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64° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica




Immersi in una tempesta meteorologica e sensoriale, con gli ormoni attivati da avidi cinespettatori disponibili a sostenere un faticoso corpo e corpo con la fluviale manna di cinema proposta in quest’ultima edizione (la 64°) del Festival veneziano diretta dal demiurgo Müller, eccoci ridotti alla stregua dei profughi, in fuga dalla mondanità deludente del gossip imperante, alla ricerca dei luoghi altri che il gran cinema d’autore riesce ancora ad evocare. Ed ecco la New York esotericamente avvolta nella nebbia, come territorio del mito, la più recente trasfigurazione poetica del quasi centenario Manoel de Oliveira che, da viaggiatore e condottiero, si confronta attraverso Cristóvão Colombo – O Enigma con il cuore tenebroso della leggenda sul grande esploratore, la cui esperienza ha avuto ampi riflessi nella storia portoghese. Su una rotta ideale, tra Portogallo e America, de Oliveira consuma con stile leggiadro la propria ricognizione, ambientandone le origini sull’isola di Porto Santo dove Colombo visse con la moglie Dona Filippa Perestrello. Ma il film lascia soprattutto affiorare una storia d’amore per la conoscenza, quella del protagonista cultore appassionato di scoperte marittime portoghesi, Manuel Luciano (Ricardo Trêpa), che poi diventa la storia d’amore di de Oliveira che, nell’ultima parte americana, interpreta lo stesso personaggio invecchiato recitando con la vera moglie. Altro film evocativo del mito, capace di celebrare una felice commistione tra immagini e musica è Die Stille vor Bach (Il silenzio prima di Bach), di Pablo Portabella (sceneggiatore de Il Momento della Verità di Rosi, produttore del primo Ferreri e di Bünuel e regista politicamente impegnato contro la dittatura franchista) dove s’immagina che il grande compositore giunga con la sua famiglia a Lipsia per prendere il posto di cantore nella Scuola di San Thomas. Protagonista è qui la musica di Bach (con l’aggiunta di due sonate di Mendelssohn) e l’organo come strumento privilegiato che, sin dalle prime suggestive scene, ci guida lungo una cavalcata attraverso il XVIII, il XIX e il XXI secolo. Recitato in spagnolo, italiano e tedesco, il film evidenzia una narrazione non lineare, protagonisti dei personaggi, un accordatore di piano cieco accanto a camionisti e macellai, che appaiono evocati dalle solenni armonie bachiane, buone a conferire alla vicenda un’intensità speciale. Portabella si dimostra autore raffinato, in grado di coniugare le esperienze estetiche con quelle dei sensi e dei sentimenti, mantenendo il gusto per uno sguardo critico sulla materia che narra. In questo il suo cinema rimanda a quello di Straub e Huillet i cui echi si ritrovano in Les Amours d’Astrée et de Céladon, capolavoro di Éric Rohmer che traduce per lo schermo un romanzo – fiume di Honoré d’Urfé. Ennesima scelta letteraria rigorosa per uno dei più grandi autori della Nouvelle Vague, un autore duro e puro capace di dare respiro vitale alla materia narrata. Si tratta di una sinfonia pastorale ambientata nella Gallia del V secolo, popolata di druidi e ninfe, dove la Natura e l’Amore vengono narrati con l’inensità speciale di chi sa fare cinema operando trasfigurazioni ora gioiose ora tragiche, sondando il lato oscuro delle cose. E proprio nel lato oscuro della provincia francese, dove il bene s’impasta ambiguamente al male, dove le passioni trovano il loro lato perverso, che Claude Chabrol compone il suo ritratto al vetriolo, disegnato con sarcasmo lucido e penetrante come una lama di coltello. La Fille Coupée en Deux, visto fuori concorso, mette in primo piano la bellezza promettente di Ludivine Sagnier, nel ruolo di una ragazza sensuale che ama sedurre con pericolosa determinazione. Una tattica che la conduce ad amoreggiare divisa tra un anziano vizioso, di professione scrittore di successo (un memorabile Francois Berléand), e un agiato giovane preda di turbe psichiche a cui presta il volto Benoît Magimel (ornai interprete veterano di Chabrol) qui in una delle sue prove migliori. Una commedia nera che Chabrol lascia culminare in un finale geniale, velenosamente ironico. Il cinema francese ha dunque mostrato in questa vetrina veneziana, una vitalità particolare, una leggerezza di tocco caratteristica non solamente delle grandi firme. L’esempio è Un Baiser, s’ill Vous Plaît! (visto nelle Giornate degli Autori), commedia che conferma il talento di una delle personalità più interessanti ed originali del nuovo cinema francese, Emmanuel Mouret, regista, sceneggiatore ed attore dei suoi film. Una ronde sentimentale sul desiderio giocata tutta a partire dal gesto di un bacio innocente che, quando è dato alla persona sbagliata, è foriero di catastrofi a catena (geniale risulta la trovata di far interpretare al nostro Stefano Accorsi un farmacista appassionato della musica di Schubert). Da parte sua, Arnaud Desplechin, l’autore de I Re e la Regina e di Esther Kahn, gira uno struggente documentario, L’Aimée (sezione Orizzonti doc), fondato sulle vicissitudini del padre Robert che un giorno decise di vendere la casa di famiglia, situata a Roubaix, ai confini tra la Francia e il Belgio. Mescolando con sapienza memoria e sentimento, Desplechin filma la figura del padre che apre il cassetto contenente i ricordi appartenenti alla madre Thérèse, morta giovanissima di tubercolosi quando aveva solamente diciotto mesi. Utilizzando la celebre colonna sonora de La Donna che Visse due Volte, il documentario ricostruisce così una struggente figura di donna attraverso i reperti di un ricordo addolorato, la nonna paterna di Arnaud e madre di Robert non conosciuta perduta troppo presto. Essenziale e toccante, bellissima lezione di sintesi narrativa. Una lezione riscontrata pure in altri due film - documentari presentati nella sezione “Orizzonti”: Wuyong (Useless) di Jia Zhang-Ke (Leone d’Oro dello scorso anno per lo splendido Still Life, sontuosa sorpresa) e Xiaoshuo (The Obscure) di Lü Yue, regista e direttore della fotografia per John Woo e Zhang Yimou. Nel primo lo sguardo di Jia Zhang-Ke si perde nei meandri di una fabbrica di vestiti a Canton concentrandosi a seguire le sue operaie intente a cucire i vestiti della stilista cinese Ma Ke. Il viaggio prosegue a Parigi, nel corso di una sfilata buona a lanciare sul mercato il nuovo marchio, per poi concludersi nell’area mineraria di Fenyang, dove i minatori si forniscono presso una piccola sartoria locale. Parafrasando lo schema dell’Antonioni documentarista di Sette Canne, un Vestito, il regista enuclea analiticamente le dinamiche artistiche ed economiche di un prodotto capace di suscitare emozioni estetiche. Jia Zhang-Ke è un pittore del cinema contemporaneo, le sue immagini posseggono una rara densità, ricamate con gusto sottile e capaci di evocare simbolicamente una condizione contemporanea. Il secondo docufilm d’Oriente, ambientato verso la fine degli anni Novanta, ci mostra dodici scrittori della letteratura cinese contemporanea riunitisi per un simposio in una cittadina della Cina sud - occidentale. Dodici anime elevate chiuse in una stanza, intente a disquisire del rapporto tra poesia e realtà: il fascino della parola che si fa corpo vibrante, elemento primo del pensiero che indaga sulle trasformazioni in atto della Cina. Parole come immagini che si confrontano con la realtà flagrante di una storia d’amore, esplosa durante la riunione, tra l’organizzatrice dell’evento e una sua vecchia fiamma dei tempi del college. Sentimenti e ragione: è davvero impossibile coniugarli? Se lo chiedono pure gli altri 12 reclusi di Nikita Mikhalkov (ritornato autore dopo otto anni) che ha ricevuto un Leone Speciale per l’insieme dell’opera. Il suo 12 ci presenta i famosi giurati che, con i loro fardelli emotivi alle spalle (il cast è strepitoso!), si riuniscono per decidere le sorti di un ragazzo ceceno che ha ucciso il patrigno, un ex ufficiale di Spetsnaz coinvolto in efferate operazioni militari. Lo spunto è evidentemente la piece che ha originato La Parola ai Giurati di Lumet, ma Mikhalkov riesce a far respirare, in questo dramma dal ritmo serrato, i grandi temi della letteratura russa, lo scontro tra classi sociali e la vulnerabilità dell'individuo di fronte alle lacerazioni della solitudine, sul tragico sfondo del conflitto ceceno. Del resto, le guerre contemporanee sono state un campo d’indagine costante della Mostra di quest’anno. Come l’Iraq evocato dalla regia di De Palma, giustamente premiata con il Leone D’Argento. Il suo Redacted racconta il delitto di cinque soldati americani in terra irachena, l’atroce stupro di una quattordicenne culminato nella sua esecuzione, bruciata insieme ai familiari. Un fatto realmente accaduto nel marzo del 2006, che De Palma lavora con l’ausilio del digitale utilizzando YouTube e Blog, ed il contrappunto straniante di brani classici, tornando con rigorosa volontà antispettacolare sul tema già esplorato di Vittime di Guerra, ambientato nel fatale Vietnam. Così il regista di Hi, Mom! sembra ritrovare la spinta ispiratrice delle conseguenze del Male in una società iper - informata ed informatizzata. Rimanendo sullo stesso territorio, con In the Valley of Elah, Paul Haggis decide di raccontare l’indagine di un padre, pensionato della polizia militare, che si mette sulle tracce del figlio appena rientrato dall’Iraq e misteriosamente scomparso. Il titolo esibisce il biblico riferimento alla valle di Elah, luogo dello scontro tra Davide e Golia. Se David è il padre del ragazzo scomparso, naturalmente Golia è rappresentato dall’esercito USA. La commovente parabola denuncia le ambigue trame di un potere ostinato a nascondere la verità, rappresentazione di un’America che si nasconde dietro muri di gomma, dopo l’11 settembre, producendo i suoi consueti mostri da contrapporre ai nuovi piccoli eroi quotidiani. Vittime innocenti di guerre visibili ed invisibili sono i tanti personaggi di una galleria che a Venezia ha trovato una ribalta privilegiata: film come Sous les Bombes (visto alle Giornate degli Autori) del regista di Beirut Philippe Aractingi, ci mostrano un Libano devastato dalla guerra. Si tratta di uno straziante docu-fiction che narra di una donna che percorre quel paese assieme ad un tassista cristiano alla ricerca del proprio figlio. Un calvario consumato in una dimensione labirintica che assume proporzioni metaforicamente smisurate: perché la guerra, che è capace di consumare ogni possibilità di amore e di solidarietà tra gli uomini, è un mostruoso territorio senza confini. E di sconfinamenti impossibili continua a parlarci il regista Amos Gitai, tornato a Venezia fuori concorso con il bellissimo Disengagement, interpretato da una Juliette Binoche in stato di grazia nel ruolo di Ana che riabbraccia il fratellastro di origine israeliana in occasione della morte del loro padre. A lei sembra questa l’occasione giusta per ritornare in patria a ritrovare la figlia abbandonata vent’anni prima, al momento della nascita. Un viaggio in Israele tra le macerie interiori ed oggettive, ambientato nel 2005 quando il ritiro imposto dei coloni di Gaza creò sommovimenti ancora oggi in fieri. Ci piace ricordare l’auterovole presenza della soprano Barbara Hendricks (che apre il film interpretando “Il canto della terra” di Mahler assieme a “Der Abschied”, straziante addio per il padre defunto) e quella, nel ruolo dell’avvocato, della monumentale Jeanne Moreau. Ancora la Bosnia, ma quella del 1994, è il teatro del modesto The Hunting Party di Richard Shepard, con Richard Gere reporter di guerra che, avendo subito un crollo nervoso durante una diretta televisiva, si rifugia a Sarajevo sulle tracce di un pericoloso criminale di guerra. Dramma e thriller in un mix tradizionale, dove lo scenario del conflitto sembra soltanto uno sfondo pretestuoso. Tocca alla vecchia, nostrana gloria Carlo Lizzani evocare l’epico respiro della Storia nel rievocare una vicenda accaduta nei pressi del Lago Maggiore nel settembre 1943. Hotel Meina (presentato fuori concorso), ispirato da un libro di Marco Nozza, narra dell’assedio dei tedeschi all’hotel del titolo di cui era proprietario un ebreo con passaporto turco. Con l’arrivo dell’8 settembre, si consuma la drammatica convivenza tra il reparto di SS e gli ebrei ospiti, una settimana di terrore che culmina nel massacro che vide i corpi sepolti in un lago delle vicinanze. Tema nobile ma taglio televisivo con personaggi stereotipati: Lizzani cineasta, pur ancora vitale e animato di senso critico, è meglio ricordarlo per il suo passato, come fa il documentario realizzato da Francesca Del Sette, Viaggio in Corso... nel Cinema di Carlo Lizzani (visto alle Giornate degli Autori), dove si rivive la sua avvincente avventura intellettuale immersa in un vivace clima culturale, quello del nostro dopoguerra. Un clima che generò figure importanti come quella dello scrittore Luciano Bianciardi, l’autore de La Vita Agra (che peraltro proprio Lizzani trasformò in film, con Ugo Tognazzi), celebrato da un altro bel documentario, Bianciardi! di Massimo Coppola. Ma che dire del presente cinema italiano (almeno di quello presentato a Venezia)? Le Giornate degli Autori hanno proposto un film di Gianni Zanasi, Non Pensarci, salutato da un certo successo di pubblico e di critica. Per noi è una commedia amara assai esile e che risulta un po’ prevedibile in sede di sceneggiatura e dialoghi, sostenuta da Valerio Mastandrea che si spende non poco per rendere credibile il suo personaggio malinconico dotandolo di ironia: ma lo sforzo non salva il tutto. Ci ha convinto invece il meno prevedibile Le Ragioni dell’Aragosta, dove Sabina Guzzanti ritrova gli amici del famoso programma televisivo “Avanzi” diciassette anni dopo, in Sardegna, con l’intento di mettere su uno spettacolo di beneficenza per sostenere la causa dei pescatori di aragosta. Un mockumentary (falso documentario) che diventa anche una riflessione sulle croci che i comici sono costretti a portarsi addosso nell’Italia di oggi. Sorprendente risulta la testimonianza di Cinzia Leone che esibisce senza pudore le conseguenze dell’ictus che l’ha colpita da tempo, e lo fa con ironia sottile e graffiante. In Il Passaggio della Linea (sezione Orizzonti), il documentarista Pietro Marcello c’introduce nel microcosmo dei pendolari, consumatori dei treni espressi, che vivono in un tempo sospeso, tra solitudine ed incontri di passaggio, con lo sguardo perso su un paesaggio praticamente invisibile filtrato attraverso un finestrino. Un piccolo film che merita di essere segnalato, assieme alla figura di uno dei suoi personaggi, l’anziano Arturo, i cui ricordi sono scanditi dal tempo stesso delle sue brevi, infinite trasferte. Un convincente noir psicologico è La Ragazza del Lago (Settimana della Critica), diretto dal debuttante Andrea Molaioli (già assistente di Moretti, Mazzacurati e Calopresti) che mostra una tempra da artigiano consumato. L’ambientazione è quella di un paese di montagna, spaccato di una provincia italiana superficiale e fredda, con echi di Simenon e Dürrenmatt. L’evento centrale è il delitto di una bella ragazza affetta da neoplasia cerebrale trovata morta in riva ad un lago. Se Molaioli riesce a confezionare con intelligenza uno di quei film di genere che vorremmo vedere più spesso (per non rimpiangere, come Tarantino, l’Italia cinematografica che fu) dal canto suo Paolo Franchi, giunto all’opera seconda, sbaglia del tutto il pretenzioso Nessuna Qualità agli Eroi (primo dei tre film italiani in concorso). Si tratta di un noir sopra le righe, dove appare spaesata la kieslowskiana Iréne Jacob. “Come nel mio primo film, La Spettatrice, ho cercato di non avere la presunzione di dare risposte e avvicinarmi con pudore al dolore dei personaggi, che per me sono prima di tutto persone” – dice l’autore. Ma il cinema non è fatto né di buone intenzioni né di messaggi. L’altro scivolone lo ha compiuto Vincenzo Marra con L’Ora di Punta, film dalla costruzione narrativa esasperata fino al ridicolo, complice una Fanny Ardant che, per l’occasione, sfodera un’aria da cane bastonato. All’esito disastroso contribuisce il protagonista Michele Lastella, con l’interpretazione più involontariamente comica degli ultimi tempi. Convince invece Il Dolce e l’Amaro di Andrea Porporati ben scritto e diretto con vigore a dar corpo al racconto di formazione di un mafioso per forza, perso in una grottesca, tragica quotidianità fatta di violenza, diviso tra tentazioni opposte, dolce e amaro da bere fino alla feccia. Ma c’è un altro volto della nostra cinematografia, quello più rigoroso e occultato, rappresentato alla sezione “Orizzonti” dall’ultimo film di Tonino De Bernardi: Médée Miracle si avvale di una magnifica Isabelle Huppert, per tracciare il percorso esistenziale di una moderna Medea che si chiama Irène, sposata ad un francese e madre di due bambine, abbandonata dal marito. La condizione di spaesamento conduce la donna ad una soluzione diversa da quella intrapresa dalla Medea del mito: invece di uccidere le figlie, ella rivolge la violenza contro se stessa dopo aver espresso un afflato di solidarietà nei confronti della sofferenza femminile arrivando ad aiutare una prostituta rumena colpita dal cancro. E’ un De Bernardi passionale e straniato, che asseconda la Huppert pronta ad interpretare, da cantante, “Crazy love”, scritta dalla Faithfull e Nick Cave. Altra donna del mito è quella raccontata dal brasiliano Jülio Bressane, sperimentatore sensibile e cultore dei classici: Cleópatra (visto fuori concorso), recitato in lingua portoghese, parte da Plutarco e offre una versione inedita del personaggio. Una femme fatale alla Douglas Sirk, intelligente seduttrice non priva di debolezze, inscritta in un contesto sontuoso di scenografie fiammeggianti e affidata alla strepitosa interpretazione di Alessandra Negrini che alterna toni lirici a momenti di toccante verità. Il risultato è un film straordinario, tra i migliori visti qui al Festival. Altrettanto apprezzabile è il ritorno alla regia di Peter Greenaway con Nightwatching (in concorso), incentrato sulla figura del pittore olandese Rembrandt. La vicenda si snoda attorno al decisivo 1642, concentrandosi sull’elaborazione del celebrato dipinto “La ronda di notte”. Greenaway abbandona l’estetica elettronica attraverso la quale aveva attivato la propria linea analitico – poetica a partire da L’Ultima Tempesta, per ritrovare gli accenti più intimisti del suo cinema, non rinunciando alla contaminazione con le altre arti, alla maniera de I Giardini del Mistero di Compton House. Con Sleuth (in concorso), Kenneth Branagh dirige un remake de Gli Insospettabili, servito da una tagliente sceneggiatura di Harold Pinter che rimane l’elemento migliore del film insieme all’interpretazione di Michael Caine e Jude Law. Branagh non sembra trovarsi a proprio agio corteggiando il genere noir e pecca come al solito di didascalismo ed estetismo fine a se stesso. Brad Pitt si è invece aggiudicato la Coppa Volpi (non senza polemiche) per la sua interpretazione in The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford di Andrew Dominik, regista che proviene dal videoclip (e si vede) alla sua seconda prova. Un kammerspiel western con ambizioni intimiste che concentra la sua attenzione sulla figura di Jesse James e del suo assassino Robert Ford. Due ore e quaranta minuti di immagini ipnotiche, corredate dalle efficaci musiche composte da Nick Cave (che in una scena interpreta pure la celebre ballata del bandito): un film bizzarro ed intrigante dove Pitt sfodera un coraggio interpretativo mai prima mostrato con risultati però non esaltanti. Straordinario è invece il Todd Haynes del suo I’m Not There (visto in concorso), film sull’icona Bob Dylan (diviso per sei identità attoriali) che affronta i riflessi mitologici dell’America di ieri e di oggi raccontando le zone d’ombra e di luce del leggendario musicista. Cate Blanchett è stata meritatamente premiata per la sua incarnazione di Dylan nel periodo inglese, una trasfigurazione stupefacente. Insieme a I’m Not There ha vinto ex aequo il Premio Speciale della Giuria (ma avrebbe meritato il Leone d’Oro) La Graine et le Mulet di Abdellatif Kechiche. Si tratta di un romanzesco, realistico racconto di una famiglia di “francesi – arabi”, alla ricerca di una possibilità di affermazione attraverso l’apertura di un ristorante sull’acqua, specializzato nella preparazione del cous cous. Un film minimalista ma robusto, con una sceneggiatura potente e una regia alla Dardenne, che esplora le psicologie dei personaggi non rinunciando ad una componente narrativa di grande respiro. Si fa notare la giovane e bella Hafsia Herzi che ha conquistato il premio Marcello Mastroianni come attrice emergente, bucando lo schermo specialmente durante gli ultimi venti minuti con l’esibizione di una danza del ventre davvero vertiginosa. Il Leone d’Oro è andato, ancora una volta, ad Ang Lee, due anni dopo I Segreti di Brokeback Mountain, per Se, Jie (Lust, Caution): spionaggio, mélo, erotismo crudele sono gli ingredienti di questo cineromanzo a tutto tondo ambientato nella Shanghai degli anni ’40, dove l’intrigo si mescola alla passione, protagonista una bella giovane che diventa l’amante di un potente uomo politico. Come al solito, Lee fa il gran virtuoso, dirige con polso fermo i suoi attori tutti dotati di un ammirevole fascino che permette loro di apparire misteriosi ed intriganti, degni di una spy story. Lui è Tony Leung e non ha bisogno di presentazioni, lei è Tang Wei e può tranquillamente essere segnalata come una futura stella del cinema orientale. Il film ha vinto pure l’Osella per la migliore fotografia firmata da Rodrigo Prieto, già complice di Lee nella precedente, pluripremiata fatica. Dopo l’affresco storico premiato a Cannes, ovvero Il Vento che Accarezza l’Erba, Ken Loach torna ad affrontare i dolorosi nodi del presente in It’s a Free World... affondando la lama critica nella piaga dell’immigrazione. Lo fa mettendo in primo piano la figura femminile di Angie (la rivelazione Kierston Wareing) impegnata insieme ad un’amica a combattere le brucianti contraddizioni dell’economia globalizzata, gestendo un’agenzia interinale che garantisce il lavoro ai precari. I lividi furori ideologici del sempre più arrabbiato Loach, affidatosi all’abituale suo sceneggiatore Paul Laverty che si è portato a casa l’Osella, fanno ancora riflettere. Con Michael Clayton, il regista Tony Gilroy dirige un solido film classicheggiante molto ben scritto, con un abile George Clooney, che si candida seriamente all’Oscar dell’anno venturo, nel ruolo di un risolutore a servizio di uno degli studi legali più potenti di New York. Quel genialoide di Wes Anderson, con The Darjeeling Limited (in concorso), dirige da par suo una commedia ironica e avventurosa, dove tre fratelli poco concilianti si ritrovano in India per un viaggio spirituale. Al film è peraltro abbinato un godibile corto dello stesso regista, Hotel Chevalier, strettamente legato al personaggio interpretato da Jason Schwartzman nel lungometraggio. Un’altra commedia americana vista a Venezia è The Nanny Diaries, nuovo parto della coppia Robert Pulcini & Shari Springer Berman (autori di quel gioiello di American Splendor, rimasto da noi inedito): sembra un Blake Edwards con derive favolistiche alla Mary Poppins, agrodolce come certi indimenticabili titoli a cavallo degli anni ’50 e ’60. La regia elegante non è però servita da una sceneggiatura faticosa e poco ispirata. Il film non riesce a prendere il volo, intrappolato come la sua protagonista, la dolce Scarlett Johansson che fa una fragile ragazza di New York costretta a lavorare come tata di una infelicissima famiglia benestante. Meno male che c’è Woody Allen, ormai londinese d’adozione, col suo Cassandra’s Dream, storia di due bizzarri fratelli. Il primo è un giocatore d’azzardo (Colin Farrell), mentre il secondo (Ewan McGregor) è disposto a perdersi per una giovane e bella attrice. Come nelle due precedenti regie inglesi, ad aleggiare, c’è ancora una tragedia, col contrappunto della colonna sonora originale di Philip Glass che riecheggia disarmonie hitchcockiane (e questa è davvero una novità). John August, lo sceneggiatore di Big Fish di Burton, debutta come regista in The Nines (Settimana della Critica), un film che sembra molto condizionato da Lynch e Cronenberg, però dotato di stile proprio nel proporre i suoi sconfinanti tra le dimensioni del reale e del fantastico. Tre episodi interpretati dagli stessi attori (Ryan Reynolds, Hope Davis e Melissa McCarthy con in più Elle Fanning, sorellina della più famosa Dakota) per indagare sul tormentato rapporto tra attori e scrittori di cinema, dove la rappresentazione delle ossessioni creative e dei fantasmi dell’inconscio conducono ai luoghi che furono cari al nostro Fellini. Mediocre ci è invece sembrato Espiazione (in concorso), che ha inaugurato la kermesse veneziana, trasposizione troppo lineare e patinata dell’omonimo, bel romanzo di Ian McEwan. Il regista Joe Wright mostra tutto il proprio limitato talento, che lascia spazio ad uno sviluppo alquanto noioso della vicenda fino al goffo finale. Resta comunque da tenere d’occhio l’attrice Romola Garai, che interpreta il personaggio di Briony all’età di 18 anni, notevolmente più brava e più bella della pur pompatissima Keira Knightley.
Tra i film in concorso non possiamo non ricordare Taiyang Zhaochang Shengqi – The Sun Also Rises (Il sole sorge ancora), diretto da una vera e propria leggenda vivente del cinema cinese, l’attore/regista Jiang Wen. Quattro racconti suggestivi, fotografati magnificamente dai direttori Zhao Fei (quello di Lanterne Rosse) e Mark Ping-bin Lee (collaboratore prediletto di Hou Hsiao-hsien), che s’incastrano a meraviglia, ambientati nel 1976. Il primo narra di una vedova impazzita per aver perso le scarpette ricamate, mentre il figlio diventa fanatico comandante di una brigata giovanile. Il secondo scandisce i tempi di un ménage à trois tra la splendida dottoressa Joan Chen e due ex rifugiati politici in Indonesia. C’è poi la storia del vecchio Tang, visto nel precedente episodio, che viene spedito nel villaggio dove vivono la donna delle scarpette e il figlio. E infine un salto temporale nell’inverno del 1958, mette in rilievo il viaggio di due donne perdute nel deserto del Gobi, con la prima che vuole rivedere il fidanzato, e la seconda in trepida attesa di un figlio con la cui nascita si chiude questo variegato apologo sulla vanità delle cose e del vivere. Im Kwon Taek, uno dei padri del cinema sudcoreano, festeggia 45 anni di carriera con il suo centesimo film, Chun-Nyun-Hack (Beyond the Years), intessuto di pudico lirismo e dell’insinuante musicalità di alcuni canti tradizionali coreani. Così il regista ci parla di una trasparente storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza entrambi adottati, e cresciuti come se fossero fratello e sorella, da un cantante nomade. In un’atmosfera sospesa, che sembra quella di alcune commedie di Shakespeare, il film è teso a palpitante come un incantesimo. A rompere però ogni armonia ci pensa il geniale Takeshi Kitano con il suo nuovo, depistente Kantuchi Banzai! (Glory to the Filmmaker!). Un regista alla ricerca forsennata del successo attraversa l’esperienza di tutti i generi del cinema: è un’occasione da sfruttare con sregolatezza alla Godard e Kitano non se la lascia scappare, orientandosi però su certe atmosfere alla Ozu soprattutto nel segmento che s’intitola “Pensionamento”. Molto in linea con la vena surreale, tipica del grande “Beat”, la scena d’apertura dove viene praticata l’endoscopia ad un manichino che accompagnerà il protagonista nel corso del film trasformandosi nella seconda parte addirittura in Zidane. Esibendo vena anarco – situazionista e sregolatezza espressiva, come nel precedente Takeshis’, qui il gioco sul fare cinema impasta il wuxia con fantascienza e mélo, diventando pure una riflessione sulle glorie e i fallimenti di un mestiere difficile. Con maggiore spensieratezza, Miike Takashi rende omaggio allo spaghetti western che fu con Sukiyaki Western Django, delirante caleidoscopio nostalgico, con un clamoroso cameo di Quentin Tarantino (assente per malore, forse strategico nei giorni del Festival), musa ispiratrice sia di Takashi che della retrospettiva del serie B dei nipotini di Leone affidata a Marco Giusti per l’annuale appuntamento sulla “Storia segreta del cinema italiano”. In passerella c’era anche uno dei grandi registi americani contemporanei, Jonathan Demme, che persegue la propria vena documentaristica con il suo avvincente film derivato da un incontro confidenziale con quello che è stato il 39° Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, a seguito del tour dell’anno scorso per la promozione del suo libro “Palestine: Peace Not Apartheid”. Man from Plains (visto nella sezione Orizzonti). E’ il ritratto, permeato da significati pacifisti, di un politico che, smessi i panni presidenziali, non ha mai avuto un jet privato (verità ratificata dall’anchorman Jay Leno!) e che, per giunta, è colto, spiritoso, intelligente e impegnato ambasciatore di solidarietà nel mondo.
A chiudere la nostra panoramica, tralasciando per pietà l’elenco delle nostre personali peregrinazioni, durate dodici infiniti giorni, tra code all’ingresso e ai bagni e ai bar, colate di sudore e di pioggia, applausi e dissapori, aspettative e delusioni, divetti esposti e divi intravisti, troppo gossip ed esagerata carne al fuoco anche per i più voraci tra i cinefili.... è giusto indicare, a mo’ di sigillo per queste note, il sentito omaggio ai Leoni d’Oro alla carriera: chapeau per Bertolucci, vessillo nostrano del cinema – cinema su cui tutto (troppo) si è detto e scritto (e a cui non c’è che da rivolgere un sentito ringraziamento); e standing ovation per il grande Tim Burton a cui Venezia ha reso giusto tributo, regalandoci la tridimensionale versione del suo capolavoro in stop-motion, Nightmare Before Christmas, assieme ad un’emozionante anticipazione di Sweeney Todd, prossimo suo film con l’eletto complice Johnny Depp. Ma se ci chiedete di quale voce si è riempito il nostro ascolto lungo le umide giornate al Lido la risposta è: Maria Callas. Si, la voce e la presenza di una divinità scenica a cui la Mostra ha reso omaggio, per il 30° anniversario della morte, con un docufilm limpido ed assai efficace, Callas Assoluta di Philippe Kohly, excursus ingegnoso che attraversa vita ed opere della favolosa interprete: ritratto di un’artista sofferente nel privato ed efficiente in palcoscenico, parabola di esistenza tormentata da una madre tirannica e da un unico amore infelice per Onassis.
Così ci è facile sostituire all’Adagietto mahleriano che fu di Mann e Visconti, le incantate armonie di Puccini, Bellini e Verdi capaci di far levitare le troppe immagini concesse al nostro sguardo, piacevole prezzo da pagare ogni anno a chi voglia ancora, a Venezia, godere quel poco buon cinema rimasto.

© 2007 reVision, Francesco Puma