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Far East Film Festival
Udine, Sabato 27 Aprile, ore 20.00
Love Undercover
Regia: Joe Ma
Hong Kong 2002, 102'
Ecco il film vincitore dell’Audience Award 2002 del Far East Film
Festival. Il premio viene consegnato dal Sindaco della città, in jeans
rossi e maglietta del festival sotto una giacca sportiva nera, alle ore
00.30 del 28/04/2002 direttamente nelle mani del regista Hongkonghese
Joe Ma e della cantante diventata attrice Miriam Yeung che salgono,
emozionati e felicissimi del riconoscimento, sul palco del teatro
comunale applauditi come vere celebrità del grande schermo. Il team
vincente formato da regista ed attrice, infatti, sembra consolidato e
maturo dai tempi di Dommy Mommy, Without A Baby
(anch’esso presentato al festival) e mette in scena un racconto lieve, farsesco e divertente
che prende in giro, col gusto della citazione e dell’ispirazione ai
limiti dell’omaggio o dell’emulazione, il genere poliziesco
farcendolo di situazioni da sit com e battute riciclate riviste e corrette in
chiave di commedia cantonese. La poliziotta L.K. si vede assegnare ad
una missione segreta speciale per incastrare l’attraente figlio di uno
dei capi delle Triadi. Naturalmente nulla andrà come previsto e ciò che
L.K. si troverà ad affrontare, tra situazioni pericolose e romantiche,
sarà il più meraviglioso degli incidenti di percorso: l’amore...
Microfoni nascosti ovunque che colgono sempre il particolare più
imbarazzante, poliziotti che si spacciano per magnaccia dimentichi di
qualsiasi dignità, una premessa incredibile per cui un uomo ricco ed
affascinante si innamora della poliziotta imbranata e goffa credendola
una prostituta ma che diventa plausibile per l’ambizione di
giustificare i sentimenti che è propria di prodotti di ben altro
spessore, sono i punti di forza di un film che, pur inconsistente come
un futile sorriso, travalica la dimensione piatta della semplice
raccolta di gag già viste e piace per la voglia che trasmette di tifare
per il successo della perdente cronica L.K..
Far East Film Festival
Udine, Venerdì 26 Aprile, ore 22.30
Guns & Talks
Regia: Jang Jin
Korea 2001, 121'
Guns & Talks approda al Far East Film Festival, dove vince il secondo
premio per indice di gradimento del pubblico, forte del grande successo
riscosso in Patria dalla sua formula originale ed intrigante che vede
affiancare e lentamente sostituire alla vena violenta e serrata propria
dei gangster movie, una più sottile ed effervescente vis comica e
parodistica. Le “chiacchiere da killer” del titolo sono quelle
che una squadra di quattro assassini prezzolati si scambiano sul loro lavoro,
sulle loro ambizioni, sui sentimenti che vivono e le speranze che
alimentano. Sceneggiatura intelligente, divi coreani in stato di grazia
e personaggi di contorno memorabili rendono la pellicola sicuramente
speciale e molto europea per gusto dell’immagine sofisticata, ricerca
dell’effetto emozionale della musica e ritmo di montaggio incalzante e
moderno. I quattro amici, uniti dal talento nella professione e da una
purezza di spirito inaspettata in chi realizza il paradosso di uccidere
per vivere, non capiscono perché tutti siano così ansiosi di ammazzarsi
tra di loro ma si consolano concludendo che se sono così richiesti vuol
dire che il mondo ha davvero bisogno di loro. Regia convincente dell’ex
drammaturgo coreano Jang Ji e performance gustosamente sopra le righe
di attori divertiti dai rispettivi ruoli eccentrici rendono
piacevolmente credibili le gesta di questi moderni eroi che portano
sentimenti personali nel “lavoro” e sono capaci di agire
contro ogni buon senso alla sola vista di una donna in lacrime.
Far East Film Festival
Udine, Giovedì 25 Aprile, ore 22.30
The Yin-Yang Master
Regia: Takita Yajiro
Japan 2001, 116'
Narra la leggenda che mille anni fa, all’apogeo della cultura
giapponese, in un tempo in cui uomini e demoni vivevano gli uni al
fianco degli altri dividendosi terra ed aria e combattendo per il
potere, l’Imperatore Heian si circondò di un consiglio di Maestri dello
Yin-Yang, veggenti in grado di dominare le forze della natura e
proteggere il palazzo dalle presenze maligne che infestavano la
foresta. Il Primo dei Maestri, Doson, era un mago di talento ed
ambizione smodati, dai principi prima avvizziti, poi vinti dalla sete
di potere, che, nel suo piano per controllare il trono e soggiogare il
mondo allora conosciuto ordì fini trame di complotto tentando di
delegittimare il rivale Abe No Simei, il negromante più dotato e puro
del gruppo. Intrigo politico e sortilegi, ambizione pozioni sono
l’ossatura su cui fonda un racconto prezioso ed antico in grado di
evocare il fascino di un’epoca al confine con l’immaginazione.
Quando il figlio neonato dell’Imperatore viene trasformato in mostro da un
soffio demoniaco, Abe No Siemei, affiancato dallo spadaccino
integerrimo Minamoto e dal guardiano immortale Aone, ingaggia la sua
lotta personale contro il male da cui uscirà spossato nel fisico e
trasformato nei valori e negli affetti ma vincitore quale campione del
bene. Il libro da cui il film è tratto ha venduto, dalla pubblicazione
nel 1999, oltre due milioni di copie e lo stesso successo si è ripetuto
per la pellicola che è risultata, al botteghino, il film non
d’animazione giapponese campione d’incassi nel 2001 e che si è
fatta apprezzare nonostante la dimensione fumettistica, la pesantezza della
costruzione narrativa e la superficialità di introspezione nei
personaggi e nelle loro motivazioni non sempre siano stati superati
nei sin troppi 116 primi di proiezione.
Far East Film Festival
Udine, Giovedì 25 Aprile, ore 20.00
Visible Secret
Regia: Ann Hui
Hong Kong 2001, 101'
Spiriti che si muovono nel mondo reale aggrappati alla vita come
naufraghi alla scialuppa di salvataggio sono i protagonisti di questo
film gradevole che, però, non brilla per originalità accontentandosi di
seguire, pedissequo, la scia dei prodotti medi del genere ghost story
cari all’immaginario collettivo orientale. Una premessa cruenta ci
introduce sul luogo di un incidente mortale: un uomo viene decapitato
da un tram e la testa mozzata rotola per qualche metro lontana dal
corpo, con gli occhi ancora aperti ed apparentemente animati di quel
guizzo di vita che così furiosamente resiste alla sciagura. Una bimba,
June, coglie quello sguardo disperato e rimane sopraffatta dalla malia
di quel potere psichico trasferito dallo spirito che si stacca dalla
carne e che la condannerà, per tutta la vita, a vedere oltre la
pesantezza delle cose, a cogliere il tormento di quelle presenze che si
dibattono, pesci in rete, tra il desiderio di esistere ed il terrore
dell’oblio in una dimensione che non c’è. 15 anni dopo la
terribile esperienza, June, ora donna bellissima e solitaria, incontra Peter e
legge nei suoi occhi un destino di pericolo e tragedia. Il passato di
Peter, infatti, nasconde un segreto mefitico che segna la su vita come
marchio di infamia e di peccato e lo travolge in una spirale di
vendetta capace di unire, per moventi di odio e di espiazione, il mondo
tangibile e quello ultraterreno. Solo l’aiuto di June, la cui identità
verrà rivelata da una svolta narrativa finale tanto studiata quanto
prevedibile, salverà Peter dalla perdizione dell’anima e gli consentirà
di vivere il suo futuro riscattato dai debiti degli avi. La regista Ann
Hui torna, 21 anni dopo The Spooky Bunch, alle macchinazioni degli
spiriti con risultati che, pur non eguagliando quelli del precedente,
assestano la pellicola ad un livello di gradimento piuttosto soddisfacente.
Far East Film Festival
Udine, Giovedì 25 Aprile, ore 14.30
Diamond Hill
Regia: Soi Cheang
Hong Kong 2001, 87'
Questa pellicola cantonese di difficile classificazione viene presentata al Far East Film Festival, non senza ingenerare qualche
falsa aspettativa, in una giornata a tema dedicata alla celebrazione del genere horror. Se si prescinde, infatti, da un avvio narrativo che
si perde tra horror psicologico e sperdimento della percezione di una realtà nascosta, nulla, della struttura del racconto o delle scelte
registiche e di montaggio, sembra mirare, in modo alcuno, a creare tensione o paura. La premessa malinconica e commovente, sgranata come
il ricordo, vivida come una memoria di felicità, crea le aspettative, in seguito, purtroppo, disattese, di un dramma del passato capace di dar
corso a tutte le aberrazioni possibili della mente e del cuore e di dare giustificazione anche all'impossibile ed all'irrazionale. Quella
che era la potenzialità di un'ispirazione feconda, dunque, rimane solo accennata in nuce, senza alcun investimento, in termini di profondità o
ambizione, virando in modo prepotente ed inatteso, quando ormai la strada dell'horror sembrava intrapresa, verso scelte mai definite o
nette, che danno vita ad un esperimento ibrido, una sorta di sfogo catartico del regista, in cui degrado urbano, umiliazione del corpo,
dramma dell'incesto e superiorità dell'amore a qualunque pregiudizio, si avvicendano senza soluzione di continuità ma anche senza ragione,
legati da nessi gratuiti e superficiali che non riescono a legittimare la mancanza di una qualsiasi chiave di lettura che dia identità, unità
e senso alla narrazione. Si passa dunque, dall'introduzione melodrammatica cui accennavamo ad un incipit teso e stridente pervaso
di sussurri, ombre ed apparizioni, per scivolare, subito dopo, in una tragedia tra Edipo e Caligola che, pur raccontata con delicatezza, non
può non creare disagio per la mancanza di preparazione agli sviluppi cui lo spettatore è forzatamente sottoposto. Scopriamo così che gli
eventi, che sembravano aver definitivamente allontanato i due orfani May ed Heung-hoi, possono essere letti diversamente da quella che è
l'apparenza della realtà e disvelare un'aberrante soluzione all'insostenibile imposizione dell'abbandono e della separazione. Il
regista di Horror Hotline, stavolta, non centra il bersaglio e perde, nel percorso della sua vocazione all'horror, le poche trovate
interessanti di una pellicola, in generale, mediocre.
Far East Film Festival
Udine, Mercoledì 24 Aprile, ore 22.30
Musa
Regia: Kim Sung-su
Korea 2001, 128'
Musa è il trionfo dell'epica in costume, un tripudio di ricchezza nella ricostruzione di scenari e costumi, di approfondimento di personaggi e
sentimenti, di passione per l'immagine ed ispirazione del contenuto... Musa è il più bel film del Festival, una di quelle produzioni che non
hanno nulla da invidiare a quelle sbarcate sul mercato europeo per budget, impegno pubblicitario e capacità di ingenerare un'aspettativa.
La storia è ambientata nella Cina del XIV secolo e si basa su di un episodio vero: poco dopo la presa del potere da parte della Dinastia
Ming, un emissario dei Ming in Corea venne assassinato e le relazioni diplomatiche tra i due paesi si inasprirono. Questa è la storia di un
gruppo di coreani inviati in missione di pace in Cina, ingiustamente arrestati e mandati in esilio. Nel deserto, per lungimiranza ed
orgoglio del giovane generale, che rifiuta un ritorno in Patria senza onore, salvano una principessa Ming per riconsegnarla all'Imperatore e
riallaciare, così, i rapporti spezzati tra i due Paesi riabilitando il loro nome compromesso dall'onta del fallimento.
I toni sono eroici ma cupi, i personaggi forti ma emotivi, la brutalità è cruda e sfacciata
mentre i toni romantici sono solo soffusamente evocati a distanza e mai chiaramente espressi con la ruvidezza delle parole. Ritmo
frenetico, combattimenti mozzafiato e violenza sorprendente sono il discrimine che non lascia arenare il film nell'alveo senza cuore del
prodotto commerciale ma lo innalza a vivida rappresentazione di un mondo di violenza e poesia i cui fili sottili si sono ormai persi nel
corso di oltre otto secoli di storia.
Far East Film Festival
Udine, Mercoledì 24 Aprile, ore 20.00
One Hundred
Regia: Teng Huatao
China 2001, 88'
Il diciassettenne Ma Hui sogna, sin da bambino, di vestire la divisa da poliziotto con tanta forza ed entusiasmo da coinvolgere, nella strada
verso il sogno, anche il suo migliore amico Yu Yan. I due ragazzi, troppo giovani per essere ammessi all'accademia, cercando una qualsiasi
strada alternativa che li conduca al riconoscimento generale del loro coraggio e del loro valore, rimangono molto colpiti dalle parole che il
loro consigliere spirituale distribuisce per infondere coraggio come cibo all'affamato e decidono di unirsi alla squadra di civili del
comitato di quartiere per acciuffare quei “cento ladri” che gli garantiranno l'ingresso in polizia.. Il cammino da percorrere sarà irto
e grave ma i due non si arrenderanno neppure quando lo scontro con la realtà metterà a dura prova la solidità dei loro ideali e rischierà di
compromettere la visione etica di giustizia e cesura netta tra bene e male di cui i ragazzi si nutrono.
L'entusiasmo dei protagonisti è assolutamente contagioso e l'abilità con cui il regista opera le
riprese, carezzando l'obiettivo come fosse il suo sguardo benevolo sulla realtà delle cose, è tra i pregi più interessanti di un film che
parla di un sogno e della forza che non fa arrendere sulla via della sua costruzione. Interessante la scelta di un finale in cui, per molti
minuti, soli sullo schermo, i due protagonisti corrono sullo sfondo di una realtà urbana degradata e poverissima fino ad arrivare alle mura
della città proibita nell'estenuante inseguimento del primo ladro della loro vita, che alla fine sarà preso a dimostrazione che la tenacia paga.
Far East Film Festival
Udine, Mercoledì 24 Aprile, ore 14.30
Dance Of A Dream
Regia: Andrew Lau
Hong Kong 2001, 93'
Questa è la favola di Cenerentola in ricetta cantonese, di una fanciulla che si muove in una scuola di danza come fosse un castello,
di un meraviglioso ballerino che non stona come principe azzurro. Dance Of A Dream racconta, con toni lievi e pennello delicato, la storia di
Namson, un maestro di ballo figurato, diviso tra la passione dell'insegnamento ed il problema dei soldi. Durante l'esibizione ad una
serata di gala, che lo vede ammiratissimo da tutte le signore presenti, Namson riesce a conquistarsi i favori della bella e richissima Tina
capace, da sola, a sedare le sue ansie da conto in banca ma non si avvede neppure di aver irretito anche la dolce e romantica cameriera
Kam, capace di qualsiasi cosa pur di attirare la sua attenzione. Il mattino successivo si troveranno tutti alla scuola di danza per
iniziare i corsi diretti da Namson. Una nuova vita si aprirà per Kam che, da brutto anatroccolo ignorato da chiunque, si trasformerà in
cigno leggero ed elegante, in grado, con la spontaneità del suo sorriso e la semplicità dei suoi sentimenti, di conquistare anche l'uomo più
bello ed irraggiungibile su cui avesse mai posato lo sguardo.
Naturalmente né storia né colpi di scena brillano per originalità o estro creativo ma, ciò che rimane al termine della pellicola, è la
piacevole sensazione di aver assistito ad un film onesto e piacevole che mantiene ciò che promette divertendo con quella che è la sua arma
dichiarata: una grazia disarmante e senza eccessive pretese.
Far East Film Festival
Udine, Martedì 23 Aprile, ore 16.30
Last Witness
Regia: Bae Chang-ho
Korea 2001, 103'
La Corea presenta al Festival, tra i suoi titoli più ambiziosi ed impegnati, questo Last
Witness, un melò intriso di thriller polizesco, rievocazione storica e dramma d'amore di levatura epica. Eppure tutte le potenzialità
di una pellicola che sulla carta aveva i numeri per conquistare pubblico e critica si spengono, col procedere della proiezione,
in un'insana accelerazione narrativa che tutto travolge a discapito di tensione emozionale e coinvolgimento. Il divertimento non manca
ma è quello futile dato dal piacere dell'immagine sontuosa e dalla furbesca scelta dei motivi musicali di accompagnamento ma si
dilegua, senza lasciare traccia alcuna nel cuore e nella mente di chi ha seguito lo sviluppo del plot aspettando lo scarto di marcia,
non appena usciti dalla sala, rimanendo un prodotto di facile intrattenimento, grosso budget e scarso cuore.
La sceneggiatura è adattata da un romanzo del famoso scrittore Kim Sung-Jong e mira ad una ricostruzione dolente di 50 anni della
storia coreana recente, puntando il dito della denuncia contro lo scellerato campo per dissidenti e prigionieri politici di Geoje.
Azione e dramma psicologico si sposano nell'opulenza della fotografia rimanendo in superficie, quasi graffiati sulla pellicola,
per un imperdonabile mancato approfondimento di moventi e tensioni individuali. Restano, comunque, memorabili, per la
loro oggettiva capacità di avvincere, la caccia notturna nella foresta di bambù, l'evasione dal campo di prigionia intriso di fango ed acqua,
la fuga sotterranea dei prigionieri assediati in una scuola, e noi non possiamo non darne atto in quanto amanti delle cose belle.
Sequenze al rallentatore, sofisticati espedienti di montaggio ed inquadratura, suggestive immagini da cartolina valgono ogni centesimo
investito dalla produzione ma, con ogni probabilità, la storia d'amore e sacrificio lunga una vita tra Son Ji-hye e Hwang Seok, lo
spettro del comunismo militante come radice infetta da estirpare, gli intrecci attuali che eventi passati continuano a
nutrire attraverso le loro conseguenze di disperazione e morte, avrebbero meritato ben altro spessore nei caratteri, maggiori dettagli su
un passato evidentemente mai evaso, riflessioni più attente sulle emozioni dei personaggi coinvolti.
Far East Film Festival
Udine, Martedì 23 Aprile, ore 14.30
Fat Choi Spirit
Regia: Johnnie To e Wai Ka-fai
Hong Kong 2002, 97'
Questo spumeggiante film cantonese evoca, sin dal titolo, promesse di
gloria e prosperità, riprendendo ed enfatizzando una formula che fa
parte del rito augurale per l'anno nuovo: “Fat choi” che
significa “Diventa ricco”. L'oggetto del desiderio condiviso da tutti i
protagonisti della pellicola è, infatti, una vincita milionaria a
mahjong, un gioco d'azzardo che conta, tra i posseduti dal demone della
ricchezza facile, più adepti che una setta satanica. Moltissimi gli
spunti divertenti della commedia che riesce, con una serena godibilità
senza pretese, ad attrarre anche gli spettatori che ignorano le
complicate regole del mahjong. Paradossalmente la mancanza di una
sceneggiatura solida e di dialoghi essenziali alla progressione logica
del plot sono i migliori pregi della commedia che, lasciata alla
caotica improvvisazione di attori non imbrigliati in ruoli troppo
schematici, si muove leggera e piacevolmente scoordinata in una
dimensione di naturalezza quasi disarmante. La freschezza, dunque, è
certamente l'arma vincente di un carrozzone pieno di divertimento che
si tiene in piedi nonostante sembri essere costruito di ispirazioni
plagiate tutte da prodotti già visti, e mette in secondo piano certe
ingenuità ed approssimazioni che danno l'impressione che il tutto sia
stato costruito direttamente sul set un minuto prima di girare. Le due
star preferite di Johnnie To: Andy Lau, affascinante ed imbattibile
maestro di mahjong, e Lau Ching-wan, sfidante di scarso talento ed
emulo frustrato che tenta di soffiare il titolo al rivale, mettono in
scena una spassosa competizione senza esclusione di colpi che ci terrà
avvinti, tra colpi di scena e rivolgimenti di altalenanti fortune, sino
al torneo finale. Personaggi di contorno buffi ed alienati nella loro
umanità fatta di fallimento e sconfitta, vite ai margini della
perdizione perse dietro ideali artefatti osservate con le labbra
piegate in sorriso, rappresentazione farsesca di un sottobosco vitale
che è difficile pensare come reale, fanno dell'ennesima commedia sul
mehjong un prodotto inaspettatamente nuovo ed intrigante che, nel suo
genere, non può non essere apprezzato per la genuinità degli spunti
creativi.
Far East Film Festival
Udine, Lunedì 22 Aprile, ore 20
Bad Guy
Regia: Kim Ki-duk
Korea 2001, 102'
Dopo le precedenti esperienze estreme cui il regista coreano
iconoclasta per eccellenza ci ha abituato, Kim Ki-duk affronta la
svolta della maturazione artistica ed emotiva confezionando un film
lirico e compiuto, violento e poetico, sadico e romantico. Bad Guy, già
presentato al Festival Internazionale del Cinema di Berlino 2002, è un
melò sofisticato e cupo, dalle molteplici chiavi narrative, animato da
intenti ambiziosi, impregnato come panno poroso di dolore ed
umiliazione. I film di Kim Ki-duk sono pervasi di figure estreme e
tormentate, complesse e stratificate di sedimenti accumulati sulle
macerie delle esperienze passate. Siamo ormai lontani dalla veemenza
visiva e verbale che aveva provocato, durante la proiezione stampa al
lido di Venezia de L'Isola, svenimenti e conati di vomito: Bad Guy è, a
suo modo, una storia d'amore intensa e malinconica, bruta ed
appassionata come le pulsioni istintuali minime degli esseri
viventi. E' stato definito una rivisitazione di "La bella e la bestia"
distorta e perversa ma è certamente la sua opera più accurata, solida e
ricca.
Il mondo evocato è quello dei bassifondi in cui domina il più
forte in una sorta di catena alimentare in cui il pesce grande divora
quello piccolo, ma è anche un mondo retto da regole d'onore tutte sue,
da codici di etica e rispetto accettati come leggi da chi vive in una
realtà che è parallela a quella da noi conosciuta. Han-Gi, il
buttafuori di un bordello, si innamora a prima vista di Sun-Hwa, una
college girl eterea come un'apparizione di purezza, e si avventa su di
lei costringendola ad un bacio rapace e violento cui nessuno dei
passanti intervenuti è capace di sottrarla. Il disprezzo della ragazza
sarà la sua stessa rovina perchè Han-Gi, deciso più che mai ad averla,
tesse la trama della sua discesa agli inferi e la porta ad un livello
di disperazione tale da non lasciarle altra strada che la prostituzione
per liberarsi dai debiti. Vouyerismo, sadismo misti di pudore e pietà
si mischieranno in un rapporto di amore ed odio intensissimo tra i due
protagonisti uniti da un legame malato e fetido, separati da ferite
troppo profonde per essere sanate persino da un sentimento più forte. Un finale
realistico e sublime chiude un'opera che a tratti rasenta il rapimento
dei sensi ma rimane arenata al suolo da qualche sfilacciatura di troppo
nella trama.
Far East Film Festival
Udine, Lunedì 22 Aprile, ore 16.30
Fulltime Killer
Regia: Johnnie To, Wai Ka-fai
Hong Kong 2001, 98'
Due killer si fronteggiano l'un l'altro per la conquista di un titolo:
il migliore. O è l'algido professionista giapponese, logorato dalla
morte che ogni giorno lo sfiora scalfendolo un poco, Tok è il
presuntuoso assassino cantonese che si nutre di film d'avventura e
video clip senz'altra ambizione che dirigere la sua vita come
fosse quella del protagonista di uno spot. Entrambi infliggono la morte,
entrambi scelgono un destino di solitudine, ma mentre O vorrebbe essere
dimenticato e tenta di cancellare ogni traccia della sua esistenza, Tok
cerca la fama e si esibisce in numeri da funambolo per attirare
l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica.
Il film è un'autentica, luccicante vetrina per la star Andy Lau, presente al
festival con altre due pellicole, che si muove sullo schermo con l'arte
di un attore consumato, imitando in modo volutamente caricaturale ed
ammiccante i personaggi dei film di John Woo, Luc Besson o James
Cameron che continuamente cita assieme a Scorsese ed immedesimandosi
nella parte del sicario cool all'Alain Delon con ingenuità disarmante.
Sparatorie roboanti, inseguimenti densi ma soprattutto poetica
dell'abbandono e visione celebrativa della retorica gangster fanno di
questo film qualcosa di nuovo ed inatteso, allontanandolo dalla scia
degli action moovies made in HongKong per avvicinarlo alla dimensione
fumettistica e vagamente onirica dei manga. Più che a John Woo,
infatti, il pensiero corre all'epica crudele e romantica del Crying
Freeman e ci restituisce personaggi che, pur costretti al confronto con
la realtà più cruda ed abietta, sono integri e mondi da ogni
corruzione, capaci di accettare la dignità di una lacrima, di
sacrificarsi per l'altezza di un'ideale, di morire per onore.
Far East Film Festival
Udine, Lunedì 22 Aprile, ore 14.30
You Shoot, I Shoot
Regia: Edmond Pang
Hong Kong 2001, 97'
"Tu spari, io filmo" è una black comedy di rara freschezza ed
originalità. Affrontando col piglio grottesco della migliore tradizione
pulp argomenti volutamente gravi e pesanti come la connivenza fra
Triade e mercato cinematografico, la remissione di tutti i principi
morali dinanzi all'ambizione del successo, la violenza e la morte come
incidenti di cui è dato ridere e spiazzando lo spettatore con la
proposta di immagini coloratissime e musiche coinvolgenti ad
accompagnare scene di atroce crudeltà, la pellicola vince la sfida con
molti altri prodotti presentati al Festival, forti di budgets molto
più cospicui e campagne pubblicitarie di ben altro spessore. La
sceneggiatura, frizzante come una coppa di champagne, funziona con la
precisione di un ingranaggio tarato al millimetro e diverte con le sue
mille battute e citazioni che fanno la felicità dei cinefili. Scorsese,
John Woo, Delòn entrano nel nostro immaginario facilitando il processo
di immedesimazione con gli attori e creando il pathos dell'attesa che
solo pochi film riescono a suscitare per la scena successiva. La storia
è semplice e, come sbagliare, politicamente scorretta. Mrs Ma,
un'annoiata miliardaria senza scrupoli, decide di commissionare un
omicidio al killer Bart ordinandogli, però, per meglio assicurarsi il
gusto perverso della vendetta, di filmare per lei l'intera scena. Bart,
che pur è un assassino infallibile, è un inetto con la videocamera e
decide di avvalersi dell'aiuto di un socio per scongiurare l'onta del
fallimento. Costringerà Chuen, giovane aiuto regista di talento,
vessato dai capi e dileggiato dalla fortuna, a girare per lui il video
dell'omicidio. Il giovane artista, dapprima scioccato da questa
avventura, scopre ben presto che il sucesso dei suoi film, ispirati al
genio di Martin Scorsese, finanziati dal denaro della mala, è cosa ben
più importante di quei principi morali che lo costringono da sempre ad
una vita monocroma e si lascia coinvolgere nella visione della vita più
folle e sgranata che avesse mai pensato di filmare. Scene
divertentissime, video degli omicidi curati come clip musicali,
dialoghi intelligenti e salaci fanno di questo film una piacevole
novità da non perdere che, però, con ogni probabilità e come moltissimi
prodotti che valgono, non uscirà mai nel circuito nazionale italiano.
Far East Film Festival
Udine, Lunedì 22 Aprile, ore 11
Purple Sunset
Regia: Feng Xiaoning
China 2001, 107'
L'epica della Grande Guerra approda al Far East Film Festival 2002 con
un film tradizionale e ricco che conquista il grande pubblico con
magnificenza di mezzi e roboante retorica della propaganda vecchio
stile. Forte della vittoria all'Hawaii Film Festival 200, Purple Sunset
si inserisce, quale tassello lustro e pietra di paragone, nella
trilogia di Feng Xiaoning, volta ad indagare i rapporti di convivenza
coatta e sopportazione malcelata tra cinesi e stranieri nel corso del
XX secolo.
L'avventura, ambientata nella Cina Nordorientale nelle
ultime settimane del secondo conflitto mondiale, si avvale di un cast
internazionale che offre volto e talento ai protagonisti della
pellicola. Yang è un contadino cinese di cuore semplice e vita dura che
riesce ad immedesimarsi in un agognato destino di eroismo sfuggendo alla
cattura da parte dell'esercito d'occupazione giapponese. Nadja è
un'infermiera militare che giunge nel Paese a seguito delle armate
d'invasione russe. Yoko è una studentessa giapponese della colonia
nipponica in Manciuria. Separati dai propri ceppi d'appartenenza
dall'esercito russo che spacca la Cina in zone d'occupazione, i tre
personaggi principali dovranno affrontare l'impresa più ardua:
sopravvivere trascinandosi come animali braccati per foreste, altipiani
e vallate.
Fotografia eccezionalmente evocativa e cinemascope, migliaia
di comparse e materiale militare d'epoca fanno del film un
indimenticabile concentrato di forma e sostanza. Nonostante scene di
battaglia emozionanti, sospese tra realtà e fantasia onirica, ed una
certa spiazzante ambivalenza nel messaggio, in bilico fino alla fine tra
pacifismo e giustificazione della mattanza, Feng Xiaoning chiude la
propria fatica con un grave monito alla futilità della guerra
ricordandoci che, nella stupidità dell'ambizione, vita e morte sono
solo incognite di cui il destino dispone in combinazioni casuali.
Far East Film Festival
Udine, Domenica 21 Aprile, ore 20.00
Laundry
Regia: Mori Junichi
Japan 2001, 126'
Nella struttura modernissima del Teatro San Giovanni da Udine, gremito
di giornalisti, studenti e cinefili appassionati, vengono introdotti il
regista ed il produttore di Laundry, un film indipendente giapponese
edito nel 2001, coraggioso e lieve come la vita stessa. Mori Junichi ed
Ando Chi Kahiro salutano il loro pubblico azzardando qualche semplice
frase in italiano e guadagnandosi i divertiti applausi dei presenti.
Il film è una delicata, surreale ed, a modo suo, moderna storia d'amore
che nasce sullo sfondo di una Tokyo sciatta ed ispida come una barba
vecchia di giorni. Tra architetture di cemento svettanti come pinnacoli
nel deserto della solitudine ed immensi serbatoi di gas che violentano
una natura ormai arresa, i due mondi alienati e dispersi di Teru e
Mizue si incontrano e si compenetrano, complice una lavanderia a
gettone galeotta... Teru è un giovane mentalmente disturbato che vive,
col sorriso sulle labbra ed il sole negli occhi, i giorni uguali ai
giorni che lo vedono vegliare sui furti della lavanderia a gettoni
della nonna. Mizue è una splendida, giovane donna sola e ferita da un
trauma, che vive nel retaggio malsano di un ricordo dilatato sino a
compromettere la realtà. Entrambi vedono le cose accadere lasciando i
giorni scorrere, capaci di sospendere i rapporti ed escludere le
persone semplicemente chiudendo gli occhi. Un amore, platonico e
semplice, fatto di parole non dette, di contatti mancati e gesti
repressi, è l'ultima cosa che cercano ma l'amore, quello sano e solido,
fiore in un mondo malato ed indifferente, è proprio ciò che avranno.
Moltissimi gli spunti intelligenti e le note perfettamente calibrate in
armonia di questo piccolo film aggraziato e commovente, indimenticabili
alcune sapide battute, i godibili personaggi di contorno e
l'interpretazione stralunata ed efficacissima del protagonista. Unico
appunto l'eccessiva dilatazione dei tempi, tipica di alcuni prodotti
della tradizione cinematografica orientale e che il regista non sempre
riesce a superare, pesantezza che, però, viene riscattata da picchi
emozionali indiscutibili sparsi, come gemme da raccogliere, per tutta
la pellicola e che fanno, del primo lungometraggio di Mori Junichi,
regista di spot pubblicitari, una promessa attuale di futura grazia.
© 2002 reVision, Elisa Schianchi
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