavoro e assistenza medica, e questo prima che il sogno di legalità e uguaglianza s’infrangesse nella realtà). Il film ci racconta per sintesi il paradigma americano, le lacerazioni di un sistema governato dalle spietate leggi della finanza e della politica a servizio dell’oligarchia, ribadendo l’assunto di Roger & Me, documentario del Moore di vent’anni fa, fino ad arrivare alla finale provocazione del nastro giallo da avvolgere attorno al palazzo della Borsa di Wall Street, gesto che emula l’artista Christo tracciando l’ideale luogo del “delitto” classista.

The Informant! (Concorso)
1h 48’ - Regia: Steven Soderbergh

The Men Who Stare at Goats (Fuori Concorso)
1h 33’ - Regia: Grant Heslow

E sempre a proposito di neo–capitalismo, ecco The Informant!, parabola che conferma il talento ancora vibrante di Steven Soderbergh dopo la bella prova del dittico sul Che. Si tratta di una divertente e ammonitoria spy–story ambientata nel decennio che parte dal 1992, protagonista Mark Whitacre (un imbolsito e ottimo Matt Damon), biochimico bipolare che lavora da dirigente alla Archer Daniels Midland (ADM), una corporation agroalimentare impegnata a valorizzare sul mercato la lisina, prodotto derivato dal mais. Ed ecco il pacioso travet trasformarsi in una spia industriale alleata con due agenti dell’FBI, sfruttando un conflitto d’interessi riguardante il prezzo concorrenziale della lisina concordato segretamente dalla ADM con altre multinazionali dello stesso settore. L’assunto satirico è stemperato dall’effetto vintage dello spionistico intrigo mercé la fotografia firmata dallo stesso Soderbergh che evoca atmosfere anni ’60. Dentro non mancano gli ingredienti all’uopo: il gioco delle intercettazioni parallele, del suspense mozzafiato, dei colpi di scena che svelano la rete fitta dei sottopoteri. Il tutto cadenzato dalla colonna sonora originale del grande Marvin Hamlisch che sprigiona energia e molta ironia, confermando il talento del compositore che ci ha regalato i temi struggenti di Come Eravamo di Pollack, i contrappunti grotteschi della memorabile performance di Jack Lemmon e Anne Bancroft ne Il Prigioniero della Seconda Strada, gli accenti strepitosi di A Chorus Line, e il dinamismo di Agente 007 – La Spia che mi Amava (qui, in un passaggio, un divertito Matt Damon si spaccia per l’agente segreto 0014, doppio numerico di 007). L’eclettismo di Soderbergh vola alto, soffermandosi quando si tratta di delineare le psicologie dei personaggi, o di dare fluidità all’intreccio che mescola tripli giochi, false piste, cul de sac e colpi imperfetti rivelatori di un universo governato dalla follia a cui inutilmente l’efficace espediente della voce over tenta di dare un senso. Altrettanto ironico e acutamente strampalato risulta The Men Who Stare at Goats (in italiano: L’uomo che fissa le capre), spassosissima satira antimilitarista che segna l’esordio alla regia di un lungometraggio dello sceneggiatore e noto caratterista Grant Heslow (amico di vecchia data di George Clooney e suo complice nel copione da lui diretto, Good Night, And Good Luck). Il sagace istrionismo di Clooney trova qui la sua ragion d’essere nel tratteggio del personaggio sornione e stralunato di Lyn Cassidy, un soldato che si spaccia per un agente in missione segreta, essendo stato addestrato dal “New Earth Army”, un’unità sperimentale dell’esercito americano che forgia i suoi uomini dotandoli di superpoteri mentali degni di un cavaliere Jedi. E di fatti Lyn è in grado di leggere nella mente del nemico, di uccidere una capra con la forza dello sguardo, di attraversare i muri e persino di spostare le nuvole. In Iraq, l’eccentrico “agente” incontra Bob Wilton (Ewan McGregor), un giornalista piantato dalla consorte, inviato di guerra a caccia di scoop e di un riscatto esistenziale: un incontro foriero di disavventure esilaranti. La missione di Lyn è quella di scovare il fondatore del programma, un alto ufficiale hippy, impersonato da un irresistibile Jeff Bridges, mentre lo psicotico vilain di turno ha l’aplomb di Kevin Spacey. L’ottimo copione scritto da Peter Straughan a partire dall’omonimo romanzo di Jon Ronson sorregge la pellicola, diretta da Grant Heslow con un’intelligente attenzione ai ritmi da commedia senza però lesinare alcuni affondi sarcastici e dissacranti nei confronti della politica militare americana, con un gusto che fa venire in mente la nonchalance satirica dei fratelli Coen, intrisa di atmosfere nere e demenziali. Così, i film di Soderbergh e Heslow dimostrano che si può affondare il bisturi nel corpo sfatto della visione del mondo Usa senza rinunciare alla leggerezza e allo spettacolo.

The Road (Concorso)
1h 50’ - Regia: John Hillcoat

L’attesa trasposizione cinematografica del magnifico romanzo “La strada” di Cormac McCarthy (premio Pulitzer nel 2007) segue quella fortunata dei Coen che con Non è un Paese per Vecchi meritarono l’Oscar. Il confronto è qui fuori luogo anche se la densa materia di quello che va considerato come uno dei grandi della letteratura attuale predispone nessi e rimandi. Ad affrontare questo apologo sull’umana resistenza ambientale in uno scenario post–apocalittico troviamo il regista australiano John Hillcoat, fattosi le ossa dirigendo videoclip ed intrecciando un felice sodalizio con il cantautore Nick Cave che ha scritto la colonna sonora e il copione sia del western (ambientato nell’Australia del 1880) La Proposta, sia della sua prima regia, Ghost… of the Civil Dead. Anche nel caso di The Road, Cave ha composto temi musicali dissonanti ed evocativi in coppia con Warren Ellis. Probabilmente questo bel film impervio e cupo farà la fine, nel nostro pigro circuito distributivo, de La Proposta (da noi uscito solo in DVD) o forse no. Del resto, si parla dell’angoscioso finale di partita del genere umano che pure ha per incipit un’immagine di solarità, l’intensità del sorriso meraviglioso di Charlize Theron. E’ il doloroso viaggio di un padre e di un figlio immersi nel devastato scenario di un mondo sconvolto da un inspiegabile cataclisma. Sono l’intenso Viggo Mortensen e lo struggente Kodi Smith-McPhee (già visto accanto ad Eric Bana in Meno Male che c’è Papà – My Father) a tenersi per mano arrancando lungo il sentiero interrotto di una civiltà arrivata al suo dead point, senza più identità, dove il cibo scarseggia, le piante non crescono e gli animali sono morti come il resto. Resta la memoria di un volto (la Theron, moglie del protagonista) in questo deserto che richiama alla memoria gli apocalittici soggetti della science–fiction anni ’50, insieme alla possibilità di affidarsi all’istinto primordiale della caccia, al corpo a corpo con gli elementi, all’elaborazione di lutti e di un’angoscia indicibile e paralizzante. Per i due sopravvissuti la meta è il sud oceanico, anelata terra promessa dove forse ancora è rilevabile qualche traccia di vita, utopia utile a evitare la soluzione estrema del suicidio. Il lapidario teatro della desolazione possiede la dominante grigia della materica fotografia di Javier Aguirresarobe che lascia affiorare frammenti del paesaggio concedendo qualche spiraglio di luce solo nel flashback iniziale, espediente aggiunto nello script rispetto al romanzo. E così si stagliano le presenze degli altri attori del film: Robert Duvall, Guy Pearce e Michael Kenneth Williams (quest’ultimo visto al Lido anche nel film di Solondz). La difficile impresa merita un rilievo anche se di non facile spendibilità al botteghino, nonostante la pubblicità del film adombri la componente catastrofica di questo apologo filosofico sul rapporto filiale e sulla sua metafisica che non merita una distribuzione disattenta.

A Single Man (Concorso)
Regia: Tom Ford

Tutta la vita in un giorno, sintetizzata da un solo gesto pensato ma anche spontaneo come ogni dolore vero. George Falconer è un professore universitario che soffre per la prematura perdita del compagno di vita morto in un incidente, precipitando compostamente in un abisso di solitudine, elaborata giorno dopo giorno. E’ lui A Single Man, film che segna il debutto dietro la macchina da presa del popolare stilista Tom Ford che ha scelto il formidabile romanzo di Christopher Isherwood (pubblicato nel 1964 e da noi uscito da Adelphi col titolo “Un uomo solo”). Lo scenario di questa storia minimalista è la California del 1962 nel pieno dell’epocale crisi di Cuba che segnò l’apice della guerra fredda mentre il mondo viveva con apprensione la possibilità di un conflitto letale. Inglese trapiantato nella terra di Hollywood, George ha sullo schermo l’aplomb intensamente sornione e la levigatezza inquieta di Colin Firth, per l’occasione premiato dalla Coppa Volpi. Anche l’impeccabile regia, stilizzata e solo apparentemente algida, lascia affiorare con intelligenza una tensione spesso toccante ostentando il gioco del flashback messo in moto dalla memoria sentimentale del protagonista. La commovente partitura musicale, composta dal polacco Abel Korzeniowski (con l’aggiunta di brani di Shigeru Umebayashi) s’industria a tessere la sottile ragnatela di questo tranche de vie doloroso che riecheggia lo stile del mélo alla Sirk nel celebrare i residui odierni del post–romanticismo. Nella fatidica giornata, per George c’è il tempo di meditare sulla tentazione di un suicidio, di flirtare a distanza con l’ossessivo studente corteggiatore e d’intrecciare un decisivo dialogo con l’ex fidanzata Charley, single quarantottenne sontuosamente impersonata da Julianne Moore, formidabile attrice che sa come lasciare un segno (si veda la sequenza del ballo). Il teorema regge scegliendo l’onirismo per interpretare la disamina sull’intima fragilità umana raccontata da Isherwood e affidandosi ad una maniacale ricostruzione d’epoca, quel dicembre 1962 in cui le paure collettive si riflettono su quelle private. E’ un film di dettagli (oggetti, fotografie, vestiti) utili ad evocare l’amante perduto ma anche un’epoca di svuotamento angoscioso che merita di essere vivisezionata come il protagonista fa rispetto al passato, proustianamente legandosi alla suggestione emotiva di un disco che suona, di scarpe, cravatte, gemelli del defunto e naturalmente, di lettere d’amore. In attesa di compiere il gesto estremo che libera da ogni dolore.

Soul Kitchen (Concorso)
1h 39’ - Regia: Fatih Akin

Assai giusto il Premio Speciale della Giuria assegnato quest’anno a Soul Kitchen del giovane regista turco – tedesco Fatih Akin. Giusto perché, mettendo da parte le ambizioni drammatiche e meditate delle opere precedenti, Akin compone con arguzia una frizzante e mai banale commedia, seducente mix di sound, cibo e sesso, accolto al Lido da sentiti applausi. La vitalità invasiva è dunque il segno forte di questo progetto, covato da tempo dal regista e realizzato con la complicità dell’amico e attore (di origini greche) Adam Bousdoukos che appare anche in veste di co-sceneggiatore. E’ proprio Bousdoukos ad interpretare Zinos, proprietario del ristorante “Soul Kitchen” che naviga in cattive acque. Ad aggravare la situazione del protagonista c’è il fatto che la fidanzata giornalista Nadine (Phelin Roggan) ha deciso di trasferirsi a Shanghai e di tradirlo. E perdipiù il nostro è tormentato da una dolorosa ernia al disco. Non migliora la già difficile situazione, l’uscita per libertà vigilata di Illias (Moritz Bleibtreu), fratello scassinatore di Zinos, mentre qualche consolazione è fornita dalla sopraffina perizia dell’eccentrico chef (Birol Ünel) in grado di far riavvicinare la clientela al ristorante. Più incontenibile è il mal d’amore che spinge l’uomo a partire per la nuova destinazione dell’amata e di affidare il ristorante all’inquieto fratello che finisce col perderlo giocando d’azzardo con un agente immobiliare poco raccomandabile. La vicenda si svolge ad Amburgo, città natale del regista (nato precisamente nel quartiere in espansione di Wilhelmsburg). A conferire un dinamico brio al film contribuisce l’abile colonna sonora che mescola soul, funky e R&B donando vigore alla già calorosa regia di Akin. Naturalmente, il tutto non si ferma in superficie: spunti tematici assai tosti come quelli riguardanti i processi d’integrazione nelle società multietniche, i pregiudizi e le barriere culturali, il senso d’impotenza e di superiorità dell’occidente. E tutto in una commedia cool assai scoppiettante (nella seconda parte c’è una lunga, grottesca sequenza di un’orgia al ristorante) che ha come sfondo l’aberrante sregolatezza urbanistica dei vecchi quartieri operai trasformati in zone residenziali.

De Laatste Dagen van Emma Blank - The Last Days of Emma Blank (Giornate degli Autori)
1h 29’ - Regia: Alex van Warmerdam

Vi ricordate dell’olandese Alex van Warmerdam? Nel corso degli anni ’90 uscì nelle nostre sale Il Vestito, commedia agrodolce imperniata attorno ad un abito femminile letale a chi lo indossa ma capace di sedurre lo sguardo maschile. Al Lido è la volta del suo ultimo The Last Days of Emma Blank che è riuscito ad aggiudicarsi il “Label Europa Cinemas Award”. Si tratta di una black comedy di ascendenza ioneschiana ambientata in una cupa grande casa di campagna circondata da un solare paesaggio. La proprietaria Emma Blank sta lì reclusa: è malata, dispotica, dittatoriale, pronta a sciorinare implacabilmente richieste assurde alla servitù che non reagisce sperando in una sua rapida dipartita. In realtà sia la governante che la cuoca, la cameriera e il servitore sognano l’eredità. La partita a cinque si consuma tutta, teatralmente, nel solco della tradizione dell’assurdo. Un livore grottesco separa i personaggi della vicenda immersi nel solco di un cul de sac mentre il verde della campagna e la pallida sabbia delle dune d’Olanda sembra non interferire con gli umori velenosi. Finché l’humour non si trasforma in horror quando l’avidità deborda fino al delitto. L’intelaiatura del film regge fino in prossimità dell’epilogo quando il gioco (sorretto magnificamente dagli interpreti ironici e mai sguaiati) si fa davvero duro e gli aspiranti carnefici di Emma, una donna di mezza età, divengono vittime dei loro stessi piani, finendo chi strangolato, chi disidratato, chi malmenato. Ancora si può ridere con intelligenza (come ai bei tempi dello slapstick d’autore) della malattia, della morte e della rapacità nel microcosmo geometrico di una partita comica.

Lebanon (Concorso)
1h 32’ - Regia: Samuel Maoz

Potete tranquillamente fare a meno di vedere (a nostro parere) il sopravvalutato Leone d’Oro di quest’anno, il Lebanon dell’esordiente venticinquenne Samuel Maoz. Giugno di guerra nel Libano del 1982 vissuto attraverso la claustrofobica prospettiva di quattro impauriti, giovani militari israeliani dentro un carro armato, durante un’azione militare che ha visto bombardare, da parte dell’aviazione ebraica, un villaggio “nemico”. C’è Assi comandante neofita, Shmuel artigliere che non ha mai sparato un colpo, l’addetto alle bombe Herzl e l’autista privo di mappa Yigal: prigionieri dello stesso ruolo, sperduti nel deserto di rovine del conflitto irredimibile. La metafora è fin troppo trasparente, assecondata dal regista e dunque stucchevole. La ricerca dell’effetto patetico o del realismo macabro da cattivo reportage di rotocalco invece che intrigarci ci irrita spingendo al rimpianto di quel capolavoro di finezza narrativa e di fantasia visuale che rimane Valzer con Bashir di Ari Folman. Maoz compone invece un teorema programmatico studiato per piacere ai cultori dell’esotismo impegnato e del mélo bellico (ma senza l’effetto trash dello spaghetti – war anni ’60 e ’70 caro al genio di Tarantino). Compiaciuto come la giuria che l’ha premiato.

Mr. Nobody (Concorso)
2h 16’ - Regia: Jaco Van Dormael

Meritata Osella per la scenografia quella andata a Sylvie Olivé per il kolossal europeo del regista belga Jaco Van Dormael, Mr. Nobody. Ed eccoci proiettati nel 2092, quando una nuova razza di esseri viventi possederà il dono dell’immortalità. L’ultimo dei mortali, Nemo Nobody, ha compiuto 117 anni e fa della sua morte spettacolo in un reality in diretta televisiva. Intanto, mentre un treno è in partenza, un figlio ancora adolescente deve prendere la decisione di andare con il padre o con la madre. Questo puzzle esistenziale fantastico e fantasmatico prova a intrecciare passato, presente e futuro esibendo uno stile ibrido, tra pittura e videoclip, raccontando così le molte vite del protagonista interpretato da Jared Leto assieme alle tre mogli che hanno i volti delle attrici Linh-Dan Pham, Sarah Polley e Diane Kruger. Un film visionario e labirintico, degno del primo Lars von Trier, che traccia un paradigma filosofico sulle impervie possibilità del caso e della necessità, sui capricci del destino e sulla causalità delle leggi naturali, mescolando esoterismo e scienza nel mostrarci la teoria dell’effetto Farfalla o la leggenda talmudica del vagito primario come segno dell’esistenza di vite precedenti. Un gioco di specchi che s’interroga sulla scommessa dell’umano attraverso segmenti di storie che s’intersecano con ritmo irresistibile. Il risultato è avvolgente ed emozionante, foriero com’è di domande sospese.

Non sono mancate al Lido le sfumature horror di autori ritrovati come il George A. Romero di Survival of the Dead (Concorso), friedkiniano racconto di sopravvivenza ambientato su un’isoletta situata al largo della costa nordamericana. Un’avventura avvincente condotta con lo stile essenziale e povero di un certo filone d’oro degli anni ’70. Dal canto suo, Joe Dante ha riproposto una disimpegnata spettacolarità ludica anni ’80 con il suo The Hole (Fuori Concorso), adolescenziale horror in 3D dove la botola di un seminterrato della solita casa maledetta diviene lo spazio generatore del Male primordiale. Non mancano le sottolineature psicologiche tipiche del Carpenter claustrofobico d’antan. Shinya Tsukamoto con Tetsuo: the Bullet Man (Concorso) continua a coltivare il suo lirismo cyberpunk con passione e sregolatezza, sfidando ogni regola narrativa e mostrandoci le conseguenze paradossali di una (troppo?) umana metamorfosi metallica, metafora dello sconfinamento delle pulsioni. Superfluo risulta invece il sequel di (REC)2 di Jaume Balagueró e Paco Plaza (già il primo ci aveva convinto poco). Ed è una piacevole sorpresa La Horde (Giornate degli Autori) per la regia dei giovani Yannick Dahan & Benjamin Rocher: si tratta di un ben meditato horror d’oltralpe ambientato nella banlieue parigina. Le vicissitudini di quattro poliziotti corrotti finiscono con l’incrociare la ferocia di un’orda di zombi assassini. Il motivo è noto ma qui non mancano i riferimenti alla socialità in disfacimento e certe sottolineature satiriche molto radical: l’azione scorre e i due registi mostrano di avere polso fermo e gesto sicuro, così il divertimento è assicurato. E al Lido è stata festa anche per i bambini grazie alla presenza di John Lasseter, il mago della Pixar a capo della Disney, a cui è stato assegnato il Leone d’Oro alla carriera. Sono stati presentati, in anteprima mondiale, le edizioni in 3D di Toy Story 1 e 2 (in attesa dell’uscita del terzo capitolo previsto per l’estate). E’ stato poi riproposto l’avventuroso e commovente Up (che ha inaugurato l’ultima edizione di Cannes), il più recente gioiello della Pixar. Altro omaggio è stata la proiezione dei già noti Gli Incredibili e Alla Ricerca di Nemo. Fuori concorso abbiamo visto Yonayona Pengin di Rintaro, storia di una bambina con costume da pinguino che viene identificata come un coraggioso uccello mitologico da folletto. L’esile fiaba non è all’altezza delle precedenti opere d’animazione di Rintaro, a causa di una scialba grafica computerizzata e della piatta ispirazione complessiva. Stieg Larsson, lo scrittore della trilogia – cult di “Millenium”, prima di morire prematuramente aveva cominciato a stendere e completare la sceneggiatura di un film d’animazione, Metropia che, per la regia di Tarik Saleh, è qui arrivato alla Settimana Internazionale della Critica. Si tratta di un fanta–thriller dalle tonalità cupe ambientato nel 2024 prossimo venturo, colpito da crisi economica e degrado ambientale (a scarseggiare è specialmente il petrolio). Nella metropolitana di Stoccolma, collegata a una gigantesca rete europea, un impiegato del call center (somigliante all’attore Vincent Gallo che presta la voce del personaggio) s’inoltra in un vertiginoso e claustrofobico vortice avventuroso seguendo ossessionanti segnali verbali e l’affascinante Nina (la voce è di Juliette Lewis), misteriosa creatura a cui si lega. Il lavoro d’animazione durato sei anni c’è e si vede, realizzato attraverso una sofisticata tecnica di fotomontaggio iperrealista buono a visualizzare l’inquietante incubo di marca kafkiana. Ci siamo imbattuti in un crepuscolare e robusto poliziesco fuori concorso, Brooklyn’s Finest, diretto da Antoine Fuqua, qui alla sua prova migliore. L’ambiente è il 65° Distretto posizionato in uno dei quartieri più pericolosi di Brooklyn, dove s’incrociano i destini di tre poliziotti interpretati da Richard Gere, Ethan Hawke e Don Cheadle. Tutti segnati da disincanto e amarezza come in un noir che si rispetti: Gere, prossimo alla pensione, è l’ombra di sé stesso, l’addetto alla Narcotici di Hawke è un corrotto per necessità essendo padre di cinque figli e con uno in arrivo, mentre Cheadle, già infiltrato per tre anni in prigione, ha assunto gli atteggiamenti di un gangster, pronto ad incastrare il suo migliore amico, interpretato da un redivivo Wesley Snipes. Squarci notturni da poliziesco made in Usa anni ’70, retrogusto esistenzialista e bel respiro narrativo per un plot da risvolti non troppo prevedibili. Ed è arrivato il momento di aprire il doloroso capitolo dei film italiani passati alla Mostra. L’inaugurazione della kermesse è stata affidata al fin troppo atteso kolossal di Giuseppe Tornatore Baarìa. Magniloquente ed esausto esercizio di stile che punta sull’amarcord e sui privati rigurgiti cinefili del regista bagherese. Epopea familiare di tre generazioni, tra Novecento di Bertolucci e le saghe brasiliane delle telenovelas anni ’80. Bozzettismo, fotografia rilucente e strasbordante da spot in prime time, dolly a iosa e decoupage nevrotico che cita Leone e Germi, con l’incipit (di stampo sudamericano) del protagonista ragazzino volante e il finale dove lo stesso si risveglia nella moderna terra natia ingolfata dal traffico e dal degrado. L’aspirazione epica si stempera in uno schematismo verboso e in una goffaggine drammaturgica spesso intollerabile, incartocciata nelle musiche di Morricone (da ascoltare in cd), spesso supportate dalla retorica delle immagini ad effetto, dall’eccesso d’intenzioni e di ambizioni da cinema esibizionistico e compiacente che, paradossalmente, neutralizza ogni effetto poetico ed emotivo. Preferiamo il Tornatore minimale del mystery melodrammatico de La Sconosciuta. E non convince nemmeno un altro film italiano in concorso, Il Grande Sogno di Michele Placido. Altro affresco che ha la pretesa di rievocare spirito e sostanza dell’anno spartiacque, il 1968 delle nostrane rivolte studentesche (su cui tutto hanno già detto, in sintesi, Zabriskie Point e The Dreamers dei maestri Antonioni e Bertolucci); altro amarcord stucchevole col regista che rievoca sé stesso attraverso il personaggio di Nicola (Riccardo Scamarcio), un giovane pugliese poliziotto e aspirante attore (la sua insegnante, nella finzione, è Laura Morante). Fa acqua la sceneggiatura (scritta dallo stesso Placido con Doriana Leondeff e Angelo Pasquini), farcita d’incongruenze, mentre la regia risulta più appassionata che appassionante, addossandosi ad interpreti non esaltanti e cercando invano un ritmo tra le pieghe del troppo brodoso dettato corale affidato a figurine inerti come quella del colonnello interpretato da Silvio Orlando o come il professore universitario incarnato dal simpatico Tatti Sanguineti ruotanti attorno alla vicenda principale. Si racconta, manca a dirlo, di una passione amorosa tra Laura (Jasmine Trinca), studentessa di fisica ribelle e avida di dittatura del proletariato ma appartenente a una famiglia borghese di baciapile, il già citato Nicola e Libero (Luca Argentero), studente di estrazione operaia ed anche leader del movimento studentesco. Esemplare menage à trois che spinge Placido a far risaltare didascalicamente l’assunto con esiti di comicità involontaria. Sebbene già navigata la levigata e volenterosa Jasmine Trinca (debuttante nel 2003 con La Meglio Gioventù) si è aggiudicata, non senza qualche polemica, il Premio Marcello Mastroianni per esordienti. La Coppa Volpi alla migliore attrice è invece andato a Ksenia Rappoport (lanciata in Italia dal Tornatore de La Sconosciuta) per il film più sorprendente e intrigante a firma di Giuseppe Capotondi, La Doppia Ora. E sebbene la bravura non sia in discussione, la performance della Rappoport poteva ben lasciare il campo, per un premio, alla Margherita Buy in stato di grazia di Lo Spazio Bianco o alla Sylvie Testud di Lourdes. Opera prima di Capotondi, La Doppia Ora è un sottile giallo all’italiana, misterioso e inquietante, ben congegnato e teso fino all’imprevedibile finale risolto con un’ultima inquadratura rivelatrice. La Rappoport è una cameriera proveniente da Lubiana mentre il bravo Filippo Timi fa un ex poliziotto ingaggiato come custode in una villa: i due s’incontrano attraverso uno speed date, fanno scintille e s’inoltrano in un intricato cunicolo di eventi. La regia si fa ipnotica riecheggiando le acidità notturne delle più robuste regie del Sergio Martino degli anni ’70. Il sogno si mescola alla realtà adombrando il cótè esistenzialista in una storia d’identità frantumate, ritorno all’attenta produzione di Nicola Giuliano e Francesca Cima dell’Indigo Film (gli stessi del cinema di Sorrentino e de La Ragazza del Lago), servito dall’efficace sceneggiatura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo che non lascia carte scoperte e ha il merito di regalarci qualche colpo di scena. Assai più prevedibile risulta, fuori concorso, Le Ombre Rosse, del glorioso reduce Citto Maselli, duro e puro almeno quanto tristemente demodé. John Ford e il suo mitologico titolo non sono nemmeno citati nelle vicende che ruotano attorno ad un centro sociale chiamato “Cambiare il mondo” (ricostruito nei locali ormai in disuso di un vecchio cinema romano) visitato dall’intellettuale pluridecorato e di fama mondiale Roberto Herlitzka. Cercando il vigore delle sue prime prove (come Lettera Aperta a un Giornale della Sera) Maselli romanticheggia non senza ironia recuperando simbologie desuete con sprezzo del ridicolo per la sua sonata di fantasmi simpaticamente proiettata a proclamare la sussistenza di speranze rivoluzionarie agitate da giovani avidi di futuro, infervorati non solo da intrighi amorosi alla Moccia e avidi di giustizia sociale. Manicheismo ingenuo e trama farraginosa, servite da un cast prestigioso: assieme al grande Herlitzka troviamo Ennio Fantastichini e Lucia Poli, accanto al cameo (fra gli altri) di Ninni Bruschetta e Laurent Terzieff e alla protagonista Valentina Carnelutti (una delle presenze più interessanti in campo) oltre al palermitano Carmelo Galati nella parte di Alessandro, l’assistente del carismatico intellettuale. Nella sezione “Controcampo italiano” ricordiamo il grazioso Cosmonauta, opera prima di Susanna Nicchiarelli ambientata tra il 1957 e il 1963. E’ la storia di Arturo (Pietro Del Giudice), ragazzo epilettico con la passione per la politica trasmessa con qualche trauma alla sorella minore Luciana (Miriana Raschillà). Per la cronaca, il 1957 è l’anno in cui la sovietica Laika è stata spedita nello spazio, suggestione primaria che solidifica l’adesione del solitario protagonista alle sorti progressive del comunismo e delle imprese spaziali. Il retrogusto soap fa il paio con quello Disney anni ’70, ma la commedia è aggraziata anche quando sconfina nel dramma, con la sobria direzione di un cast attorale dove risaltano i ruoli di Claudia Pandolfi in quelli della madre e Sergio Rubini in quelli del patrigno. Abbinato al film c’è un delizioso corto d’animazione realizzato in stop–motion dalla stessa Nicchiarelli “Sputnik 5”, un racconto di coppie di cani e topi che, insieme ad insetti, vengono proiettati nello spazio nell’agosto del 1960, provocando la polemica di un ragno femmina che denuncia la loro condizione di cavie dell’impero rosso. Dopo un iniziale smarrimento la combriccola si adegua all’impresa per poi tornare sana e salva sulla Terra intonando l’inno sovietico. Insomma, una curiosa, simpatica, divertente metafora alla Orwell (quello de “La fattoria degli animali”) che qua e là commuove. Per due infelici film nostrani hanno persino osato scomodare Visconti: Il Compleanno (Controcampo italiano) di Marco Filiberti e Io Sono l’Amore (Orizzonti) di Luca Guadagnino. Sullo sfondo emblematico della spiaggia di Sabaudia (cara a Pasolini), con un incipit in teatro mentre è in scena il Wagner di Tristano e Isotta (emulazione di Senso?), il primo narra della vacanziera ossessione amorosa dello psicoanalista quarantenne incarnato da Massimo Poggio per il palestrato David (l’esordiente Thyago Alves doppiato da Vincenzo Bocciarelli), figlio della coppia composta da Alessandro Gassman e Michela Cescon. Pastrocchio mélo che mescola Wagner e Loretta Goggi (da scult–movie la sequenza della masturbazione sulle note di “Maledetta primavera”) con dialoghi da fotoromanzo che fanno apparire sobri quelli di Eutanasia di un Amore del mai troppo lodato Enrico Maria Salerno. Dispiace il coinvolgimento in questa lacrimevole impresa (dove lo spettatore ride quando dovrebbe piangere) della gloriosa Piera degli Esposti. Altrettanto desolante è il Guadagnino di Io Sono l’Amore, pruriginosa vicenda di amour fou tra un aitante cuoco e la padrona dell’innevata Villa Recchi, teatro dello scandalo. Si rimpiangono i meno verbosi soft di Joe D’Amato a questo pasticcio servito dalla goffa e letteraria sceneggiatura di Barbara Alberti, Ivan Cotroneo, Walter Fasano e dello stesso Guadagnino che sembra inoltrarsi lungo il solco della viscontiana La Caduta degli Dei per illustrare (male, molto male) gli inciampi della famiglia Recchi il cui patrimonio è bottino depredato durante il Ventennio, un’Anna Karenina di provincia (che ha lo scarnificato aplomb di Tilda Swinton, da tempo improvvida musa del regista), segnata dal conflitto con la figlia lesbica Elisabetta (Alba Rohrwacher). Accade che il vecchio capofamiglia impersonato dal glorioso Gabriele Ferzetti designi (come fa il suo modello nella “Caduta” di Visconti) il nipote più degenerato, Edoardo (Flavio Parenti), figlio di Emma e Tancredi (l’acclamato regista teatrale Pippo Delbono) che ha la bella idea di accogliere in casa Antonio, l’amico cuoco interpretato da Edoardo Gabriellini, un simil angelo del pasoliniano Teorema pronto a sedurre con afrodisiache ricette (degne della Binoche in Chocolat e foriere d’intrighi tra le coltri) buone davvero per tutti i gusti. Guadagnino non fa altro che indugiare e sottolineare senza remore, aspirando al grottesco senza riuscirci mentre la colonna sonora di John Adams sovrasta il tutto preparando l’inserto de “La mamma morta” eseguita da Maria Callas, buona a citare la già eccessiva sequenza di Philadelphia. Ultime due note su tanto vuoto a perdere: la presenza particolarmente inespressiva di Marisa Berenson e la sfocata sequenza in stile videoart che inopinatamente interrompe i titoli di coda, sigillo per questo cinematografico esemplare di “vorrei ma non posso”. Altrettanto stucchevole è l’opera prima di Valerio Mieli Dieci Inverni, girato tra Venezia e Mosca, storia di un’amicizia mutata in amore dopo dieci interminabili anni di litigi e riappacificazioni. La coppia è impersonata da Isabella Ragonese e Michele Riondino (che preferiamo nei ruoli da vilain), con un apprezzabile cameo del bravo cantautore Vinicio Capossela che, come ospite di un matrimonio celebrato nella campagna moscovita, esegue al pianoforte il suo brano “Parla piano”. Cura scenografica e ambientazione suggestiva a contrasto con la pochezza debordante del fragile copione. Sicuramente migliore è un altro made in Italy, Tris di Donne & Abiti Nuziali (Orizzonti) di Vincenzo Terracciano, dichiarato omaggio all’aureo periodo partenopeo della commedia di caratteri di cui sono stati maestri Eduardo e De Sica padre. Non sfigura certamente il sempre incantevole Sergio Castellitto, nel ruolo di un sornione cinquantenne, pensionato–baby delle poste e dedito al vizio per il gioco d’azzardo. Sposato con la tedesca Josephine (Martina Gedeck che ha già fatto coppia con Castellitto in Ricette d’Amore), padre di due figli, il minore Giovanni (Paolo Briguglia) e la maggiore Luisa (Raffaella Rea) in procinto di sposarsi, all’uomo viene rifiutato un fido bancario (utile per la dote) finendo indebitato con strozzini e “malamente” in odor di camorra. La via crucis del vizioso dedito alla famiglia ha un finale all’uopo e concede momenti divertenti (con crudeltà agrodolce di stampo zavattiniano), stemperandosi un po’ troppo però a favore del protagonista e a discapito degli altri personaggi (da caratteri ridotti a macchietta) per colpa di una sceneggiatura non equilibrata che “annoia” (scritta da Terracciano stesso insieme a Laura Sabatino e Giuseppe Improta). E questo nonostante l’assunto interessante, l’efficacia degli interpreti e la densa colonna sonora di Nicola Piovani (che ha firmato anche quella del film di Placido). Molto applaudito nella “Settimana Internazionale della Critica” è stata un’altra opera prima, firmata da Claudio Noce: Good Morning Aman, che narra l’incontro tra un ragazzo somalo (l’interessante Said Sabrie) e il Teodoro di Valerio Mastandrea, ex pugile depresso e misantropo. Racconto di formazione che sigla l’incontro tra due solitudini, quella di Aman alla ricerca disperata di un riscatto sociale e quello dello scontroso Teodoro che lotta contro un’afasia letale. La macchina da presa di Noce si addossa ai personaggi, li insegue inscrivendoli nel tessuto connettivo del paesaggio urbano, reso con efficacia dall’impasto tra suoni reali e musica concreta, fino a proporre stranianti derive oniriche (che alludono ai sogni smarriti e alla disillusione immanente dei protagonisti), perdendosi però nei rivoli del senso compiuto del racconto con una generosità non sempre efficace per stile e misura. Uno sguardo nel panorama contemporaneo italiano indipendente è quello offerto dalle “Giornate degli Autori”. E qui il livello si è decisamente alzato. L’Amore e Basta di Stefano Consiglio è un documentario struggente che esplora tormento ed estasi di nove storie gay (anche al femminile) girate per l’Europa fino all’approdo in Sicilia, intervallate dalle animazioni di Ursula Ferrara e introdotte da Luca Zingaretti che legge un breve racconto di Aldo Nove (temi: il senso di colpa, il tradimento, la legittimità dei legami omosessuali e la delicata questione dell’adozione). Il tutto trattato senza retorica e con graffiante efficacia buona a suggerire la persistenza dell’emarginazione per la diversità sessuale, ancora qui e ora. Le parole e loro carnalità significante sono al centro dell’ultimo film della straordinaria filmmaker Marina Spada (quella di Come l’Ombra, rivelatosi proprio qui al Lido). Poesia che mi Guardi è una splendida docufiction che rievoca la figura della poetessa Antonia Pozzi morta suicida nel 1938 a soli 26 anni. Da milanese doc, la Spada sembra condurre le rigorose suggestioni di Antonioni anche in occasione di questo incrocio con la singolare personalità della Pozzi, presenza emblematica del Novecento, di cui si mostrano per la prima volta i filmati in 8mm girati dalla stessa e dal padre. Bastano alcune foto in bianco e nero e la dinamica appassionata della ricostruzione (per affinità elettive) a restituire identità poetica e umana a questa donna inquieta che amava la Natura e le periferie. Un lavoro di ricostruzione che s’intreccia a quello di Maria (Elena Ghiaurov), cineasta rimasta profondamente colpita dalla personalità della Pozzi fino a identificarsi con opere e giorni della poetessa. E’ la medesima suggestione che spinge un gruppo di studenti universitari a riempire i muri con sue citazioni. La Spada enuclea l’essenza della parabola umana della scrittrice, la sua appartenenza familiare alla borghesia milanese vissuta con senso d’inferiorità fino a procurarle traumi e disequilibri che progressivamente la spingono al gesto estremo. Il film è di un’intensità rimarchevole, purissimo e tagliente esempio di efficacia narrativa ed evocativa, trasudante ammonizioni ed emozioni. In una parola: straordinario. Altro bell’esempio di documentario è quello firmato da Paola Sangiovanni, Ragazze – La Vita Trema. Attraverso immagini d’archivio degli anni ’60 e ’70 e con l’ausilio delle voci di Maria Paola Fiorensoli, Liliana Ingargiola, Marina Pivetta e Alessandra Vanzi, si racconta del contrastato avvento del femminismo in una Roma rigurgitante e desiderosa di mutamenti epocali. Che l’Altra metà del Cielo abbia in quegli anni espresso tanta passione sociale e culturale forse l’avevamo dimenticato. A soccorrerci c’è, con piglio mai retorico, questo melange di testimonianze e riflessioni, alcune delle quali perennemente cogenti (toccante è il ricordo di uno stupro subito nell’adolescenza da parte di una delle narratrici) che lasciano spazio ad una lucida consapevolezza che inanella vittorie e sconfitte vissute come in un appassionante affresco, siglato dalle immagini struggenti del funerale di una vittima della repressione di allora, Giorgiana Masi, commentata dal dolente “Inverno” cantato dal sommo De Andrè. Era quella l’epoca dove il privato era sempre politico, assumendo su di sé il significato di una condivisione collettiva di valori. Chissà se questi echi di un’etica perduta non siano ancora utili. Certamente coinvolgenti ed evocativi sono quelli presenti nel documentario Citaen Blokadnuju Knigu (Reading Book of Blockade), realizzato da una delle firme registiche più importanti del panorama cinematografico mondiale, Aleksandr Sokurov, che dona rilievo a testimonianze di alcuni sopravvissuti (durante la Seconda Guerra Mondiale) ai novecento giorni del mitico assedio di Leningrado, traendo spunto dalle pagine di un libro risalente agli anni Sessanta di Daniel Granin e Ales Adamovich. E’ un’altra memorabile elegia sulla memoria che si fa carne e sangue, offrendosi all’ascolto a partire dallo spazio chiuso di uno studio, elaborata leggendo da un leggio, fino a prendere consistenza straordinariamente concreta. E il miracolo di un cinema rigorosissimo e fantasmatico, di una densità commovente che staglia parole come macigni, rivelando la prodigiosa identità di comuni testimoni di un’identità eroica, con l’acuta presenza della “Sinfonia n.7” detta di Leningrado di Dmitrij Dmitrievic Šostakovic composta proprio durante il decisivo assedio. Sokurov è anche uno degli autori dei testi del documentario di Elisabetta Sgarbi, Deserto Rosa – Luigi Ghiri (ambedue i film al Lido sono stati presentati in un’unica proiezione nella sezione “Orizzonti Eventi”) a cui si aggiungono i nomi di Diego Marani, Antonio Scurati, del critico d’arte Vittorio Sgarbi (fratello della regista). Tutti i testi sono letti da Toni Servillo, Andrea Renzi e Sabrina Colle (quest’ultimi due li ritroviamo danzanti al ritmo delle stagioni). Il lavoro della Sgarbi è la realizzazione, trasfigurata dalla propria acuta personalità del progetto incompiuto del fotografo Ghirri, emiliano come lei, intitolato una “casa delle stagioni”, intenzionato a trasformare un casolare situato nei pressi della sua abitazione di Roncocesi in uno spazio per mostre che potessero evocare lo scorrere delle stagioni, il tempo naturale delle cose mutato in presenza estetica. La fotografia del film si adegua a questo desiderio di trasfigurazione e di percezione del lato nascosto della Natura, mentre la regia punta sui tempi sospesi di un afflato che si fa metafisica riflessione sul vivere. Altra mutazione, attraverso i prodigi dell’elettronica, è quella offerta dall’indagine analitica di un dipinto da parte di Peter Greenaway in The Marriage (Orizzonti Eventi). L’artista - cineasta ci ha così raccontato, lasciando affiorare le sue elettroniche elaborazioni, la nascita del mirabile “Le nozze di Cana” di Paolo Veronese. Dal canto suo, uno dei più grandi documentaristi del nostro tempo, Frederick Wiseman, ha presentato La Danse – Le Ballet de l’Opéra di Paris (Orizzonti Eventi), un piccolo capolavoro di composizione che c’immette con leggerezza speciale dietro le quinte di uno dei più leggendari corpi di ballo del mondo. La camera esplora superfici e volumi raddoppiando la dinamica sublime delle performance durante le prove degli spettacoli, documentati per sette lunghe settimane fino alla messa in scena. Un’esperienza liberatoria e coinvolgente di cui siamo grati ai selezionatori di questo Festival. Di puntuale attualità è lo sconvolgente documentario diretto da Du Haibin e intitolato semplicemente 1428 (Orizzonti), titolo che segna l’orario del 12 maggio 2008 quando si è manifestata la furia distruttrice di quello che è passato alla storia delle catastrofi come il “Grande Terremoto del Sichuan”. Per rendersi conto dell’evento basti il dato che riguarda la città più colpita, Beichuan, dove sono state seppellite dalle macerie 70.000 persone nel giro di pochi secondi. Con pudore e senza compiacimenti, Habin svela l’orrore di un evento naturale, le sue apocalittiche conseguenze, come lo strazio implosivo delle famiglie che, dieci giorni dopo il fatto, si mettono alla ricerca dei loro cari. Seguiamo soprattutto le dolorose vicissitudini di un vagabondo, di un monaco e di un taoista visionario, immersi come i loro connazionali in una tragedia segnata, 210 giorni dopo il giorno fatale, dall’inverno pungente e regolata dalla speranza in una difficile ricostruzione che dovrebbe cancellare le alterazioni naturali condotte dall’uomo, incapace di amare sé stesso e il proprio ambiente, al punto da risvegliare gli Dei della Terra (come afferma in un passaggio il taoista visionario). Molto applaudito in Sala Grande è stato il documentario di Oliver Stone, South of the Border (Fuori Concorso). Gli applausi andavano soprattutto all’ingombrante e controverso personaggio di Hugo Chàvez, presidente del Venezuela che si è intrattenuto con il pubblico alla fine della proiezione. Un’operazione dal dubbio sapore agiografico (ricordiamo che Chàvez adotta metodi dittatoriali) come del resto risulta il film di Stone, un po’ ripiegato su sé stesso e impregnato di moralismo utopico. Proprio in chiusura di questo lungo percorso della 66° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica è giusto ricordare qualche altro documentario di produzione italiana. Sotto la guida registica di Guido Anzellotti e Francesco Del Grosso, la bella e brava Giovanna Mezzogiorno partecipa, attraverso questo Negli Occhi (Controcampo italiano), al percorso professionale e umano del padre Vittorio, morto troppo presto. Emoziona assistere al colloquio di memorie incrociate tra l’attrice e il grande regista teatrale Peter Brook (che ha diretto il compianto attore ne Il Mahabharata sia a teatro sia a cinema) mentre diverte l’arguta ironia esibita da Tatti Sanguineti nel raccontare un episodio risalente ai tempi de “La Piovra”. Il critico cinematografico Marco Spagnoli debutta alla regia con un ben articolato documentario, Hollywood sul Tevere (Controcampo italiano), ricostruzione puntuale e nostalgica dell’aureo periodo della Cinecittà impegnata a coprodurre, ospitandole, i giganteschi blockbuster d’antan come Cleopatra. E’ l’occasione per soffermarsi, tramite reperti dell’Archivio Luce, sulla qualità rilucente di star del calibro di Ava Gardner, Charlie Chaplin, Orson Welles, Kim Novak (per citarne alcune), riprese dietro le quinte durante i rispettivi soggiorni romani. Commentato dalle incalzanti musiche di Pivio e Aldo De Scalzi, le immagini lasciano spazio a rimpianti e a comparazioni imbarazzanti rispetto all’attuale andazzo, recuperando il sapore di un glamour che si nutriva di personalità originali. Attraverso Di me Cosa ne Sai – Inchiesta su un Grande Mistero Italiano (Giornate degli Autori), Valerio Jalongo pone degli interrogativi sulla morte del cinema in sala prendendo in esame la teledipendenza e le dinamiche infernali del sistema pubblicitario recuperando reperti preziosi, come quelli che mostrano l’indignazione di Fellini contrario agli spot che interrompevano i film in tv nell’era berlusconiana assieme alla storia di Felice Farina e del suo film dolorosamente salvato dal fallimento della casa produttrice e terminato a proprie spese. Tra interviste e sequenze di teche, ecco un viaggio esemplare attraverso l’Italia (terra di visionari e voyeur) degli ultimi trent’anni fino all’espansione dei Multiplex dove il film si trasforma in oggetto di consumo all’interno di un circuito sempre più livellato alle misure del Mid-cult. Tutto il male generato dalla Mediaset way of life (un autentico, mostruoso blob che ha contagiato tv pubblica, giornali e opinione pubblica) lo racconta con arguta ironia Erik Gandini in Videocracy (Giornate degli Autori in collaborazione con la SIC) divenuto al Lido un vero e proprio caso mediatico, salutato da una pioggia di applausi in sala. La sensazione inquietante provocata dai nuovi mostri qui si raddoppia rispetto a quella rilevabile nel fluxus televisivo con un impressionante effetto di straniamento che conduce allo sconforto. Per concludere, ricordiamo il bel documentario di Mario Canale & Annarosa Morri intitolato Vittorio D., suddiviso in quattro capitoli che ripercorrono, attraverso testimonianze e frammenti in bianco e nero, la prorompente personalità di Vittorio De Sica, le sue sregolatezze e i suoi calembour artistici ed esistenziali, animati tutti dalla passione per quel gioco d’azzardo che per lui era una metafora del vivere e dell’operare. Tra le tanti frase ascoltate sugli schermi di questa edizione del Festival ci piace citare, in conclusione, quella disinvolta e ammonitoria del grande John Landis intervistato per Vittorio D. che sbotta: “I giovani di oggi non sanno un cazzo di cinema perché non hanno visto Ladri di Biciclette”. Punto e basta.

© 2009 reVision, Francesco Puma