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Taormina BNL FilmFest 2003Taken Taken è l'evento del Bnl Film Festival di Taormina 2003, progetto ambizioso di Steven Spielberg, titanico nelle dimensioni,
sotto tono nei risultati. Raccontare cinque decadi della storia americana del XX secolo attraverso le vicende private di individui comuni è l'intento dichiarato del "papà"
di E.T. che, però, sulla scia dell'ispirazione di Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo, privilegia la narrazione degli episodi intimi dei contatti tra esseri umani
ed alieni, ai confini con l'irrazionale, con l'incubo e l'allucinazione, esperienze che percorrono la vita di tre famiglie della provincia americana scelte dagli extra terrestri
per la contaminazione. A differenza delle precedenti pellicole sull'argomento, però, si nota, in questo progetto di cui Spielberg è promotore, mente e produttore, una maggiore
cupezza nei toni e nei colori, una giustificata paura verso l'ignoto ed il diverso che alligna nella coscienza delle vittime, qui cavie e succubi di un piano più grande della
loro comprensione. Gli alieni sono invasivi, violenti, devastanti del corpo e della psiche, portatori del germe della contaminazione, incapaci di interagire o comunicare. Il
contatto è strumentale all'esperimento e allo studio. Lo scopo è la creazione di un nuovo genoma, il recupero di cavie umane in cui combinare elementi di forza fisica e potere
psichico. Nessuna collaborazione è richiesta: il laboratorio sembra un mattatoio; sopravvivenza e morte sono solo "incidenti" di cui il destino dispone casualmente. Oppure no?
Sacrificio gratuito o disegno generale in cui il destino del singolo è pietra sacrificabile all'edificazione di una nuova razza, geneticamente perfezionata e pronta per il futuro?I dieci episodi della saga vedono l'intrecciarsi delle vicende del capitano di aviazione Russell Keys, miracolosamente scampato ad un incidente aereo in Francia durante la seconda guerra mondiale; di Owen Crawford, capo di una ricerca governativa sul mistero di Roswell e Sally Clarke, madre sola alle prese col materializzarsi dei suoi sogni, e delle loro famiglie. Su tutti l'incombenza di presenze aliene più o meno palesate, su tutti la consapevolezza di un incontro traumatico e assorbente, capace di cambiare la vita, su tutti le trame di governo ed esercito, in un'inarrestabile corsa al potere. Mentre, però, la famiglia Keys si trova ad essere vittima del contatto alieno, succube non consenziente della violenza, e si ribella con forza fino alla perdita delle energie fisiche e della sanità mentale, la famiglia Clarke, a partire dalla mamma Sally, fino ad arrivare a Jacob, Lisa ed Allie, è protetta con ogni mezzo dagli alieni, portatrice di un potere psichico trasferito, detentrice di un dono sovrannaturale che la rende diversa e sola, sensibile ed intuitiva. Il tormento degli incubi e il destino della morte innaturale si intrecciano a trame governative e macchinazioni aliene fino alla nascita di Allie Keys, bambina prodigio dai poteri speciali, prodotto ultimo delle manipolazioni degli alieni, chiave del loro disegno e della sorte del loro futuro. Pochi sono, comunque, vitalità ed entusiasmo di questo prodotto marcatamente televisivo diretto da dieci registi tra i più rappresentativi del genere fantascientifico, appesantito da eccessiva verbosità dei dialoghi, lentezza negli sviluppi e retorica sorpassata. Mirabili, invece, gli effetti speciali, volutamente retrò nel gusto ma assolutamente all'avanguardia nella tecnica, che rendono piacevole la visione anche a chi rimanga un po' deluso dalla grossolanità del contenuto, nemmeno lontanamente all'altezza di X-Files. Phone BoothRegia: Joel Schumacher Dopo Un Giorno Di Ordinaria Follia Joel Schumacher, premiato l'11 giugno scorso con il Taormina Arte Award, torna sul
tema della pazzia metropolitana, ambientando nelle strade di una New York violenta e spietata un film crudo e di forte impatto, ben scritto e ben girato. Trascorriamo,
così, 81 minuti di suspance intrappolati, con un bravissimo e stralunato Colin Farrell, in una cabina telefonica divenuta, per le trame di uno psicopatico che lo tiene
sotto mira con un fucile ad alta precisione, prigione e confessionale. Il pubblicitario Stu, bello, ricco ed egoista, riesce ad uscire vivo dal loculo di vetro in cui
è stato sequestrato, sotto la minaccia di morte di un cecchino appostato dietro una delle innumerevoli finestre di un incrocio, al termine di un'avventura che muterà
radicalmente tutta la sua vita. Filo diretto tra vittima e carnefice è il telefono. Nell'era della telefonia mobile, una cabina, retaggio di tradizione e desuetudine,
diventa vetrina di tutte le disgrazie umane mascherate dalla facciata del perbenismo. Un killer (psicopatico? Castigatore? Morigeratore di costumi corrotti?) si avventa
contro la sua vittima... la irretisce, la minaccia, la mette nella condizione di umiliarsi in diretta televisiva, ma anche di pulire la coscienza compromessa, di mondare
i peccati passati per ricominciare con leggerezza una vita nuova, fatta della consapevolezza degli errori e della volontà salda di non voler mai più mettere a repentaglio
tutto ciò che, per uno scherzo crudele ma a suo modo provvidenziale, si è rischiato di perdere per sempre. Stu non può attaccare la cornetta, per ordine del suo persecutore,
non può spiegare a nessuno che lui è innocente del sangue del morto che giace sulla strada a pochi metri da lui, è succube di un tranello che lo fa apparire, agli occhi
della gente accorsa sul posto, della moglie, dell'amante, dei telespettatori della diretta tv e della polizia, un soggetto pericoloso armato di pistola. Per salvarsi, Stu
deve confessare al mondo le sue nefandezze (tradimenti, inganni, truffe ed approfittamenti) attraverso il tormento di un giudizio pubblico. Unico aiuto, prima dell'epilogo,
giunge a Stu dall'umanità del capitano della polizia (Forrest Whitaker), a capo dello schieramento opposto, che intuisce la verità e protegge il giovane. Il pregiudizio di
un'eventuale superficialità del prodotto, originato dal fatto che le riprese sono state ultimate in 12 giorni, viene immediatamente fugato, non appena ci si rende conto di
trovarsi davanti ad una pellicola girata con tecnica magistrale, capace di inquadrare interno ed esterno della cabina, catapultando lo spettatore nel cuore della scena,
nell'anima stessa del dramma. Il problema della privacy, ormai inesistente, fa da corollario ad un thriller che si nutre, al posto di sangue e sparatorie, di vuoto di
valori e mancanza di comunicazione ed avvince nonostante la claustrofobia della cabina e l'improbabilità della storia.
The Other Boleyn GirlRegia: Philippa Lowthorpe Deliziosa favola dolce-amara sul sesso alla corte di re Enrico VIII che mescola, in ardito esperimento, storia e telecamera
digitale. La musica è quella preziosa ed antica di menestrelli e cantori di corte; il sapore quello della pochade; lo stile, piacevolmente spiazzante, intervalla un
linguaggio cinematografico tradizionale alle confidenze fatte alla cinepresa dalle protagoniste, sullo stile del confessionale del “Grande Fratello”. L’esordiente
Philippa Lowthorpe, al suo lungometraggio d’esordio, personalizza, con coraggio e sfrontatezza la pasta duttile della storia. La vicenda è quella autentica delle sorelle Bolena, bellissime e sfortunate amanti del re, separate dall’amore e riunite nella tragedia. Sono Mary (Natascha McElhone) e Anne (Jodhi May) i punti di forza di una pellicola molto sofisticata e ben girata, che entra nel cuore dei personaggi mettendone a nudo passioni e stati d’animo. L’ambizione di Anne si mescola alla saggia rassegnazione della maggiore, prima amante del re, poi rifiutata in favore dell’intrigante ed ambiziosa sorella minore. Intorno a loro si muovono i personaggi della corte di Enrico VIII, intriganti e futili, le famiglie della nobiltà, un fratello (George), generoso e destinato a tragica fine, e un sovrano capriccioso e violento, venerato come un Dio. Lo scisma della Chiesa Anglicana, causato dall’intraprendenza della più sensuale, furba e pericolosa delle donne, fa da sfondo, rimanendo appena un accennato tratto storico, alle vicende delle due sorelle, legate da una profonda solidarietà femminile contro un mondo dominato dagli uomini e da leggi ingiuste. A prescindere dalla rivisitazione più o meno fedele delle vicende legate alla casa reale inglese, comunque, è interessante il modo di raccontare la storia attraverso un rapporto privato, gli intrighi di corte, le cospirazioni familiari, le lotte politiche e religiose col filtro delle passioni intime. Verità storica e finzione cinematografica, esaltate da una sceneggiatura puntuale e ricca di pathos, rendono quest’opera piacevole e interessante riuscendo ad evitare la ripetitività, facile trabocchetto in un soggetto così abusato. Conspiracy Of SilenceRegia: John Deery Conspiracy Of Silente è un film duro ed intenso, una denuncia politica che si tinge dei colori del thriller, uno sguardo
impietoso sulle disgrazie del potere e la corruzione delle Istituzioni, di qualsiasi ordine o grado esse siano. John Deery decide di esordire alla regia con un progetto
difficile ed ambizioso al tempo stesso: prendere coscienza che il re è nudo e gridarlo al mondo. Nucleo centrale del dramma sviscerato è la questione del celibato nella
Chiesa cattolica. Sostiene Deery, infatti, dopo anni di ricerche e copioso materiale raccolto, che l'atteggiamento intransigente del Vaticano riguardo l'imposizione del
voto di castità ai suoi sacerdoti non sarebbe altro che una maschera indossata dalle alte sfere per nascondere la perfetta consapevolezza che i preti, in realtà, hanno,
per la maggior parte, una vita sessuale normale e coltivano relazioni come qualunque altro essere umano e la necessità di accettare il compromesso per non causare l'implosione
del sistema. Questa ipocrisia, però, a lungo andare ha causato una discrasia insanabile tra verità ed apparenza ed ha portato a negare anche l'evidenza pur di mantenere
prestigio e sacralità della forma. Ne è discesa una frattura nettissima all'interno stesso dei ranghi del clero cattolico, una crisi tale da portare, secondo il regista,
alla distruzione della Chiesa cattolica entro il presente secolo. "La Chiesa cattolica ha perso oltre 100.000 preti negli ultimi 25 anni", così, infatti, si conclude il
film, con una sorta di epitaffio al potere di aggregazione e proselitismo della Chiesa più grande del mondo.La pellicola si ispira a fatti reali e prende spunto da due vicende private ma strettamente correlate per tratteggiare il decorso di una patologia più generale ed insanabile. Così il suicidio di un prete irlandese sieropositivo e l'espulsione di un giovane dal seminario per presunta omosessualità sono l'approccio per indagare la questione del silenzio, dell'omertà, dell'ipocrisia della Chiesa, cieca dinanzi all'umanità ed ai bisogni dei suoi sacerdoti. Deery si manifesta sconvolto di fronte all'arroganza di un potere che preferisce ignorare il problema fingendo che il profondo conflitto di chi vuole sublimare gli ideali del cattolicesimo di purezza e altruismo nella vocazione senza rinunciare ai bisogni sani e naturali di ogni essere umano non esistano affatto. Considerato, poi, che il Vaticano introdusse il celibato del sacerdozio solo nel XII secolo per mere questioni di potere e denaro, si comprende il motivo di una presa di posizione tanto drastica ed astiosa. La denuncia colpisce, dura e senza censure, ed interessa per la forza dell'argomento trattato, volutamente disturbante. Regia cupa e sceneggiatura asciutta e diretta servono interamente la finalità politica del progetto che riesce, comunque, a mantenere un'apprezzabile fluidità per tutti gli ottantasette minuti di proiezione. Palabras EncadenadasRegia: Laura Manà Laura Manà è una giovane regista di Barcellona alla seconda esperienza nella direzione di un lungometraggio, che stupisce il suo
pubblico con Palabras Encadenadas (Killing Words), un thriller psicologico teso e serrato, claustrofobico e intelligente, dal gusto atipico, compiaciuto nella sua
struttura stratificata, concepito come un gioco di scatole cinesi. Sciarade e trabocchetti sono la sostanza di una tragicommedia delle parti che non lascia respiro; tattica
e strategia fanno il cuore di una messa in scena in cui i ruoli di vittima e carnefice si invertono continuamente. La narrazione prende avvio dalla visione di una cassetta in
cui un uomo apparentemente molto sereno confessa di essere colpevole di un omicidio. Il filmato si interrompe bruscamente e lo schermo nero del televisore riflette, senza
pietà, l'immagine di una donna legata ad una sedia. Si tratta di Laura, giovane ed affascinante psichiatra, sequestrata in uno scantinato da Ramon, il solido ed intenso Dario
Grandinetti di Parla Con Lei, l'uomo appena visto nel video. L'ombra del carnefice incombe terrorizzante su di lei, le sue parole sono pietre contro lo specchio della
sua sicurezza, la morte sembra un destino certo.Nei primi minuti di proiezione, duri ed efficacissimi, si respira l'acre tanfo dell'umiliazione della vittima, calpestata ed annullata nella sua dignità di donna e di essere umano e non si vede altra chiave di lettura che il gioco del gatto col topo, nel procrastinarsi oltre misura della tortura psicologica cui Laura è sottoposta. Ben presto, però, ci si rende conto che l'intento di Ramon è diverso dalla volontà di sbarazzarsi di Laura e ci si fa prendere dal ritmo incalzante di una sfida perversa tra i due che rivelerà goccia a goccia i legami fra i protagonisti. Colpi di scena spiazzanti sconvolgono volutamente e ripetutamente gli eventi impedendo di comprendere, fino alla scena finale, dove alligni la follia, dove il tarlo marcescente della patologia mentale, dove l'innocenza... Mistificazione dei dati e arzigogolo impenetrabile si mescolano in una narrazione complessa che fa dimenticare la natura teatrale dell'opera, affidata a quattro attori che si muovono in due ambienti appena, facendone prodotto cinematografico. Le "Parole incatenate" del titolo sono il gioco in cui si sfidano i duellanti, il pretesto per un mercimonio aberrante che mette sul piatto beni indisponibili come la vita e l'integrità fisica, ed allo stesso tempo sono il ritmo di una pellicola fastidiosa per intenzione ed interessante per costruzione. Montaggio alternato fitto e colonna sonora artatamente furba arricchiscono la vis dell'impatto emozionale ma l'autocompiacimento nel rompicapo e il gusto dell'inganno ai danni dello spettatore mortificano l'interesse della visione dopo i primi entusiasmanti venti minuti di proiezione. IdentitàRegia: James Mangold Un motel, dieci estranei, la tempesta che li intrappola contro la propria volontà in un ambiente claustrofobico, la notte che tutto
nasconde, la paura, la morte. Nessun legame evidente tra i personaggi di questo thriller agghiacciante della mente e dell'anima, tanti i segreti, molteplici le identità che si
nascondono sotto l'apparenza. Dieci tipi umani in cerca di qualcosa, che si trovano protagonisti di un incubo senza senso che si rivelerà mortale. Nessuna spiegazione alla
composizione del gruppo che, in superficie, solo casualità e coincidenza ha condotto a trovar riparo nel fatiscente motel degno della tradizione horrorifica inaugurata da Psyco.
Una presenza misteriosa, tuttavia, senza movente e disegno conclamato, comincia a uccidere ad uno ad uno gli ospiti, dando il via ad un agghiacciante quanto macabro conto alla rovescia.
I personaggi, tasselli del puzzle generale da ricostruire, hanno tutti qualcosa a che fare con gli omicidi, sono tutti legati e, a loro modo, responsabili di quello che sta accadendo.I protagonisti sono Ed (John Cusack), autista di limousine con un passato nella polizia, Caroline, un'attrice sul viale del tramonto viziata e depressa (Rebecca DeMornay), una guardia carceraria improbabile (Ray Liotta) che sta scortando in penitenziario un pericoloso pluriomicida (Jack Busey), una squillo dal cuore candido che vuole cambiare vita (Amanda Peet), una coppia di sposini freschi di cerimonia a Las Vegas, una strana famiglia composta da patrigno ipocondriaco, madre apprensiva e figlioletto traumatizzato, e Larry, il nevrotico direttore notturno del fatiscente motel. Tutti importanti, tutti imprescindibili, tutti con un ruolo che li affranca da meri oggetti passivi dell'effetto splatter. Regista (il James Mangold di Cop Land e Ragazze Interrotte) e produttrice (la Cathy Konrad della serie Scream), credono in un progetto ardito e segnano il punto, confezionando un film che in America sta già riscuotendo un grande successo e che, c'è da scommetterci, avvincerà anche il pubblico italiano. Gli indizi, lasciati sin dalle prime immagini come sassolini di un sentiero, guideranno lo spettatore verso la soluzione finale, inarrivabile, certo, fino alla scena conclusiva, ma pienamente giustificata e plausibile, una volta accettate le premesse della spiegazione. Uno dei migliori film di genere degli ultimi anni, dunque, claustrofobico e durissimo, violento ed emozionante. Le stanze del motel sono un labirinto senza uscita, quasi vive, simili per evocazione alla casa semovente di Poltergeist; l'acqua, simbolo di vita, è qui prigione e morte, il destino di tragedia è in agguato tra incidenti grotteschi, decapitazioni e squartamenti. Molte le citazioni cinefile e letterarie sparse qua e là nella pellicola: da Agata Christie ad Alfred Hitchcock a Brian De Palma, cui il regista fa l'occhietto mentre si diverte a manipolare i dati acquisiti alla tradizione. Interessante e vincente la scelta di sovvertire le regole della tensione e offrire la sorpresa che spiega gran parte del mistero ad un terzo della pellicola. Clamorosa l'intuizione di lasciare, comunque, la via a svolte imprevedibili ed ulteriori anche quando lo schema sembra ormai solido, facendo della scena finale l'ideale collocazione, in una costruzione intelligente e compiuta, dei dettagli, anche i più piccoli, sfuggiti nel corso della visione. La Meglio GioventùRegia: Marco Tullio Giordana Il film di Marco Tullio Giordana, vincitore del premio "Un certain regard" al Festival di Cannes 2003, viene proiettato al Taormina
Bnl Film Fest in anteprima nazionale in due tranche da tre ore ciascuna nella sezione eventi speciali. "E' il lutto degli alpini che va alla guerra; la mejozoventu' che
va sotto terra!": da questo canto di brigata il titolo di una raccolta di versi friulani di Pier Paolo Pasolini da cui Giordana, celebrato ed impegnato regista de I Cento Passi
mutua un titolo capace di tanta evocazione da suscitare la sensazione del peso di ogni attimo, per quanto fuggevole, di storia sulla vita privata dei singoli. Questo vale per Nicola
(Luigi Lo Cascio, coppa Volpi a Venezia come miglior attore protagonista per Luce dei Miei Occhi) e Matteo (Alessio Boni), due fratelli romani avvicinati dal carattere e
dall'educazione ed allontanati dai colpi di coda del destino.Punto di partenza: l'adolescenza negli anni 60, momento idilliaco di innocenza interiore e pubblica; arrivo disperato: la maturita' della disillusione e delle colpe. Dapprima le amicizie, i divertimenti, i libri e le stesse ambizioni sono comuni, intimi, condivisi... poi il bivio che impone la scelta di una vita e la separazione coartata dalla consapevolezza della diversita'. L'incontro con Giorgia, una ragazza con problemi psichici, e il tentativo fallito di aiutarla saranno la radice dello scontro con la dura legge della vita che taglia le ali ai sogni di giustizia e confronta gli individui con i propri limiti, senza sogni ne' appello. Di la' una svolta epocale che porta Nicola, a seguito di una serie di avventure personali vissute con crescente passione e senso di giustizia, a Torino, al seguito di Giulia, suo grande amore, donna forte e moderna imbevuta degli ideali del comunismo e della lotta operaia, e Matteo ad entrare nelle forze di polizia come agente duro, intransigente ed irreprensibile, capace perfino della violenza pur di rispettare gli ordini. Il percorso di tutti i membri della famiglia e' quello imprevisto ed imprevedibile di personaggi che inciampano nella storia, secondo la definizione dello stesso regista; e' una lente di ingrandimento attraverso cui osservare i particolari, altrimenti invisibili, dell'Italia degli ultimi 40 anni, un modo per percorrere, con l'esilita' di un racconto corale che preferisce la via del non detto all'approfondimento, la maturazione di un Paese attraverso l'evoluzione dei suoi costumi ed il dipanarsi degli eventi che lo hanno cambiato: dal terrorismo a mani pulite, dalle lotte studentesche alle partite della Nazionale di calcio. La scelta registica e' quella di tratteggiare con la leggerezza di un pennello un quadro generale delle cronache assurte a storia rinunciando, per forza di cose, alla credibilita' del plot che raggiunge, in certi casi, livelli di inverosimiglianza tali da far pensare a "Carramba che sorpresa". Tante, infatti, le combinazioni e le coincidenze di cui i personaggi della narrazione sono protagonisti; troppi, forse, gli incontri fortunosi che ricongiungono, senza troppa cura per il nesso di causa/effetto, le singole vicende in un disegno piu' omogeneo e contestualizzato. Al cinema il film di Giordana, pensato per una fruizione squisitamente televisiva, attraverso la proiezione di quattro puntate della durata di 90 minuti ciascuna, arrivera' suddiviso in due puntate di tre ore. La dilatazione degli spazi della pellicola ha consentito al regista di affrontare con liberta' di tempi e modi l'evoluzione del costume, della realta' sociale e dei rapporti all'interno di Istituzioni e Famiglia ma ha certamente giocato a discapito del coinvolgimento emozionale e della continuita' qualitativa della narrazione. Si tratta, comunque, di un esperimento destinato a non conoscere vie di mezzo nell'apprezzamento. Piace in modo viscerale a chi sia capace di trascendere una certa furberia nella costruzione ed il facile buonismo in cui spesso incorrono i personaggi principali, integri e netti come eroi delle strisce fumettistiche. Stucca il palato di chi dovesse rinvenire nei dialoghi semplici e nell'intreccio improbabile, il risultato di un progetto concepito a tavolino per assecondare i gusti massificati del pubblico televisivo al solo fine della cassetta. Qualunque sia il responso finale, in ogni caso, otto minuti di applausi al termine della proiezione di Cannes sembrano, francamente, eccessivi. © 2003 reVision, Elisa Schianchi |
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