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65. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica




Per parafrasare il titolo dell’ormai lontano esordio di Olmi il grande, anche quest’anno a Venezia il tempo non si è fermato. E non parliamo di quello meteorologico che ha concesso la tiepida stabilità necessaria alla suggestione sufficientemente malinconica del Lido, ma del kronos interiore spesso insufficiente a sopportare le sollecitazioni degli effluvi di immagini, nel corso dei febbrili dodici giorni della 65° Mostra, mentre sempre più arditi salti temporali ci proiettano indietro, al futuro passato del cinema in retrospettiva o al passato futuro dei film che vorrebbero guardare avanti e non ci riescono. Nel caos temporale, denunciante un presente gonfio d’incertezza, ci siamo agganciati alle sicurezze estetiche (e non) degli immarcescibili maestri riconosciuti. Proprio ad Ermanno Olmi e alla sua magnifica poetica è stata dedicata una retrospettiva: Lunga Vita alla Signora!, sguardo lucidamente disincantato sull’opulenza che gira a vuoto (Leone d’Argento 1987); La Leggenda del Santo Bevitore, magica trasposizione da un Joseph Roth a colloquio col fantasma stesso della Morte e con la tentazione della Resurrezione, recante la firma da sceneggiatore del grande Tullio Kezich (Leone d’Oro 1988); e poi la favolistica intrusione nel Mito buzzatiano de Il Segreto del Bosco Vecchio (con uno strepitoso Paolo Villaggio), le incertezze ai tempi del Boom de Il Posto, la metropoli rivissuta dall’intelligente palpito di un professore de mezza età di Durante l’Estate, l’analitica disamina del lavoro come rischio calcolato de I Recuperanti, il materico biopic sul Papa buono di E Venne un Uomo, la ricerca dell’azione e dell’emozione primarie di Genesi. La Creazione e il Diluvio. Sono tutte tappe dell’esemplare carriera di uno dei cineasti più concreti, emotivamente ed intellettualmente partecipi che il nostro cinema abbia mai avuto. Rappresentando, con olimpico distacco e con ispirato rigore, i contrasti tra le zone morte e quelle vive della nostra società in decadenza. Olmi ha compiuto il miracolo di restituirci in una dimensione che ancora ci appare vibrante e moderna la lingua del dialetto proveniente dalle sue terre originarie, i gesti e le parole all’orizzonte dell’universo contadino, la sincerità ed intensità speciali dei suoi attori occasionali, il minimalismo epico delle sue storie così astratte e così concrete. Di questo Bresson bergamasco, dei suoi messaggi tendenziosissimi dispiegati da cattolico sapienziale, non abbiamo saputo farne a meno. Ed è una sorpresa vederlo sul palco ricevere il Leone alla carriera dalle mani ben più naïve dello spiritoso Adriano Celentano, lo stesso dei "24.000 baci" che spezzano il silenzio rarefatto durante la costruzione della diga dell’Adamello de Il Tempo si è Fermato. Olmi che tiene testa alle simpatiche provocazioni del Mollegiato è un live show da Rockpolitik, sigla dell’incrocio forse ancora possibile tra Alto e Basso, tra Sublime ed Effimero, tra poeti e canzonettari. Di questo il Festival ci ha parlato, quest’anno, attraverso l’esempio del sospirato (dai fans) recupero di Yuppi Du, eccentrico musical diretto e interpretato da Celentano divo, con la sua Laguna invadente protagonista di un surreale delirio intorno alle vicende dei salvati dalle acque Felice Della Pietà (Adriano con la sua scimmiesca maschera) e quella antica, finta suicida (una fantasmatica, diafana Charlotte Rampling) alle prese coi consueti temi celentaneschi dei trenta piani incombenti, del denaro corrotto, della felicità possibile a patto di aderire alle impervie leggi del Buon Selvaggio. Restituito alle coloriture dense di Alfio Contini, Yuppi Du si segnala come esemplare anomalo di una via italiana, ideologicamente ed esteticamente votata all’eccesso, del cinema di genere.

Genere che quest’anno a Venezia, a seguire i poliziotteschi e gli erotici pecorecci benedetti da Tarantino, è il musicarello. E allora, dal ragazzo della via Gluck a Mr. Volare il passo è breve. Ma quando si parla di Domenico Modugno, la qualifica di geniaccio del popolare e sempiterno sound diventa un obbligo: due gli eventi proposti a segnalare il non banale rilievo di ciò che merita di essere recuperato. L’aria di musical all’italiana l’abbiamo respirata con due pezzi fuori concorso, Tutto è Musica e Nel Blu Dipinto di Blu (Volare), protagonista il Mimmo nazionale, che fu pure regista del primo affiancati dal film di chiusura Orfeo 9 di Tito Schipa Jr. Restaurato con il contributo della Cineteca Nazionale, Tutto è Musica è una splendida sintesi del talento immenso di Modugno, la visualizzazione destrutturata ad arte delle sue colorate canzoni, in un film sceneggiato da lui stesso insieme al suo paroliere Franco Migliacci, con la collaborazione di Tonino Valerii, che figura anche nelle vesti di aiuto–regista. Modugno "cineasta" vola alto, in sintonia col suo motivo più celebre, "Volare", guardando a Fellini e a De Seta. Un megavideoclip ante litteram che vivifica parole e musiche indimenticabili e struggenti, come il sempreverde "Vecchio frack" incastonato nella cornice notturna del Campidoglio, dalla mitica scalinata per una ronde alla Ophüls che si conclude malinconicamente con l'inquadratura del letto del fiume che trascina sia il frack che il bastone. Le note di "Selene Twist" accompagnano una coppia di barboni mentre lui suona la trombetta e lei predice il futuro. C’è pure la spiaggia deserta che allora come oggi fa molto Fellini, e il richiamo onirico-erotico di splendide fanciulle ad animare la scena. Commovente è l’episodio del "Cavallo cieco della miniera" e quello de "Lu pisci spada", il cui taglio documentaristico fa venire in mente il Visconti di La Terra Trema e i documentari di Vittorio De Seta. Divertentissimi Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nel brano ispirato alla leggenda delle sirene con il primo imparruccato biondo e ossigenato con figli a carico. Altri grandi pezzi, quello del carcerato tratto da Salvatore Di Giacomo. Con la commovente "Ciao, ciao bambina", che chiude questo splendido omaggio ai suoni della vita, al Sud verace, alla magia della musica, come un incantevole acquerello che restituisce il gusto del cinema liberato dal gioco del tutto tondo, mantenendo il tono nazional–popolare come nella scena del cielo pieno di palloncini sulle note di "Volare". Che Modugno tendesse al melodramma lo sottolinea l'altro film del doveroso omaggio, Nel Blu Dipinto di Blu (Volare), diretto da Piero Tellini (aiuto regista di Zampa, Lattuada, Eduardo De Filippo e sceneggiatore per Mario Bonnard e Blasetti) e scritto, oltre che dallo stesso regista, da Cesare Zavattini e Ettore Scola. Toni amarognoli per descrivere con dovuta partecipazione un campionario umano ai margini della società e della legalità, aderendo ai dogmi zavattiniani ed evitando le trappole del musicarello. Vediamo all’uopo un gigantesco Vittorio De Sica che impersona, con il suo indistinguibile aplomb, un imbroglione gentiluomo interpretando la canzone del titolo in una memorabile sequenza d’osteria e accompagnato alla chitarra dallo stesso Modugno. Siamo nel 1959, l'Italia in trasformazione è ben dipinta in questa vicenda del giovane siciliano Modugno che fa il posteggiatore in osteria lasciandosi poi coinvolgere, come palo, nella rapina ad una gioielleria foriera di colpi di scena. Figure femminili sono la cameriera impersonata da Arianna, innamorata di Turi La Rosa (si chiama così il personaggio di Mister Volare) e una prorompente e molto gelosa Giovanna Ralli, come Assuntina, che lo accompagna nel suo girovagare. L’altro musical, Orfeo 9 (1973) conferma le doti del cantautore Tito Schipa Jr che, cresciuto tra l'America e l'Italia, sviluppò un interesse per il concept–album concretizzatosi nella stesura di opere che hanno radici nel folk–rock recuperando modernamente il melodramma. In questa occasione, per evocare il mito di Orfeo e Euridice, lo scenario diviene quello di un'antica chiesa sconsacrata (alcuni passaggi stranianti mostrano la sala d'incisione dove figura tra i narratori una bellissima Loredana Bertè agli esordi), dove lo stesso Schipa Jr interpreta il ruolo principale ed uno dei personaggi viene affidato al giovane ed eccentrico Renato Zero, mentre la strumentazione e direzione d'orchestra figura coordinata dall'americano Bill Conti, il compositore di Rocky.

Seguendo il filo della retrospettiva non ci resta che soffermarci sulle interessanti e preziose proposte di "Questi fantasmi: cinema italiano ritrovato (1946 – 1975)", rassegna curata con impegno e passione da Tatti Sanguineti e Sergio Toffetti: una ghiotta panoramica che ci ha ristorato e, qualche volta, alleviato il peso di tanta contemporaneità durante i giorni del Festival. Sono chicche capaci di riportare alla luce i registi dimenticati, come l'austriaco Max Neufeld, diventato popolare per le commedie dei "Telefoni Bianchi" che nel 1946, mentre infuriava il Neorealismo, realizzò Un Uomo Ritorna, un capolavoro drammatico sugli effetti devastanti della guerra. Una pellicola allora controversa che oggi resuscita grazie al recupero della Ripley's Home Video (procuratevi il DVD appena pubblicato, è uno dei film più toccanti di quegli anni), supportata dall’immensa interpretazione di Gino Cervi nel ruolo di Sergio, ex - direttore di una centrale elettrica che, terminata la guerra, fa rientro a casa accorgendosi che le macerie hanno distrutto la sua famiglia. Se la madre e uno dei fratelli hanno saputo resistere, l'altro fratello vive con la borsa nera, mentre la sorella è diventata una prostituta, ambedue ospitati da una giovane vedova che Sergio ha amato prima della guerra, interpretata con straordinaria aderenza da Anna Magnani, allora reduce dal successo di Roma Città Aperta. Un dramma doloroso e potente di lacerazioni morali e materiali, dove la speranza è l'ultima a morire nel confortante sguardo tagliente dell’indimenticabile Cervi.
Abbiamo dimenticato anche Giorgio Bianchi, uno di quegli artigiani sopraffini specializzatosi in gustose satire e commedie sempre ben ritmate. Nel 1948 diresse un poderoso dramma con sconfinature nel giallo, servendosi di un’esemplare sceneggiatura scritta per l'occasione dal drammaturgo Aldo De Benedetti: Una Lettera all’Alba, classico recuperato, interpretato da un convincente Fosco Giachetti nel ruolo di un uomo che si ritrova, da un momento all'altro, padre di un figlio mai conosciuto, arrivando poi a seguirlo quando il giovane diventa spacciatore di droga. Un Bianchi sorprendente parente del Pietro Germi di Gioventù Perduta. E poi c’è la dovuta attenzione per Luigi Zampa, presente con Anni Difficili (1947) e Processo alla Città (1952). Splendida satira sul fascismo, il primo segna l'inizio della collaborazione tra il regista e lo scrittore catanese Vitaliano Brancati. Derivato dal romanzo "Il vecchio con gli stivali", il film segue la vicenda di un travet, magnificamente incarnato da Umberto Spadaro, costretto ad aderire al partito per volere del sindaco e soprattutto per non perdere il posto. Da segnalare nel cast la presenza di Odette Bedogni, futura Delia Scala. La fedele ricostruzione di una Napoli dei primi del secolo scorso dà il tono alla drammatica ricostruzione di due omicidi camorristici in Processo alla Città, con la bella prova d'attore di Amedeo Nazzari nella parte del giudice affrancato da uno dei migliori cast italiani dell'epoca, come ad esempio, Silvana Pampanini, il sublime Paolo Stoppa, Mariella Lotti, Franco Interlenghi, Dante Maggio, Eduardo Ciannelli e Tina Pica, fra gli altri.
Un'altra drammatica e coinvolgente vicenda ambientata alla fine della Seconda guerra mondiale è quella raccontata da Mario Bonnard in La Città Dolente (1949), quando Pola cadde sotto il governo jugoslavo. Luigi Tosi interpreta qui un ingenuo operaio che messosi in fuga con moglie e figlio per giungere in Italia, muore tragicamente mentre i suoi riescono a varcare il confine. La collaborazione alla sceneggiatura è di Aldo De Benedetti e Federico Fellini. Molto commovente risulta ancora Il Grido della Terra (1948), diretto con un interessante taglio documentaristico da Duilio Coletti, con un respiro epico che merita una lode. Lo scenario che descrive è quello della Palestina del dopoguerra nel narrare la fuga di un professore e di una giovane donna che si aggregano ad un gruppo di ebrei riusciti ad evadere da un campo di concentramento in Italia ed in marcia verso la Terra Promessa per raggiungere il figlio del protagonista fidanzato con la ragazza. Pietas e pathos, con digressioni agresti ed un finale col giovane ritrovato e poi fucilato. E' un film di immagini forti e dense che si caricano di significati simbolici sorretto da un buon ritmo narrativo. C’è anche spazio per gli attori-registi come Claudio Gora, passato dietro la macchina da presa nel 1949 con Il Cielo è Rosso: ancora una volta la storia di un giovane che perde i genitori in un bombardamento durante l'ultima guerra, diventando amico di altri tre "vinti" come lui, un ladro, una prostituta e una ragazza malata di tubercolosi. E ricordiamo due regie di Vittorio Caprioli, il disincantato Leoni al Sole (1961) e il sorprendente ed arguto Parigi o Cara (1962) con l’impagabile mattatrice Franca Valeri (a suo tempo sposata con lui), qui prostituta abruzzese che vivendo a Roma sogna Parigi. Una ben ritrovata regia di Luciano Salce è La Cuccagna (1962), una commedia dove si respira aria di Nouvelle Vague, con la meteora Donatella Turri ed uno ieratico Luigi Tenco, giovane ribelle che (guarda caso!) medita il suicidio sulla spiaggia. Una splendida fotografia in bianco e nero di Aldo Tonti c'immerge invece nella Venezia di Agostino (1962), dove Mauro Bolognini mostra la propria verve di calligrafico con una vena critica, esibendo finezze narrative nell'intrecciare i risvolti psicologici del breve romanzo di Alberto Moravia (adattato con grande fedeltà da Goffredo Parise) sconfinati nella crudeltà e nella ambiguità. Un film per l'epoca assai coraggioso per l’esibizione del tema edipico foriero di traumi sessuali e per come racconta il retrogusto doloroso del passaggio dall'età adolescenziale a quella adulta. Altro recupero interessante è La Bella di Lodi (1963) del Mario Missiroli regista teatrale che esordisce dietro la macchina da presa con questa trasposizione del surreale romanzo omonimo di Alberto Arbasino sceneggiato dallo stesso in coppia con il neo–regista. Interprete una Stefania Sandrelli (doppiata da Adriana Asti), bellissima e ricca, rampante ed intraprendente industriale del Boom che vive una burrascosa storia d'amore con un meccanico senza scrupoli. Le spiagge della Versilia, l'Autostrada del Sole e i motel che furono sono lo sfondo di questo curioso esperimento che fonde teatro, letteratura e cinema con originali ellissi ed una algidità quasi fassbinderiana. Ricordiamo il meritevole restauro de I Mostri (1963) con l'aggiunta di due episodi in più, e Un Mondo Nuovo (1965), un film che mostra la giovinezza spirituale di Vittorio De Sica nel dipingere, complice il fedele Zavattini, il mondo dei giovani prima dell'avvento del Sessantotto. Nostra Signora dei Turchi (1968) di Carmelo Bene, barocco e geniale, mostra il talento visionario del David Lynch italiano, deliziandoci con monologhi tra i più belli mai sentiti a cinema concedendosi pure il vezzo di un misticismo rappreso e coinvolgente. E' stato anche proiettato un raro film di Mario Monicelli, Tò, è Morta la Nonna! (1969), con Wanda Capodaglio titolare di una fabbrica di insetticidi che muore fulminata dalla corrente elettrica, incidente inscenato dal marito impersonato da Sergio Tofano. I parenti serpenti si tuffano a capofitto sull'eredità eliminandosi a vicenda. Solo il giovane nipote contestatore Carlo Alberto (Raymond Lovelock), intrattiene un disinteressato colloquio con lo spirito della nonna e, grazie ai suoi consigli derivati dalle massime di Mao, finirà per trovarsi padrone dell'azienda a produrre anziché bombolette delle vere e proprie bombe suggello di una goffa ideologia rivoluzionaria. Si tratta di una imprevedibile commedia del grande Monicelli che muove la macchina da presa alla Cassavetes delineando con tonalità grottesche il ritratto di una famiglia in nero.

Al Lido, Monicelli è stato il protagonista anche di un documentario nuovo di zecca presentato fuori concorso: Vicino al Colosseo c'è Monti, rapida e divertente incursione in un famoso quartiere di Roma dove si vede lo stesso regista seduto dal barbiere ad infiorettare considerazioni col suo caratteristico humour di novantenne amabilmente burbero. Passando per l’abitazione situata in Via dei Serpenti N.29, dove c'è un gelataio famoso per la sua Stracciatella, il docufilm rileva personaggi e ambienti di una vita di quartiere ormai anacronistica. Monicelli si mostra forte come una roccia sulla scia del coetaneo Manoel de Oliveira e si mette in gioco in prima persona con intelligenza ed ironia. A proposito dell’impareggiabile portoghese, nell’augurargli tutto il bene possibile per i suoi cento anni (che compirà l'11 dicembre), rammentiamo la presenza di tre suoi cortometraggi: Romance de Vila do Conde e O Vitral e a Santa Morta prendono le mosse dalle poesie di José Régio, o meglio dalla sua casa dove si trovavano custoditi i quadri del fratello Júlio, con la voce recitante dell'attore feticcio Ricardo Trepa. I due lavori, girati tra il 1958 e il 1959, fanno parte di un film mai realizzato e sono stati trasformati in due cortometraggi legati da un unico tema. Ad apertura della Mostra abbiamo invece visto Do Visível ao Invisível – Dal Visibile all'Invisibile, facente parte di un work in progress intitolato Mondo Invisibile, che si interroga sugli enigmi dell’incomunicabilità qui e ora. La piccola storia si svolge in Brasile nel quartiere di São Paulo: all’inizio viene mostrato l’esemplare caos cittadino mentre vediamo incontrarsi l'attore Ricardo Trepa e il brasiliano Leon Cakoff (direttore della Mostra Internazionale del Cinema di São Paulo che produce il corto insieme all'altro direttore Renata de Almeida). I due tentano di comunicare fra di loro ma vengono continuamente interrotti dagli squilli dei loro cellulari. Così l'unico modo per conversare diviene quello di telefonarsi a vicenda. L'ironia tagliente di de Oliveira fa così centro ancora una volta. Non è un caso che questo corto sia stato abbinato con il nuovo divertimento d'autore firmato da Joel e Ethan Coen, Burn after Reading, che ipotizza l’universo idiota delle spie. Una commedia tinta di nero, dove non manca il cadavere di turno (non diciamo chi è per non guastare la sorpresa), ma dove le risate sono assicurate da una sceneggiatura fresca, piena di ritmo e con un cast tutto all'altezza. Anche il grande Takeshi Kitano ci ha regalato del puro divertimento con il suo ultimo splendido Akires to Kame (Achilles and the Tortoise), dove emerge non solo il grande cineasta che conosciamo (e che ultimamente abbiamo visto esprimersi in piena libertà creativa) ma anche il pittore che vorremmo conoscere di più. I quadri, sono tutti dello stesso Kitano che interpreta il personaggio di Machisu, pittore giunto alla maturità con un blocco creativo che lo costringe a copiare lo stile degli altri avendone smarrito il proprio. La ricerca dissennata dell'ispirazione lo spinge verso la morte quando si fa immergere dalla moglie la testa nella vasca da bagno finendo poi in ospedale. Come al solito Kitano fonde mirabilmente la pittura e il cinema, mescola commedia e tragedia mostrando, lui sì, un talento esemplare. Abbiamo visto Beat Kateshi partecipare come attore al fantascientifico e divertente Minoru Kawasaki fuori concorso, Guilala no Gyakushi / Summit Kiki Ippatsu. Delirante ed eccentrico, Kawasaki è diventato in patria un regista di culto per i suoi film che resuscitano in maniera artigianale mostri alla Godzilla. In questa occasione, a sputare fuoco sulla città di Sapporo c’è Guilala (inventato per la prima volta nel 1967 e adesso riportato in vita), durante un summit del G8. Kitano interpreta una divinità dorata che si anima nel finale per distruggere il mostro dopo il fallimento bellico degli eserciti regolari. A parte le fumettistiche derive di Kawasaki, la guerra con tutti i suoi drammatici riflessi è stata al centro del ritorno alla regia di Kathryn Bigelow, The Hurt Locker. La regista ritrova la puntuta limpidezza dei suoi esordi per parlarci della guerra in Iraq (una costante del cinema americano nelle ultime stagioni), girando con lucidità e secchezza e gettando la macchina da presa direttamente sul campo per narrare le gesta di un gruppo di militari specializzati nel disinnescare le armi mentre il combattimento è in corso. Ne viene fuori un film serrato e potente, che sembra un omaggio ad Howard Hawks e Samuel Fuller, con sequenze di autentica guerriglia che si stagliano nella memoria segnalandoci la concretezza straziata di ogni dolore umano: il suo è uno dei capolavori della Mostra di quest'anno. E’ invece la Russia della Guerra Fredda ad essere al centro di Bumazhhyi Soldat (Paper Soldier) che si è portato a casa l'Osella per la migliore fotografia attribuita ad Alisher Khamidhodjaev e Maxim Drozdov e il Leone d'Argento per la migliore regia ad Aleksej German Jr. Forse è sembrato un po' troppo per questo film ambientato nel 1961 che racconta di un ufficiale medico ritrovatosi nel Kazakistan ad occuparsi della prima compagnia sovietica di cosmonauti. Il suo altalenante patriottismo (come il suo essere diviso tra due la moglie e l'amante) lo porterà ad un altro bivio in occasione della morte di uno dei cadetti. Ma il vero pugno allo stomaco arriva con l’indispensabile documentario di Avi Mograbi Z32 (in Orizzonti). L'orrore della guerra in Israele inquadrato dalla prospettiva di una abitazione dove si trovano a conversare un ex - soldato israeliano e la sua ragazza. Durante una rappresaglia il giovane ha ucciso due poliziotti palestinesi e per questo chiede perdono direttamente alla fidanzata. Il conflitto Israele – Palestina assume così i contorni emblematicamente dolorosi di una confessione impietosa, col volto dei due giovani coperto da maschere animate in digitale che via via diventano più evidenti come il dolore che li avvolge. Un documentario che si trasforma in musical, a segnare le residue possibilità liriche all’interno di un microcosmo atrocemente segnato.

Una struggente riflessione sul futuro ce la offre una delle figure più complesse ed affascinanti del cinema d'animazione giapponese, Mamoru Oshii con il suo ultimo The Sky Crawlers, passato in concorso. Con un intenso gusto filosofico si narra di un mondo immaginario che ha cancellato ogni tipo di guerra. Ma ecco che la tv inizia a produrre show dove compagnie militari private arruolano dei piloti da caccia che non invecchiano mai rimanendo eterni fanciulli poiché la morte può coglierli solo in battaglia. Una emozionante parabola animata sulla seduzione bellica e quella dei media. Ed in concorso c’era anche la leggenda Hayao Miyazaki con il suo nuovo capolavoro d'animazione, Gake no Ue no Ponyo (Ponyo on the Cliff by the Sea), una sorta di favola esemplare. Ponyo, tenera pesciolina rossa dal volto umano, finisce un bel giorno incastrata in un vasetto di marmellata, tratta poi in salvo dal piccolo Sosuke che abita in una casa in cima ad una scogliera e col quale legano immediatamente. Nel suo tentativo di trasformarsi in umano, Ponyo libera l'Acqua della Vita nell'oceano, scatenando un tifone che avvolge il villaggio fino alla casa di Sosuke e della madre. L'amore per la Natura e quello per gli esseri umani non sempre risultano conciliabili ci ammonisce Miyazaki utilizzando mirabilmente la tecnica acquerellata che dà vigore e consistenza cromatica a splendide idee visive come quella che vede le sorelle di Ponyo trasformate in enormi onde avvolgenti a forma di pesce. E' impossibile non commuoversi di fronte a questa straordinaria favola per tutti che indaga sulle alterne vicissitudini dell’umano colloquio con le profondità nascoste dei legami e delle pulsioni, un teorema sorretto dalla lirica colonna sonora di Joe Hisaishi il cui zenith è una meravigliosa, memorabile canzoncina in chiusura del film. Peccato che Miyazaki sia stato ignorato dalla giuria: del resto lo è stato anche Jonathan Demme col suo ultimo capolavoro Rachel Getting Married, uno dei due film da noi prediletti in questa edizione. Demme è un cineasta sublime, capace di dare anima concreta e palpabile ad una stanza illuminata dal sole, al suono di un violino e ai dettagli delle espressioni dei suoi attori. Partendo da una sceneggiatura scritta dall'esordiente Jenny Lumet (figlia del grande Sidney), Demme tratteggia con minuziose sfumature il complesso e drammatico personaggio di Kym, una adolescente che sta cercando di riscattarsi da una crisi esistenziale, interpretata con splendida naturalezza da Anna Hathaway. Con un respiro narrativo alla Altman e un gusto per la flagranza alla Cassavetes, il regista ci regala sequenze di scene girate all'interno del nucleo familiare tra le più belle e dolorose del cinema americano degli ultimi anni. Demme filma la musica dal vivo, lunghe sequenze dai dialoghi serrati e taglienti: la sua è una regia assolutamente realistica ed anticonvenzionale in cui egli fa tesoro della lunga militanza come documentarista. Non manca il cameo dell’amico Roger Corman e il ritorno su grande schermo della leggendaria Debra Winger, davvero emozionante.

L'altro da noi preferito ha conquistato il Leone d'Oro. Stiamo parlando di The Wrestler di Darren Aronofsky, con la gigantesca interpretazione del ritrovato Mickey Rourke. E’ il dolente ritratto di un solitario, ex – campione di wrestling deciso a non arrendersi e a continuare a combattere su piccoli ring. Egli gioca fino all’estremo col proprio destino finché un infarto non lo costringe a fare un passo indietro, a trovare lavoro in un negozio di alimentari. Il film che può essere letto come il ritratto di due corpi d’attori segnati dal tempo, quello di Rourke e quello dell’ultra-quarantenne Marisa Tomei, qui spogliarellista in un night–club. E c’è poi la straordinaria tensione del rapporto ritrovato con la figlia (la bravissima Evan Rachel Wood), o meglio col suo tentativo, mentre Aronofsky riprende Rourke spesse volte di spalle regalandoci una memorabile sequenza: la sua entrata nel negozio di alimentari come se quella fosse la soglia di un ring. E’ una pellicola imbevuta di rock anni '80, contraddistinta da una struggente ballata di Bruce Springsteen scritta per l’occasione e che chiude in bellezza il rientro trionfale di un attore, il cui meritato nuovo trionfo, dopo anni di vicissitudini autolesionistiche, commuove non poco.
Ci è piaciuto anche The Burning Plain, il film che segna il debutto dietro la macchina da presa dello sceneggiatore Guillermo Arriaga, visualizzazione densa ed emblematica del rapporto tra individui e paesaggio. Ed ecco l’occhio che viaggia lungo le vaste pianure del Nuovo Messico passando attraverso le algide scogliere dell'Oregon fino ai campi coltivati nel Messico settentrionale. Una geografia che si carica di sentimenti umanamente e dolorosamente estremi, dove il senso di colpa raggela i contorni di una vicenda che oscilla tra un passato di cogenti rivelazioni e un presente di traumi aggrovigliati da espiare. La promettente Jennifer Lawrence, per questo film, si è aggiudicata il premio Mastroianni come attrice emergente e se lo merita. A brillare sono l'ancora splendida Kim Basinger e la statuaria, magnifica Charlize Theron che non sfigurava sul red carpet mentre ad intervistarla era la brava Marina Fabbri, che tutte le sere conduceva lo special su RaiSat Extra, alternandosi con Italo Moscati.
Un altro sguardo acuto e necessario sulla contemporaneità ce lo ha offerto Amir Naderi, un iraniano che vive in America, con Vegas: Based on a True Story. Ambientato nei sobborghi di Los Angeles, il film fotografa la quotidianità di una coppia di operai e del loro figlio dodicenne alle prese con uno sconosciuto interessato alla loro casa. Una radiografia umana di un microcosmo familiare che si trova a doversi confrontare con l'ossessione dei soldi e della "roba". Con uno stile intelligentemente sperimentale, già rilevabile nelle opere precedenti che lo hanno posto all'attenzione dei critici e dei Festival, Naderi questa volta si confronta anche con la narrazione tradizionale con un occhio ai classici di una volta. Le luci al neon di Las Vegas diventano l’iconico emblema metropolitano dei sogni più avidi del presente sviluppo senza progresso.

Spostando l’asse sulle coordinate dello stato di Pernambuco in Brasile scopriamo la drammatica vicenda di Puisque Nous Sommes Nés di Jean-Pierre Duret e Andréa Santana (sezione Orizzonti). E’ la storia di due ragazzi e della loro ricerca di un posto nel mondo: uno vive dentro un vecchio camion vicino una stazione di servizio, l'altro in una favela da dove sogna di fuggire. Un flagrante taglio documentaristico conferisce spessore alle aspirazioni dei due adolescenti e il desolante paesaggio urbano di una stazione di servizio diventa il cuore di una vicenda intima che lascia poco spazio ad ogni speranza di fuga.
Il documentarista Ross McElwee con il bel In Paraguay (sezione Orizzonti) mette in evidenza una personale esperienza familiare, dopo averne raccontate altre, con intimo spessore. In questa occasione la famiglia McElwee parte per il Paraguay ad adottare Mariah (una fragile neonata mal nutrita la cui tenera presenza anima la scena) allo scopo di dare una sorellina al loro figlio. La corrosiva burocrazia del paese blocca il nucleo protagonista costringendolo a fare i conti con la povertà estrema di baraccati che, nonostante le loro condizioni, non hanno perso il sorriso. Il film è tratteggiato con mano delicata come il sorriso della piccola Mariah in attesa di spiccare il volo. In un altro documentario, Los Herederos (visto in Orizzonti), il regista Eugenio Polgovsky racconta la sopravvivenza dei bambini in Messico costretti già in tenera età ad affrontare il duro lavoro dei campi. E’ il ritratto di una condizione umana annichilente e scandalosa capace di segnare il destino d’intere generazioni.
Il regista Gianfranco Rosi s'inoltra in una terra di nessuno situata a 40 metri sotto il livello del mare mentre una base militare in disuso si staglia a 250 chilometri a Sud Est di Los Angeles: questo accade in Below Sea Level (visto in Orizzonti), sequenza di piccole storie di derelitti che vivono accampati nelle roulotte. La splendida Emmanuele Béart (attrice europea bella ed impegnata come poche) risulta protagonista straordinaria di Vinyan (Fuori concorso), una pellicola visivamente originale diretta da Fabrice du Welz. Una coppia si trova in Thailandia traumatizzata dalla dolorosa perdita del figlio, durante lo tsunami dell'anno 2005. Il corpo del giovane non è stato mai trovato e dunque ogni speranza è ancora lecita. E' soprattutto la madre interpretata dalla Bèart che non demorde, aggrappandosi alle visioni e ad un sentire che assume connotati esoterici, quando lei si avventura in una giungla travolta dal maremoto dove si pratica il culto dello spirito dei morti.

Cambiando genere, parliamo di una regista francese che ci sta molto a cuore, Claire Denis: il suo ultimo 35 Rhums (Fuori concorso) lo possiamo inserire nella lista dei più intensi visti in vetrina. La sua Parigi ritratta con amorevole sintesi è una metropoli intima, periferica, multirazziale, i cui negozi sono privi d’insegne luminose. La Denis riesce a far vibrare i silenzi utilizzando toni sommessi, utili ad intagliare il rapporto tra un padre vedovo e sua figlia. Ogni dettaglio viene evidenziato con cura, mentre il nostro sguardo viene catturato dal labirintico scenario di un condominio non frequentato, dai vicoli bagnati dalla pioggia, da silenziosi viaggi in treno. Un film di sfumature sottili animato dalla sincerità di uno stile registico che sa farsi unico e inconfondibile. Un monumento del cinema francese, Agnés Varda, si restituisce nello struggente ed insieme ironico autoritratto, Les Plages d'Agnès (Fuori concorso): quelle malinconiche ed invernali sono le spiagge della sua memoria che aprono prospettive di libertà creativa e di fantasie meravigliose. Ripercorriamo così i suoi esordi come fotografa di scena a cineasta della Nouvelle Vague: frammenti dei suoi film s'intervallano ai viaggi compiuti a Cuba, in Cina e negli Stati Uniti, raccontando il sodalizio con Jacques Demy a contrasto con una delle sequenze più commoventi: le lacrime da lei versate sulla tomba del marito ed il ricordo bruciante che dà consistenza alla qualità di una esperienza umana capace di mutarsi in cinema purissimo.
Con una limpidezza di linguaggio che fonde mirabilmente immagini e parole, il regista Jia Zhang-ke ci ha regalato fuori concorso un vero e proprio poema visivo di una ventina di minuti, Heshang de Aiqing (Cry me a River): un estatico sguardo posato sui canali che attraversano una città appartenente ad una antica cultura, sul giardino botanico che accoglie due coppie di ex – amanti ritrovatesi un anno dopo per una commovente riflessione sul tempo passato, la giovinezza, l'amore perduto e quello ritrovato, una lezione che ricalca criticamente quella del grande Ozu.
Ricordiamo il film che ci è piaciuto di più della Settimana Internazionale della Critica di quest'anno: $e11.ou7! - Sell Out! del regista malese Yeo Joon Han, splendidamente in linea con lo spirito dei nostri tempi svuotati. Una multinazionale che produce elettrodomestici e programmi televisivi, una conduttrice che diventa famosa per un programma che specula sulla morte altrui cogliendola sul fatto: il tutto in forma di musical venato di notevoli sfumature rock e pop. Delle Giornate degli Autori ricordiamo invece l'affettuoso ritratto di una bambina ambientato nella Parigi del 1977, Stella di Sylvie Verheyde; il polacco Rysa – Scratch di Michael Rosa, dove i riflessi sociali e privati del comunismo affiorano nella vita di una coppia di sessantenni a Cracovia; e poi la commedia d'esordio del produttore di Full Monty, Uberto Pasolini, Machan, che racconta con toni ora divertenti e ora malinconici di un gruppo di 23 cingalesi impegnati ad ottenere un visto per cercare nuove possibilità di vita in Baviera fino a spacciarsi per una squadra di pallamano dello Sri Lanka. Nella stessa sezione abbiamo notato un thriller affogato nella fredda Slovenia, Pokrajina Št.2 – Landscape N° 2 diretto da Vinko Mödermdorfer. Storia di due ladruncoli intrufolatosi a rubare un quadro nella residenza di un ex alto ufficiale della nomenclatura di Tito. Ma il bottino, per uno dei due, diventa prezioso: si tratta di documenti contenuti in una cassaforte che rivelano particolari allarmanti riguardanti il passato di fosse comuni dove finirono buttati, durante il nazismo, i collaborazionisti tedeschi. Così un timido ma spietato serial killer dei servizi segreti si mette sulle loro tracce finché tutto sfocia nel grand guignol. Secco e corroborante questo thriller ci dice del solito passato che violentemente riaffiora con un originale stile alternando sequenze raggelanti ad altre sessualmente assai calde ed esplicite (impossibile pensare che in Italia i nostri attori si spingerebbero a tanto).

Rimanendo nell'ambito delle Giornate degli Autori, abbiamo trovato sorprendente il film italiano di Stefano Tummolini, Un Altro Pianeta che si è aggiudicato il Queer Lion, il Leone gay. Girato in soli cinque giorni, verrà distribuito da Ripley's Film: Tummolini lavora con intensità sul corpo delle immagini, affidandosi all’unità di luogo, una spiaggia dove affiorano emozioni nascoste, lavorate con una forte partecipazione emotiva dagli interpreti sia maschili che femminili. Il regista, in passato, ha collaborato come sceneggiatore con Maurizio Ponzi e col primo Özpetek de Il Bagno Turco. A proposito di quest’ultimo, primo italiano in gara con Un Giorno Perfetto, diciamo solamente che la sua è una vicenda corale ambientata a Roma e scandita da quelle ultime ventiquattro ore separate da uno sparo, un duplice omicidio e un suicidio: una Roma non più magica, personaggi sull'orlo di una crisi di nervi, drammi familiari e molta solitudine. Insomma, una complessa materia narrativa che questa volta il regista turco non governa, con scricchiolii di sceneggiatura che diventano lacerazioni nella seconda parte. Dal canto suo, Pupi Avati non delude con Il Papà di Giovanna, una vicenda ambientata tra il 1938 e gli inizi degli anni '50, storia di un padre che ha amato in maniera sbagliata la figlia che commette a scuola un omicidio, accecata dalla gelosia, e di una madre che ha negato l'amore filiale. Un film doloroso ed intensamente partecipato, con un inedito Ezio Greggio in un ruolo drammatico ed un Silvio Orlando giustamente premiato con la Coppa Volpi. Un bel film è quello di Marco Bechis, BirdWatchers – La Terra degli Uomini Rossi. Ambientato nell'America Latina è il racconto diretto e disincantato (alla Herzog) della drammatica estinzione di un popolo, gli indios Guarani–Kaiowà, la cui terra originaria è stata loro sottratta dai fazenderos brasiliani. Il quarto italiano in concorso, Pappi Corsicato, con Il Seme della Discordia diverte e si diverte esibendo intelligenza da cinefilo, in una commedia colorata dove si parla di sterilità e di aborto, temi caldi in salsa pop con un retrogusto anni '70 nella colonna sonora, e saccheggi alla Tarantino, con sound e immagini molto camp.
Tra gli altri film italiani ricordiamo il calligrafico Puccini e la Fanciulla di Paolo Benvenuti; i due necessari documentari sulla tragedia della ThyssenKrupp, La Fabbrica dei Tedeschi di Mimmo Calopresti e ThyssenKrupp Blues di Pietro Balla e Monica Repetto; la commovente clownerie di PA-RA-DA dell'esordiente Marco Pontecorvo, figlio del compianto Gillo e la versione restaurata ed integrale de La Rabbia di Pier Paolo Pasolini, nata da un'idea di Tatti Sanguineti e realizzata con Giuseppe Bertolucci. Il premio Luigi De Laurentiis per la migliore opera prima è andato al simpatico Pranzo di Ferragosto, con un quartetto di impagabili anziane terribili che animano la scena con grande vitalità, prodotto da Matteo Garrone e scritto, diretto e interpretato da Gianni Di Gregorio, la cui presenza infonde del sano buonumore.

Abbas Kiarostami estremizza misticamente il suo linguaggio metacinematografico con Shirin (Fuori Concorso), dove del poema persiano del dodicesimo secolo si ascoltano solamente i dialoghi per la durata di un'ora e mezzo mentre vediamo inquadrati volti di spettatrici (c'è anche Juliette Binoche in tre pose) immerse nella visione all'interno di una sala cinematografica.
Ci è sembrato sopravvalutato il film etiope di Haile Gerima, Teza (Premio Speciale della Giuria e Osella per la migliore sceneggiatura), interessante quanto didascalico racconto di un intellettuale africano che dopo alcuni anni ritorna al suo paese d'origine dalla Germania mentre il repressivo regime marxista è ancora in corso.
Chiudiamo in bellezza questo taccuino di viaggio lungo 70 film, digeriti tra delusioni e rimpianti (riguardo a premi mai dati), con l'ultimo capolavoro dell’intellettualmente raffinato Julio Bressane, A Erva do Rato (visto in Orizzonti), tra l’altro oggetto di satira del malevolo vignettista satirico Stefano Disegni. Bressane dirige in coppia con la sua abituale collaboratrice, Rosa Diaz, avvalendosi come protagonista della bellissima Alessandra Negrini, ammirata l'anno scorso in Cleopatra. L'idea nasce dalla fusione di due racconti di un famoso scrittore brasiliano, Machado de Assis. Si sappia che la Tangaracá e un’acacia selvatica sensibile, definita dagli antichi portoghesi erba del topo, un veleno che funge anche da antidoto. Vediamo un uomo ed una donna che s’incontrano per la prima volta in un cimitero in riva al mare. Arrivati a casa dell’uomo questi offre all’ospite alcune tisane preparate con la "Erva do Rato" del titolo (la famigerata Tangaracá), chiedendole di trascrivere alcuni suoi scritti e poi di posare come modella per le sue foto, fino all’entrata in scena di un topo che sconvolge l’atmosfera fino alle estreme conseguenze. Il tema è quello del doppio, dell’anima scissa dal corpo, metafora del movimento ineluttabile che dalla vita ci conduce alla morte, della cura intesa come maledetta illusione (la morte del topo coincide con quella della donna): il tutto servito da impervie invenzioni di regia, con un retrogusto pittorico che fa stagliare volumi e situazioni in un arguto gioco sull’ossessione dell’identità e del tempo.
Se ad una cosa servono i festival è quella d’indurci a vedere opere come questa di Bressane, film che, come molti tra gli altri citati, non vengono poi tutti distribuiti regolarmente. Che il tempo non possa mai fermarsi è, a ben pensarci, l’incubo di ogni spettatore cinematografico il cui sogno è semmai quello di cogliere l’attimo eterno dei migliori film della sua vita, su tutti gli schermi possibili, e non soltanto su quelli dei festival.

© 2008 reVision, Francesco Puma