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Venezia 61
Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica
Eros
Regia: Wong Kar Wai, Steven Soderbergh, Michelangelo Antonioni
Eros è un trittico di cortometraggi aventi per soggetto, oggetto e linea guida l’ossessione d’amore. L’antologia, composta da tre dei più incensati e straordinari registi del mondo, non mantiene, però, le garanzie che un progetto di questa fattura offre alle aspettative del grande pubblico e si trascina, altalenando, da un primo capitolo dalle forme squisite ma privo
di cuore ad uno un po’ scontato rianimato solo da un colpo di scena furbo, fino ad una conclusione tanto più deludente in quanto chiaro prodotto del genio ormai offuscato di un vero maestro della nostra storia del cinema.
Ogni autore colora col suo stile e la sua sensibilità un viaggio che parte dalla Cina e, attraverso l’America, approda in Italia, alla ricerca dell’eros inteso come passione, della sessualità come strumento di comunicazione che, col mutare del paesaggio e del costume ad ogni tappa del percorso, cambia volti, parole ed espressioni.
"La Mano", episodio firmato da Wong Kar Wai è fatto di 40 minuti di raffinata emozione visiva, una ricerca estetizzante, una vera e propria meditazione sull’attesa e la frustrazione, sul toccarsi e nascondersi, sull’amore come merce di compravendita e valore di scambio. La mano del titolo è quella, ardita e sfacciata in un film altrimenti pudico, dell’altera Miss Hua (una bellissima Gong Li, credibile come meraviglioso oggetto di
ossessione), affascinante e avvenente prostituta d'alto bordo che intrattiene i suoi ricchi clienti nella Shanghai del 1963. Chang (l’attore Chang Chen di La Tigre e il Dragone), un apprendista sarto, è affascinato a tal punto dalla perfezione delle misure del corpo della donna da rimanere avvinto da un sentimento capace di restare fedele nel tempo a un legame non condiviso e senza futuro. Poche
parole, una rara misura nella forma, molta maniera nell’opera di un regista che trova appagamento nel continuo perfezionamento dello stesso racconto portato sul grande schermo con tempi e ambientazioni sempre diversi.
I 24 minuti di “Equilibrium” di Steven Soderbergh ci portano nella New York del 1955. Nick Penrose (Robert Downey jr.) ha perso la sua stabilità: non riesce a trovare l’idea vincente per la pubblicità di una sveglia ed è tormentato dal sogno ricorrente di una bellissima donna nuda che sa di conoscere ma che, al risveglio, non riesce a ricordare, ossessionato da un’insostenibile ansia professionale ed erotica. Nel contempo, il suo
psicanalista, durante le sedute di analisi, è continuamente distratto da una donna attraente che spia dalle finestre dello studio... e se sogno e realtà, emozione e ragione cominciassero a non avere più confini? Intrigante la scrittura dello stesso regista che pecca, però, alla lunga di poca originalità nello sviluppo, riscossa, solo in parte, da un colpo di scena di studiato effetto.
Ne “Il Filo Pericoloso delle Cose” di Michelangelo Antonioni, la Toscana dei giorni nostri diventa il teatro naturale della crisi di una coppia in gita al mare per ritrovare un po’ di magia. Ma la passione del marito, invece che dalla consorte, viene risvegliata dall'incontro con una donna misteriosa che si scoprirà essere stata una sua amante ed essere ancora il filo di una pericolosa alchimia nel momento in cui le due donne si incontreranno,
nude, sulla spiaggia di Capalbio. Il corto, scritto da un Tonino Guerra fuori forma, mentre mantiene intatto uno sguardo di insieme di straordinaria lucidità, pecca di evidenti incertezza nell’esibizione sin troppo esplicita della nudità femminile fine a se stessa. Siamo di fronte a corpi a cui manca l'anima per colpa di una scrittura trasandata e di una storia minima. Il tutto nove anni dopo il controverso Al di là delle Nuvole, quando
ci si sarebbe aspettati ben altro dal grande Maestro.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Land of Plenty
Regia: Wim Wenders
C’è voluto appena un mese di riprese perché Wim Wenders confezionasse questo suo personale tributo all’America, fatto di fotografie digitali, voli fra i pinnacoli di Los Angeles, strade come rivoli di una città lunare, idea del reale incontaminato
e facce da telefilm come totem di un racconto didascalico.
Nelle sue intenzioni, la certificazione super partes di un Paese dilaniato che non si riconosce più nella sua Amministrazione; nei risultati, il tema dell’occhio che percepisce e rimanda il racconto e il viaggio all’interno della società attuale, si tingono irrimediabilmente di retorica, soprattutto quando si affronta
il complicato crogiolo dell’11 settembre. La poesia della trasfigurazione e della visione viene meno, e la personificazione degli opposti che si incontrano, scontrano e poi comprendono, si arena in un pantano di manierismi che stride con la grazia di una macchina da presa capace di sfiorare con una carezza i volti dei protagonisti.
Wenders presenta gli States da due prospettive divergenti: quella di Paul, veterano del Vietnam ossessionato ancora dai suoi vecchi fantasmi che, dopo l’attentato alle torri, assalito da nuovi demoni pronti a lacerarne la stabilità psicologica, si dà alla caccia di quei terroristi che crede di vedere dappertutto;
e quella di sua nipote Lana, che è sempre vissuta fra Europa e Palestina lavorando come missionaria, e crede nella solidarietà e la comprensione fra i popoli, forte anche della sua fede cristiana. Paul e la sua esistenza paranoica dovranno fare i conti con la presenza di Lana, e quando i due, alle prese con
l’omicidio di un senzatetto mediorientale, decideranno di svolgere insieme le indagini, spinti da ben diversi moventi, il confronto politico, personale e umano sarà inevitabile ma sarà anche l’elemento collante di un ponte attraverso il quale i due, finalmente, potranno comunicare.
Il personaggio di Paul, tratteggiato con benevolenza e comprensione, è emblematico delle fobie dell’uomo americano medio del dopo 11 settembre, atterrito dalla paura dell’altro e del diverso. Ma c’è ancora speranza per la Terra in cui si realizzano le promesse, sembra dire Wim Wenders, se anche un
uomo spaventato e arreso continua con forza ad aggrapparsi alla scialuppa di salvataggio che gli viene gettata. E la salvezza di Paul sarà Lana, capace di vedere diversamente le cose e di portarlo a capire che, nel nome delle vittime delle torri, non si può continuare a spargere altra morte.
Ciò che Wenders vorrebbe descrivere è un microcosmo di legami personali che salvaguardi le relazioni umane che la realtà più generale della società inesorabilmente appiattisce. Ma l’approccio utilizzato non convince per il tono grottesco delle situazioni, continuamente sopra le righe, e per gli stereotipi del
caso, come il linguaggio militare di Paul o la forza d’animo celata sotto l’apparenza di fragilità di Lana. Ma al di là dei mezzi usati, quel che conta è una semplice domanda: a cosa hanno diritto gli americani? E sarà una scritta in sovrimpressione, a concludere la pellicola e aprire lo spazio alla riflessione, invocando
“la verità, prima o poi”.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Le Chiavi di Casa
Regia: Gianni Amelio
Non è il solito film "on the road" quello che Gianni Amelio presenta in concorso a Venezia 61 né l’ennesima rivisitazione di pellicole sull’handicap alla maniera di Rain Man.
E’ più un racconto emblematico e asciutto di una realtà scomoda che, "per incidente", si snoda lungo il percorso che separa il rifiuto dalla comprensione della sensibilità di un altro essere umano, sano o disabile che sia. Il regista, con crudo
realismo, ci mette di fronte al disagio: un figlio che cresce senza maturare, un padre che se ne è voluto dimenticare e che, all’improvviso, torna a fare i conti con la propria inadeguatezza. Così la consegna delle chiavi di casa a Paolo (Andrea
Rossi), da parte del genitore Gianni (Kim Rossi Stuart), simbolo di un passaggio all’autonomia e alla consapevolezza, è il fulcro di una vicenda che è conquista e superamento del pregiudizio.
Gianni, che ha perso la moglie in sala parto mentre dava alla luce un bimbo portatore di handicap, ha sempre rifiutato di vedere il figlio e solo la necessità di una visita specialistica in Germania è l’occasione, finalmente, per i due, di conoscersi.
Paolo è sensibile e ha voglia di normalità ma non può superare le sue reazioni di chiusura, quegli automatismi ripetitivi che gli danno rifugio e sicurezza e quando il padre gli chiede: "Perché fai così?" il silenzio lascia, fatalmente, la domanda
senza risposta.
Amelio riesce a farci calare nei difficili panni di un ragazzo che ama lo sport, i colori della squadra di calcio per cui tifa, e che, con un umanissimo accento romanesco, continua a ripetere che deve tornare a casa per "sbrigare le faccende", come
se non avesse bisogno di quell’ingombrante bastone per muoversi, e narra il rapporto tra padre e figlio senza empatie di comodo, con linguaggio secco e immediato e fotografia sgranata e documentaristica, che non indugia in dettagli compassionevoli.
A dispetto di un mondo che preferisce pensare a disabili perfettamente inseriti nelle dinamiche sociali, Amelio sa, invece, indagare le pieghe di una tragedia familiare dove l’handicap è sempre e comunque una croce da portare sulle proprie spalle,
innestandosi su un soggetto solido e puntuale, ispirato, con grande rispetto, ad un romanzo autobiografico di Giuseppe Pontiggia, cui l’opera è dedicata. E anche gli interpreti sono all’altezza della situazione: convincente Andrea Rossi per
presenza scenica e immediatezza, credibile Kim Rossi Stuart, capace di misura nella drammaticità e sempre entusiasmante Charlotte Rampling, nel ruolo di una madre votata ad una missione sovrumana.
Nel guardare il film è d’obbligo inchinarsi al dolore e amare un racconto che fa male come un pugno nello stomaco ma, forse, questo percorso nell’intimità di una storia esemplare, passando per il topos del viaggio fisico e del cuore, del rifiuto
e della riscoperta comprensione, fa tappa in qualche luogo comune di troppo.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Ovunque Sei
Regia: Michele Placido
A metà fra "Il fu Mattia Pascal" e l’ "Odissea" di un moderno Ulisse allucinato, ma senza avere intelligenza e numeri dei modelli letterari cui pretende di ispirarsi, Ovunque Sei
rimane un esperimento fallito, il tentativo pretenzioso e arrogante di traghettare un’idea clonata verso i lidi dell’opera cinematografica e spacciare dialoghi populisti e banali per citazioni d’autore. La storia è sì d’amore, come lo stesso Placido
si affanna a ricordare in ogni sua dichiarazione, e la passione è quella degli amanti, ma situazioni e personaggi stereotipati fino alla caricatura riescono a svilire anche quel poco di emozionante che la pellicola potrebbe celare.
Michele Placido confeziona un film sull’attesa, sul tempo che sembra non trascorrere mai mentre, invece, rotola su se stesso per ricominciare a dipanarsi sempre dallo stesso capo, sui corpi consumati fino alla morte, sull’enigma dell’identità e
la suggestione della rinuncia. Ma sono soprattutto i vivi e i morti a coesistere in questa pellicola poco riuscita, che vuole raccontare una storia imperniata sul sentimento del sentirsi morire come ne "La carriola" di Pirandello: "Chi vive, quando
vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina".
Fatui la sceneggiatura e i dialoghi (opera collegiale di Placido, Starnone, Contarello e Piccolo), pervasi da suggestioni pirandelliane che non hanno, poi, alcun riscontro consequenziale nella trama, la recitazione, spesso caricaturale e la
illogicità della narrazione, completamente sottomessa alle ragioni di un deragliamento verso il metafisico senza capo né coda. Stefano Accorsi, solitamente vigoroso nelle sue interpretazioni, è qui totalmente soffocato dall’aura onnipresente
del regista che lo aveva diretto nel dignitoso Un Viaggio Chiamato Amore e lo ha, addirittura, già confermato quale protagonista del suo prossimo progetto, mentre Violante Placido, che ha dalla sua
solo il merito di essere carina, non fa che sgranare gli occhioni nell’ambizione di apparire un poco eterea. Unica nota positiva, la presenza della promettente Barbara Bobulova, vista anche nella sorpresa festivaliera Tartarughe sul Dorso,
che però, non basta a risollevare la marea in un oceano di banalità.
Le scene oniriche e citazioni letterarie messe semplicisticamente in bocca ai giovani protagonisti non fanno che rendere ancor più ostile il tutto. Chiacchiere futili imposte come insegnamenti e nessi logici sacrificati alla poetica della "visione",
scene di nudo gratuite e morbose che indagano fin nelle pieghe più recondite i corpi degli amanti, fino alla miracolosa nevicata romana fanno rimpiangere l’avvio realistico della pellicola, deprecare la scelta del racconto metafisico intrapreso,
e provare un po' di vergogna per il modo immodesto e impudico di smembrare e svilire con continui rimandi un’opera come “L’uomo dal fiore in bocca”.
E’ evidente che più di una cosa, nel progetto, non ha funzionato ed i fischi e gli scoppi di ilarità che hanno accompagnato la fine della proiezione dovrebbero far riflettere sul fatto che condire gli ingredienti di una narrazione misera di tutto e
niente, eccedendo nei rinvii e nel citazionismo, è pericoloso e non paga se serve solo a mascherare la pochezza dell’ispirazione vacua e frammentaria.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
L'Amore Ritrovato
Regia: Carlo Mazzacurati
Il romanzo "Una relazione" di Carlo Cassola, viene portato sul grande schermo col cesello dell'artigiano da Carlo Mazzacurati.
Attori di talento indiscusso, ricostruzione storica e scenografica, accurata anche se con qualche concessione di troppo alla modernità dei costumi, però, non sono sufficienti
a dare vita e passione a quest'ennesimo tentativo di rendere in celluloide un importante opera letteraria.
La vicenda è semplice e immediata: un ragazzo di buona famiglia con un impiego di concetto, sposato e con prole come imposto dall'etica dell'Italia degli anni trenta, si
ritrova fra le braccia di una ragazza sempre desiderata e sognata ma mai fino in fondo accettata. La storia, nata come un'avventura, passata attraverso il ricatto e la
violenza, inaspettatamente si trasforma in amore, nella cornice complice di una provincia che è, ormai, solo nella nostra memoria: con le sue signore discrete, gli uomini
improvvisatori di versi amabili, di alberghi diurni, con le impiegate strette nel grembiule bianco, promessa di chissà quali delizie fra le nuvole di talco e il profumo di dopobarba.
Eppure i personaggi che si muovono fra quelle che dovrebbero essere le passioni umane più squassanti, sembrano, qui, stentare a staccarsi dalle pagine di carta che li hanno
evocati, finendo col recitare, seppur con mestiere, battute che non gli sono proprie, attaccati visceralmente al copione. E poi tutta la pellicola sembra esaltare la poetica
dello spirito libero che poco si attaglia ai rigidi costumi e pregiudizi di un Paese a cavallo tra le due guerre, dove la condizione femminile era intimamente legata alla
casa, alla famiglia, all'anello nuziale e dove anche un piccolo sviamento era visto come marchio di infamia.
Per questo l'agitarsi leggero di Stefano Accorsi e Maya Sansa somiglia, forse troppo, a quello di due turisti in vacanza e non rende palpabile la tensione, il rimorso, i
dubbi di una coppia che consuma il tradimento alla luce del sole, in un'epoca in cui l'adulterio è punito come un crimine. La scelta dolorosa di lasciarsi e poi un nuovo
incontro quando il tempo ha solcato altre rughe sui volti stanchi non aprono mai la strada a una seconda possibilità e lasciano spazio solo a quella nostalgia fisica che è
propria di un amore vissuto a metà. Un occhio più attento al realismo dei fatti e delle cose avrebbe aperto orizzonti meno avvincenti ma di certo assai più veri...
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Vera Drake
Regia: Mike Leigh
Una signora di mezza età come tante si muove nella Londra della seconda metà del ‘900, mite
come le donne del suo tempo e insieme coraggiosa come solo chi segue un ideale di altruismo sa essere. Vera Drake, infatti, è madre
affettuosa, moglie esemplare e governante fidata ma è anche una persona di grande piglio e determinazione che, sotto l’apparenza di
normalità quasi banale, nasconde un segreto da non condividere con nessuno...
Mike Leigh tratteggia con la potenza emozionale che gli è propria questo ennesimo ritratto al femminile, approfittando del contrasto
di luci e ombre che rende bella e complicata la personalità di Vera per ampliare la sua ricerca sui moti e le pulsioni che si sviluppano
all’interno delle dinamiche familiari come specchio dei moventi e delle relazioni che muovono la società e il mondo chiuso fuori dalle
mura domestiche. E poco importa se intorno ai suoi protagonisti c’è l’Inghilterra di oggi, con le sue periferie grigie e degradate o
la Londra di mezzo secolo fa, ancora ferita dai bombardamenti nazisti, perché ciò che il regista, da sempre, vuole esaltare sono i suoi
attori, scelti con la cura del buon padre di famiglia, cui viene affidata, quasi per intero, la tensione drammatica del racconto.
Quelle di Leigh, infatti, sono piccole storie vissute da gente semplice ed i suoi protagonisti sono le persone comuni che incontriamo
ogni giorno. Vera è una domestica che condivide, col marito meccanico, una vita povera ma serena. La sua famiglia, con i due figli mutuati
a tanti caratteri già visti nella filmografia di Leigh, è unita e affronta con coraggio ogni nuova alba. Ma nelle sue giornate, tra
impegni di lavoro e famiglia, campeggia un oscuro segreto. La donna, infatti, con gli stessi semplici strumenti usati per le incombenze
domestiche compie aborti clandestini. Il suo scopo è aiutare, gratuitamente, giovani indigenti ad interrompere gravidanze indesiderate.
La sua visione fallata della realtà la porta a credere che un figlio non voluto porti solo gravi traumi e che evitare, a chi non possa
o desideri concludere la gestazione, le conseguenze sociali ed economiche di un parto sia una sorta di dovere morale.
Dunque indagine del microcosmo familiare sì ma anche analisi e presa di coscienza del significato della gravidanza, evento epocale nella
vita di ogni donna. Quando l’attività di Vera viene scoperta e lei arrestata mentre partecipa ad una riunione familiare (topos tanto caro
al regista), tutti i personaggi del dramma umano rappresentato devono, ancora una volta, deporre le maschere e confrontarsi ognuno con
le proprie debolezze.
L’eccellente prova della protagonista Imelda Staunton, sempre sull’orlo delle lacrime, contornata da interpreti di talento veterani
dell’opera di Leigh, la candida come una tra le favorite all’assegnazione della Coppa Volpi come miglior attrice. Il film è duro e triste,
commovente e vero e lascia nel cuore una dolce malinconia da metabolizzare lentamente.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Birth
Regia: Jonathan Glazer
Un uomo muore, un altro nasce. Dieci anni nel dolore e nel ricordo di un amore perduto e poi,
d'improvviso, l'uomo di allora rivive nel bambino di oggi. Anne, una Nikole Kidman mortificata in una zazzeretta castana da cui emergono,
enormi e zampillanti, due occhi trasparenti come fonti, è il nome della donna che ha perso il marito e si ritrova, alla vigilia di un
nuovo matrimonio scelto con la ragione, dinanzi a un ragazzino che le rivela di essere "il suo Sean". Dapprima l'incredulità, poi le prove
e la speranza che cresce e, infine, un amore mai sopito che rinvigorisce contro ogni logica e gonfia le sue vele. Sean rivela verità inaspettate
ma la trama degli eventi è già innescata e tutti i personaggi ruotano, ormai, intorno alla sua personalità.
Il sapiente tocco di Jonathan Glazer sta nel percorrere un terreno infido dove sarcasmo, ridicolo e patologico sono sempre in agguato,
uscendone illeso e, a tratti, vincitore. Un'atmosfera cupa e morbosa pervade, con pesantezza, tutto il racconto senza, tuttavia, scadere
mai nella caratterizzazione farsesca delle debolezze di protagonisti fragili come cristalli di neve. Colori volutamente freddi immortalano
un interno di famiglia sconvolto, con una netta predominanza del bianco che, pietosamente, sembra voler attutire ogni colpo di questa
crudele commedia degli errori.
Alla fine è anche troppo facile immedesimarsi nella vedova che si riunisce al defunto marito riconoscendone l'anima nel corpo di un bambino
e superare l'avversione per pulsioni innaturali e vicine alla pedofilia, giustificandole con la ragione superiore dell'amore. E solo il
fatto che la regia si fermi sempre un attimo prima del baratro permette allo spettatore di ritrovare se stesso e riappropriarsi di ciò
che è giusto e sbagliato.
Ottima la prova della Kidman che, rinunciando a riccioli e belletto, dimostra ancora una volta che, ormai, l'intensità della sua interpretazione
non ha bisogno di armi diverse dal suo talento. Del pari sorprendente il giovane protagonista, capace di dare al suo volto di bambino la
mimica che solo lo sguardo di un adulto riesce, di solito, ad imprimere. E sempre splendida Lauren Bacall che mette nei panni della madre,
saggia per necessità, tutto il glamour della sua esperienza hollywoodiana. Peccato per i quindici minuti finali di proiezione che spingono
la vicenda all'estremo, spiegando didascalicamente anche ciò che sarebbe stato bello intuire.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
A Home at the End of the World
Regia: Michael Mayer
Da un racconto di Michael Cunningham, premio Pulitzer per The Hours,
Una Casa alla Fine del Mondo è la storia di un percorso di crescita, una nuova interpretazione del Sogno Americano dalla Cleveland
degli anni ’60 fino alla New York del 1980.
La narrazione prende avvio nel 1967 quando il piccolo Bobby, bambino di nove anni sommerso dai messaggi di pace e amore della generazione
psichedelica, impersonata da suo fratello maggiore, si ritrova di fronte ad una serie di lutti familiari che lo lasciano, arrivato alle
soglie dell’adolescenza, completamente solo al mondo. Raccolto dalla famiglia del suo amico Jonathan, Bobby recupererà quel senso di stabilità
che sempre gli è mancato nella vita e stringerà, con i suoi nuovi genitori, con la madre soprattutto (una Sissy Spacek molto ironica), un
rapporto intenso fatto di fiducia oltre le apparenze e sincerità degli affetti. Il talento di Bobby sta nello scardinare le quiete certezze
della middle class americana, alle prese con i nuovi miti di quegli anni. Woodstock, il Rock, l’erba fumata di nascosto.
Per Jonathan, ragazzino insicuro e solitario, l’arrivo di Bobby rappresenta la chiave d’accesso a un mondo tutto nuovo e l’amicizia fra i
due diventa un legame così stretto da confondere i sentimenti in un’unica dipendenza reciproca fisica ed emotiva. Il trascorrere degli anni
non mina quest’affinità, cementata dalla passione comune per la musica e la libertà. Ritrovatisi a New York dopo gli anni del College, Bobby
e Jonathan, insieme alla pittoresca e affascinante coinquilina di quest’ultimo, riusciranno a creare, poco a poco ma sulle salde basi degli
ideali condivisi, un originale nucleo familiare in cui le sicurezze di ognuno dipendono dall’appoggio incondizionato degli altri.
Temi come omosessualità, amore libero, droga e trasgressione vengono trattati con tocco lieve da Michael Mayer che riesce a rendere in chiave
di commedia anche gli intrecci che potrebbero rivelarsi più problematici o pesanti.
Un film che ci riporta in un'atmosfera che avevamo appena dimenticato, dunque, raccontando con complicità e comprensione una generazione che
ha visto, poi, andare in frantumi le sue leggende ma che, in quei frangenti, ha vissuto fino in fondo la propria missione.
Una colonna sonora entusiasmante e ricca di riferimenti ai capi saldi della mitologia rock degli anni '70 contribuisce a rifinire questo
nostalgico quadro a tinte chiare di un'epoca di sogni ormai definitivamente spezzati.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Vento di Terra
Regia: Vincenzo Marra
Il cuore del Sud più profondo, quello fatto di enormi scheletri di cemento, lavoro precario,
disperazione; quello dei vinti che, per quanto facciano, tornano sempre al punto di partenza. Questo è il cardine di una pellicola che
ci racconta, con semplicità e immediatezza, una storia italiana. Vincenzo Marra riesce, con pochi mezzi e molto cuore, a farci entrare
nella vicenda di una famiglia di operai contro cui la sorte getta ogni disgrazia. La morte del genitore, l’esaurimento della madre, la
partenza della sorella per un impiego in Fiat, sono solo alcuni dei colpi che il giovane protagonista deve incassare per trovare la forza
di lasciare tutto anche lui ed arruolarsi nell’esercito in cerca di un futuro di dignità.
E’ un mondo senza regole quello in cui muove i suoi passi Vincenzo Pacilli, affondato in una periferia urbana senza speranza. Eppure,
nonostante tutto, il valore degli insegnamenti familiari salvaguarda la coscienza e consente di non smarrire la strada. Qualche pericoloso
deragliamento, subito rientrato, come partecipare a una rapina per raggranellare pochi soldi da dare alla madre, non scalfisce il buon
cuore e la volontà di Vincenzo che, gigante che sorregge sulle spalle il peso del mondo, porta, con coraggio, il peso di una responsabilità
più grande di lui: salvare la famiglia dai tentacoli di una miseria incombente.
Una regia di puro servizio, priva di orpelli visivi come dell’evocazione di un contrappunto musicale, si affida, senza filtri, alla fisicità
dei bravissimi interpreti per narrare con drammaticità documentaristica le situazioni vissute. L’occhio gelato della macchina da presa
mostra, senza artificiali tentativi di edulcorazione, tutta la crudezza di una realtà a un passo da noi eppure così lontana dall'immaginario
comune della "civiltà del benessere".
E Vincenzo, a dispetto dei luoghi comuni, non si scaglia contro essa ma la osserva pensando agli occhi di sua madre e a una fidanzata appena
trovata che gli sorride. Andrà in Kossovo, il nostro protagonista, una paga più alta per speranze maggiori. E un raggio di sole scalda quella
che, finora, è stata una fredda vita per Vincenzo. Finchè, fatalmente, le nubi, le stesse che hanno accompagnato i suoi giorni peggiori,
non tornano ad addensarsi nel suo cielo semplice...
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
H.P. Lovecraft – Ipotesi di un Viaggio in Italia
Regia: Roberto Leggio e Federico Greco
Nel corso di una proiezione - evento a bordo di un battello ancorato alle porte del cimitero
monumentale di San Michele, Studio Universal ha presentato il documentario H.P. Lovecraft – Ipotesi di un Viaggio in Italia, di
Roberto Leggio e Federico Greco.
Si tratta dello sviluppo filmico di una ricerca importante e, per molti versi, rivoluzionaria. Lo spunto, il ritrovamento casuale e fortunato
da parte degli autori, su una bancarella di Montecatini, di un inedito diario olografo del grande e visionario scrittore americano. La
calligrafia, gli pseudonimi usati, lo stile della narrazione non sembrano lasciare dubbi sull’autenticità del racconto.
Nelle pieghe oscure della sua vita, Lovecraft avrebbe celato un viaggio in Italia, tanto più sorprendente e ricco di significati, dato
che la sua biografia ufficiale e l’epistolario a noi giunto, comunque solo parziale, non ne parlano. Sono le antiche tradizioni e leggende
popolari ad affascinare e quasi ossessionare la sua brama di conoscenza. Così eccolo, in quest’ipotesi tutt’altro che fantastica, solcare,
nel 1926, l’oceano alla volta dell’Italia, giungere a Venezia, immergersi nel sapere antico e magico della biblioteca Marciana.
Per Lovecraft la superstizione non è mai tale poiché vi è sempre una realtà da indagare. I racconti del mare e del fiume gli parlano di
strane creature acquatiche, di una ritualità consumata nelle notti senza luna da confraternite che si tramandano verità millenarie.
Lovecraft è adesso nei paesi del delta del Po. In quei luoghi dove la sera, di fronte al fuoco del camino, i pescatori narrano di incontri
fuggenti con uomini-rana, intravisti nella bruma, di orme gigantesche ritrovate nella rena del fiume. L’atmosfera è decadente, le imposte
sbarrate delle case, che ricordano un passato prosperoso e vitale che non è più, si animano di sussurri e rade parole al vento. Elementi,
suggestioni, viaggi onirici che ritroviamo intatti nelle opere maggiori dello scrittore, che pare aver elaborato la complessità dei miti
di Cthulu da quella che potrebbe essere stata una delle esperienze più coinvolgenti della sua vita.
Il documentario, che andrà in onda il 31 ottobre alle 20,30 su Studio Universal, è davvero ben fatto e approfondito, curato nel montaggio e
nella scelta dell’accompagnamento musicale, macabro ed evocativo ed è capace di avvicinare lo spettatore ad uno dei personaggi più misteriosi
e controversi della letteratura contemporanea.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Vanity Fair
Regia: Mira Nair
"Ah, Vanitas Vanitatum! Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi realizza i suoi desideri? O, pur ottenendoli, è soddisfatto?".
Le parole con cui William Makepeace Thackeray conclude il suo romanzo Vanity Fair sono quelle che meglio riassumono l’essenza delle
domande semplici ma allo stesso tempo impossibili da districare che ogni essere umano si pone nel corso della propria vita. L’essenza dei
desideri, la volontà di raggiungere un obiettivo, la forza o la debolezza di cedere al compromesso fino alla capacità di convivere col
rimorso sono lo spirito stesso di una novella classica ma comunque attuale, portata, di nuovo sullo schermo, con grande emozione, intensità
e forza visiva da Mira Nair, già premiata a Venezia per Monsoon Wedding.
Nelle mani della regista indiana, uno dei caratteri femminili più densi e poliedrici mai creati dalla letteratura inglese acquista nuovo
carisma colorandosi delle sfaccettature della bellezza, dell’innocenza, della passione e della comicità. Ma è l’ambizione, vento impetuoso
che agita l’anima, a tessere la vicenda del racconto e del film. E così il personaggio di Becky Sharp, pronto a sfidare il mondo e a sondarlo
in tutte le sue gioie e amarezze, diventa eroina moderna, un prodromo del femminismo, donna capace di scendere agli inferi riemergendone
sorridente e candida. La storia di Becky, dunque, non è solo una parabola sul destino altalenante di chi, non avendo mai avuto niente, è
disposto a tutto per emergere ma anche il riassunto di una vita che è un po’ nelle pagine personali di ognuno di noi.
L’infanzia da orfana, l’adolescenza nell’Hampshire e, finalmente, l’approdo a Londra al servizio di una ricca signora sono le tappe di
una consapevolezza del mondo acquisita con la sofferenza e gli stenti e il cammino di una ragazza che ha deciso da sempre di non tornare
mai indietro.
Intorno a lei l’Inghilterra del XIX secolo che si prepara a diventare vittoriana con tutto il suo complesso di regole, doveri, morale,
alle prese con il nemico Napoleone che ancora una volta irrompe in Europa nei cento giorni che lo separano da Waterloo.
Ma tutto ciò giunge come un’eco alle orecchie di Becky Sharp perché il suo è un percorso a sé, che va dritto come un fuso su per la scala
sociale. Come in una fuga di stanze è sempre lei ad attraversare il salotto buono della borghesia, prima, e quello fastoso dell’aristocrazia,
poi, fino a giungere al matrimonio col rampollo di una ricca e nobile famiglia. Ci penserà il destino, però, a ricordarle che una corsa veloce
è densa di insidie e rende la caduta tutt’altro che difficile.
William Makepeace Thackeray e Mira Nair hanno in comune il retaggio culturale dell’infanzia trascorsa in India, a Calcutta nei domini della
Corona lui, e nel moderno bacino della nuova Bollywood lei, e sembra che entrambi abbiano respirato, in tempi diversi, lo stesso profumo
aspro del mondo coloniale (la Nair immergendosi in un’atmosfera antica e per certi versi ancora vicina) e questo è evidente nel modo di
descrivere con la scrittura o la rappresentazione visiva la potenza di colori e forme, profumi e suggestioni.
Il film presentato a Venezia è, infatti, umano e appassionato, rispettoso del modello classico ma rivolto ad un pubblico diverso e moderno.
Anche se la vanità, peccato originale dell’anima, attraversa il tempo immutata e non ha bisogno di traduzioni.
Gli interpreti scelti per portare sul grande schermo caratteri tanto complessi e talvolta contraddittori riescono con talento a mantenere
il ritmo della narrazione vivacizzando quello che, in alcuni punti, potrebbe avere il sapore di una racconto didascalico. Reese Witherspoon,
Bob Hoskins, Eileen Atkins, Jim Broadbent e Gabriel Byrne sanno accendere l’attenzione in una ricostruzione convincente della convivenza con
le cose e le ambientazioni d’epoca. Ed è perfetta la Londra di quegli anni ritrovata nella ricostruzione delle scenografie lungo le vie di Bath.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Mar Adentro
Regia: Alejandro Amenabar
Questo film nasce in una terra magica stretta fra l’oceano, distesa salata, e l’acqua santa dei suoi luoghi: Santiago de Compostela
su tutti. E’ la Galizia che si difende dagli attacchi della modernità a diventare il palcoscenico naturale della storia di Ramon Sanpedro.
Storia vera ed emblematica allo stesso tempo perché fatta di un presente sofferente e vivo.
La vicenda di Ramon, magistralmente portato in scena da Javier Bardem, ci racconta da sola il senso di una esistenza. La nascita a
Xuno, in Coruna, in quel lembo di terra che guarda verso gli orizzonti più lontani del grande mare, la crescita, la giovinezza, la
scelta di imbarcarsi su una nave norvegese per solcare il mondo. E in questi passi l’eco di una Spagna lontana, segnata dall’avventura
dei suoi navigatori, orgogliosa e virile. Ma la vicenda precipita, un destino cinico e baro toglie la forza dei suoi anni a Ramon Sampedro.
Un brutto giorno, nel pieno del suo vigore, un tuffo nel mare distrugge la sua vita lasciandolo paralizzato dal collo in giù e per sempre.
La sua famiglia si prende cura di lui. La stessa forza che lo aveva portato a sognare e a vincere le proprie paure lo sostiene ora nella
decisione di farla finita, di liberarsi del proprio corpo. Ramon, inchiodato al suo letto per trenta lunghi anni non può fare altro
che guardare il mondo dalla finestra della propria stanza, unico occhio sulla realtà che lo riporta a quel mare che ha segnato allo
stesso tempo l’inizio e la fine della sua vita. Il suo unico desiderio è, adesso, morire con dignità e soprattutto con consapevolezza.
La sua diventa una battaglia legale che scuote la coscienza del mondo. Accanto a lui due donne: Julia, l’avvocato che difende la scelta
dell’eutanasia, e Rosa, donna di paese che cerca di sostenere, invece, le ragioni dell’amore per la vita. E di qui la contrapposizione
fra due anime: quella moderna e cosmopolita di una brillante professionista e quella della sua antagonista, attaccata alle radici della
terra e capace di accettare il dolore come dono maledetto del destino. Entrambe, però, si trovano a fare i conti con la personalità di
Ramon che mette in discussione le loro regole col suo carisma e il suo grande fascino. Pur nell’atmosfera soffocante e nell’ansia di
morte che si respira nella sua stanza, la vita riesce a filtrare lo stesso attraverso i vetri di un’unica finestra ed è il vento dell’oceano
che, alla fine, agita gli umori e seda lo spirito.
Nel film, come nella realtà cui la narrazione si ispira, i toni non sono mai solenni e disperati e la luminosità del protagonista pennella
di tinte corrusche anche la scelta più grave. Un eccellente interprete, sottoposto ad estenuanti sessioni di trucco, immobile, disposto
ad accantonare la propria fisicità per concentrarsi sul volto, riesce a dare afflato all’ispirazione di Amenabar, ancora una volta, dopo
The Others, pronto a confrontarsi con l’idea della morte affrontata, stavolta, dalla parte dei vivi.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
Final Fantasy VII. Advent Children
Regia: Guy Muddin
La versione speciale del secondo film tratto dalla famosa saga di videogiochi, confezionata da Tetsuya Nomura espressamente
per il Festival di Venezia, è un bell’esperimento in cui digitale, tecniche di animazione e tensione narrativa si fondono in modo
convincente con la ricerca di spessore per ogni personaggio.
Ancora un capitolo del gioco lanciato dalla Playstation, ancora un’avventura che si consuma ai confini di un mondo virtuale sospeso
in un tempo lontano. Stavolta l’abilità sta nell’andare oltre i cliché che vedono contrapposti buoni e malvagi, anime bianche e nere:
i personaggi vivono una propria interiorità fatta di conflitti, dubbi, rimorsi, coscienza.
Il tutto pervaso da una grande spiritualità (e come non potrebbe viste le atmosfere che ci rimandano ai manga e alla tradizione narrativa
orientale) che avvolge questa come le altre avventure della serie ludica.
Lo scenario è apocalittico, l’atmosfera millenaristica, l’umanità rischia l’estinzione.
La guerra, causa di una distruzione senza ritorno già consumatasi, incombe di nuovo e una funesta malattia attacca la mente ed il corpo dei sopravvissuti.
Shinra, il male che diventa carne, si serve della forza vitale del pianeta per dominare il mondo e sottomettere chi ancora conserva una volontà.
Un guerriero antico e triste di nome Cluod, segnato dal rifiuto per le violenze perpetrate sotto la militanza nella guardia di Shinra,
si dedica alla cura degli orfani cercando il riscatto per la propria anima. Combattuto tra il desiderio di pace e la pulsione a difendere
i suoi ragazzi dai tentacoli di una malvagità onnipresente, sarà proprio lui a decidere se scatenare o meno la battaglia.
La rappresentazione virtuale e allo stesso tempo iperrealistica di cose e persone fa di Final Fantasy VII un prodotto
qualitativamente migliore della pellicola di medesima ispirazione che lo ha preceduto pochi anni fa e la cura nei dialoghi e nella
caratterizzazione dei personaggi lo rende interessante non soltanto per gli estimatori del genere. Il salto di qualità operato da
Tetsuya Nomura, infatti, sta nell’aver avvicinato quanto più possibile, e con successo, primi piani e campi lunghi alla natura di
un film vero e proprio ed aver tralasciato la dimensione da fumetto a favore di un’introspezione molto partecipata e benevola dei
moventi e delle ragioni dei protagonisti.
© 2004 reVision, Elisa Schianchi
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