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Taormina BNL FilmFest 2002Sur Le Bout Des Doigts
Regia: Yves Angelo Una mamma sensibile e disturbata ai limiti della sanità mentale, una
figlia prematura esile come un giunco, la musica come un’ossessione tra
genio e rancore... Il bel film di Yves Angelo, vincitore del Premio del
Pubblico al Festival di Taormina, si sviluppa come un componimento
musicale, con i suoi picchi, gli assolo e gli adagio, alternando
momenti di grande impatto e coinvolgimento ad altri volutamente più
lenti, pensosi e soffocati, variando tono e timbro in modo discontinuo
e spiazzante, tornando a planare dopo voli emozionanti e serrati. La
musica è la grande protagonista della pellicola, il pianoforte il suo
servitore fedele ed indefesso, le interpreti delle ancelle scelte per
l’agilità delle dita... Oltre la musica, un dramma profondo: quello
della dipendenza quasi patologica tra due donne, i rispettivi talenti
ed il genio della più giovane quale elemento di separazione e
discrimine...Una bimba nata prematura viene strappata dall’incubatrice con le parole e la musica e, da allora, cullata solo da sussurri e pianoforte, separata da qualsiasi altra cosa, ingabbiata tra sbarre invisibili di amore e protezione. Una mamma che ha visto, negli anni, frustrate le sue ambizioni di concertista e che assiste, giorno dopo giorno, al fiorire del genio di una figlia inconsapevole della propria arte, troppo succube del desiderio di gratificare la madre per rendersi conto o anche solo domandarsi se davvero ama la musica o se suona solo perché nella vita non ha mai fatto nulla di diverso. Il crollo nervoso della madre ed il suo ricovero in un reparto di igiene mentale saranno lo strappo brutale che reciderà il cordone che lega le due donne e l’unico modo per far volare la giovane farfalla finalmente in grado di abbandonare lo stato di quiescenza, la vita riflessa, l’ombra ingombrante di chi, per troppa ansia d’amore, tarpa e distrugge. La rovina dell’una, dunque, è la salvezza dell’altra, la chance di una vita, il destino della fama che premia la migliore. Profondo e gentile il modo di indagare il rapporto morboso tra una madre che sembra invidiare la perfezione della figlia e, quasi, volerne rubare il soffio sacro, e l’innocenza di una ragazzina che accetta qualsiasi vessazione o imposizione come normale corollario dell’amore filiale e come dovuta manifestazione di obbedienza e rispetto. Un film bello ed intenso, questo di Yves Angelo, raccolto ed emozionante anche se, in qualche momento, forse troppo intimista ed intellettuale, che decolla con passione almeno fino alla metà della proiezione per poi perdersi tra le pieghe di un’analisi fin troppo dettagliata di ossessione ed amore come malattie del cuore, dell’anima e del cervello, rinunciando definitivamente al pathos della narrazione più immediata e semplice con cui esordisce. Quicksand
Regia: John Mackenzie Il ritorno sul Grande Schermo di un Michael Keaton improbabile ed
imbellettato come una pupattola ha il sapore amaro del flop annunciato:
un action movie banale e scontato non basta a rialzare le quote di una
star ormai appassita così come un coprotagonista di lusso del calibro
di Michael Caine, qui svilito nel ruolo più trash che ironico di un
attore inconsapevole di essersi avviato sul declivio del tramonto,
ispira moti di nostalgia per il bell’interprete che fu ed anima solo
reazioni di fastidio per la cecità di piegare nomi e volti alle
ambizioni di commerciabilità di un prodotto niente più che dozzinale.
Una serie inesausta di luoghi comuni sciorinati come verbo dalla mens
logorroica del regista, un montaggio piatto come un marciapiede, la
location esclusiva e sontuosa del sud della Francia scelta
esclusivamente per gettare fumo negli occhi, nonché l’ambizione
frustrata di confezionare un prodotto costruito con la tecnica delle
scatole cinesi e giocato sulla dicotomia realtà-finzione, sostanza-
effetto, rendono i novanta minuti della proiezione lunghi e ritorti
come i fili delle Parche ed ottengono solamente di annoiare laddove,
invece, lo scopo annunciato della pellicola sarebbe quello di
intrattenere e divertire.Un banchiere saldo ed integro si reca in Francia per indagare sui finanziamenti sospetti ad una casa di produzione cinematografica e, prima di trovare le prove dell’illiceità degli stessi, viene coinvolto in un omicidio e screditato dinanzi ad opinione pubblica e forze dell’ordine come corrotto e criminale. La storia è già vista e gli sviluppi, oltre che prevedibili, si macchiano del peccato della scontatezza... Uno spreco il bel viso intenso di Judith Godreche per un ruolo da comprimaria che rasenta il ridicolo così come comparse e bagni di folla che non riescono a rendere mai le scene più avvincenti di quelle di un TV Movie. Una serie di banalità affastellate l’una sopra l’altra senza nessi che le giustifichino fa solo sperare che questo esperimento sia una parentesi nella carriera dei professionisti coinvolti nel progetto e che serva, quale esperienza morigeratrice di costumi ed ingordigia, ad insegnare a chi crede che l’importante sia apparire che talvolta la scelta intelligente è dire di no. Ticket To Jerusalem
Regia: Rashid Masharawi Un film palestinese forte e di grande impegno viene presentato venerdi 12 luglio nella splendida cornice del Teatro Greco di Taormina. Un
film di denuncia, di rottura, un film che il pubblico del Festival vede in anteprima mondiale perché questo film, in Palestina, probabilmente non uscirà mai. Un dito puntato
con dignità contro uno stato di fatto e di diritto che nega alle persone i diritti minimi della civiltà e della socialità, una lama affilata che affonda nella piaga di
una guerra infinita che nessuno ha interesse ad interrompere, un anelito di libertà avverso l'assuefazione che ormai fa dell'emergenza una routine quotidiana.Ticket To Jerusalem parla di un proiezionista che nei campi profughi e nelle città occupate militarmente mette la propria opera a disposizione dei bambini, di quei bambini che non hanno mai visto un cartone animato e che forse, dopo aver condiviso lo spettacolo con altri bambini come loro avranno il cuore un po' più gentile e, magari, da grandi, avranno un po' meno voglia di fare la guerra. Blocchi stradali, carri armati, soldati con le armi spiegate, strade chiuse, comunicazioni interrotte, coprifuoco, mancanza di corrente elettrica... questi i mostri con cui combattere per riuscire a seminare il germe della rinascita che, partendo dalle cose piccole può dilagare come torrente di montagna se lasciato sviluppare in tutta la sua potenza. Il film non può non coinvolgere ma, purtroppo, assecondando la matrice culturale di molti prodotti mediorientali, tende ad immedesimare eccessivamente una narrazione di tipo documentaristico con quella che dovrebbe essere la naturale dimensione da fiction di un film destinato al grande schermo. Notevole intensità ed impegno, dunque, ma anche compiaciuta lentezza e dilatazione dei tempi, delle inquadrature, delle sequenze... Il risultato è un prodotto che sacrifica la forma alla sostanza e, pur mantenendo le premesse di scioccare lo spettatore con la rappresentazione di un mondo tanto lontano e abbrutito da sembrare quasi un paradosso spazio temporale, non tiene alto il picco di attenzione dello spettatore che fatica a seguire con la stessa emozione i novanta minuti della proiezione. Rabbit-Proof Fence
Regia: Phillip Noyce Una sconvolgente storia di razzismo e segregazione, un'anacronistica ed incredibile vicenda di violenza e cecità politica, un orrore
che tuttora persiste impunito: quello della Generazione Perduta. Il dramma inizia ai primi del 1900 quando viene varato, nell'Australia dell'Ovest, un programma di epurazione
che prevede di strappare dalle famiglie aborigene i bambini meticci per stanziarli in campi di concentramento dove saranno preparati ad una nuova vita presso la società dei
bianchi. La vicenda narrata prende spunto dall'opera indefessa ed orgogliosa di Mr Neville, Protettore Capo degli Aborigeni Australiani, che per una distorta visione del dovere
e dell'abnegazione alla causa, nonché per un concetto ai limiti del nazismo di tutoraggio e curatela nei confronti di una razza ritenuta incapace di auto determinarsi, si
renderà responsabile di centinaia di migliaia di sequestri legalizzati e della distruzione di un'importantissima parte della cultura dei nativi australiani. Il suo piano,
infatti, è quello di impedire le congiunzioni tra i meticci e gli aborigeni di sangue puro per giungere, procedendo nelle generazioni e con gli incroci selezionati, ad una
nuova razza bianca. Il recinto a prova di coniglio è un'immensa protezione costruita per l'intera lunghezza dell'Australia dell'Ovest da nord a sud per tenere i conigli separati
dai campi coltivati e così ferire, dell'ennesima violenza dell'uomo sulla natura, la terra ed i suoi originari abitanti costretti in riserve coatte da filo spinato e ferro. La storia narrata è quella coraggiosa e vera di tre bambine: Molly di 14 anni, sua sorella Daisy di 8 e la loro cuginetta Gracie di 10 anni che, segregate nel campo di Moore River, riuscirono a tornare nel loro villaggio natio di Jigalong percorrendo 1500 miglia e sfuggendo a poliziotti e cacciatori messi sulle loro tracce dal Ministero in quello che fu, al tempo, un vero smacco per il Potere costituito. Tre magnifiche piccole interpreti impreziosiscono la scena facendo da felice contro altare alla potente forza espressiva della recitazione di un genio dello schermo e del teatro come Kenneth Branagh e la colonna sonora di Peter Gabriel, ispirato da un impegno ed un'ambizione al coinvolgimento chiaramente molto sentiti, danno profondità alla dimensione dello spazio quasi irreale del deserto australiano senza fine, aiutati anche da una fotografia di rara bellezza ed evocazione. Un film molto amato dal regista Phillip Noyce che, dopo Ore Dieci Calma Piatta ed Il Collezionista Di Ossa, inverte clamorosamente la marcia per puntare su un argomento scottante e di difficile digestione per il proprio Paese realizzando un film asciutto, duro, caustico e lento come i piccoli passi delle bambine sulla via di casa. Una sospensione dei tempi troppo accentuata toglie un po' di pathos ad un racconto di per sé efficace già solo per la sostanza della denuncia ma non pregiudica, comunque, il valore di un'opera che, al momento, risulta quella più corposa e meritevole di attenzione dell'intero Festival. The Reckoning
Regia: Paul McGuigan Un incredibile Willem Dafoe in stato di grazia ed un altrettanto ispirato e possente Paul Bettany animano di fulgido talento questo
thriller psicologico dall'atmosfera sospesa, a metà strada tra rievocazione storica e poetica del meta teatro. Una compagnia di attori girovaghi accoglie, nelle proprie fila,
un giovane prete in fuga da se stesso come dal proprio peccato e si stanzia in una piccola cittadina dell'Inghilterra umida, sporca e degradata del 14° secolo per scambiare
rappresentazioni della Bibbia con cibo e dignità. Il posto è ancora sconvolto per le orribili cicatrici che l'omicidio efferato di un ragazzo ha lasciato nella coscienza
dei suoi abitanti. Willem Dafoe, nella parte del capocomico obnubilato dalla sua ansia di arte e verità, decide di rivoluzionare il programma delle recite e portare sul
palcoscenico la triste fine del giovane, reciso anzitempo come un fiore innocente. La reazione del pubblico è immediata e, scena dopo scena, gli attori iniziano ad interagire
con gli spettatori rendendosi conto che la realtà dei fatti è ben diversa da quella che il Potere costituito ha confezionato decidendo di mandare al patibolo una donna
sordomuta quale responsabile del delitto. Un muro di omertà e terrore, però, impedisce ai comici di dipanare interamente il filo della matassa e molti punti oscuri permangono
a tingere di giallo una vicenda che appare, man mano che si scava, sempre più abietta e turpe. Le guardie del Signore del castello ostacolano le indagini e lo sceriffo impone
alla compagnia di allontanarsi dal Paese per questioni di ordine pubblico. Ma l'innocenza di una donna condannata ingiustamente e la sete di giusta punizione per chi davvero
si è macchiato di un peccato impronunciabile portano i protagonisti a violare l'interdetto e tornare indietro per l'ultima rappresentazione: la verità senza veli.Splendida tutta la scena della recita in cui la vis evocativa della rappresentazione dapprima coinvolge e quindi fomenta il pubblico contro l'impunità di chi, troppo potente, crede di essere sciolto dalle leggi, fino a sobillare una vera rivolta contro la prepotenza di chi nasconde la propria cupidigia e codardia dietro vessilli e cavalieri. Eccellenti gli interpreti, compreso un mefistofelico Vincent Cassell nel ruolo del Signore corrotto, avvincente lo script, tratto dalla novella Morality Play, un po' sfilacciata la sceneggiatura soprattutto nella seconda parte in cui qualche taglio saggio avrebbe evitato digressioni eccessive. Nel complesso un film bellissimo e difficile, da apprezzare con lo stesso amore che un intenditore può dedicare ad un gioiello prezioso, in particolare laddove la messa in scena delle umane debolezze è in grado di avviare quel processo catartico e di immedesimazione che fa la grande forza del teatro e del cinema eliminando, talvolta per pochi istanti, talvolta per alcuni indimenticabili minuti, la barriera di uno schermo ed il filtro di una telecamera per fare della vita vera l'unico spettacolo degno di essere rappresentato. Bad Company - Protocollo Praga
Regia: Joel Schumacher In un mondo senza più schieramenti né bandiere la CIA si ritrova a fronteggiare un nemico invisibile e strisciante che si nasconde
sotto mille identità ed agisce per i moventi più disparati ed imprevisti. Accantonate le ideologie, crollati i muri e gli imperi, il motore più potente che muove interessi
e crea alleanze rimane il Dio Denaro a braccetto col corollario politico del Potere. Diventa credibile, allora un quadro in cui un ordigno nucleare è oggetto di compravendita
ed i gruppi terroristici sono così eterogenei da comprendere nelle loro fila serbi votati al suicidio e killer afgani.Joel Schumacher affronta la difficile tematica dei giochi di potere e del ruolo dei servizi segreti del post guerra fredda e, al di là di qualche luogo comune forse eccessivamente sfruttato, si avvale di un concentrato sapiente di materiale, idee ed azione che mescola, con formidabile efficacia, generi e caratteri capaci di trasfigurare la classica spy story in una commedia divertente e piacevolissima. La scelta di organizzare la narrazione secondo lo schema collaudato dell'incontro-scontro tra protagonisti tanto diversi per formazione ed esperienze quanto, alla fine, simili per ideali ed integrità, rispetta quelle che sono le regole del mercato del successo ad Hollywood ma l'esperimento di affidare i ruoli dei personaggi principali a due attori come Anthony Hopkins e Chris Rock, sulla carta quantomeno improbabili insieme, rivela un desiderio di trasgressione e novità che non può non lasciare il segno. La dicotomia tra il carattere, le ferite, il cinismo nei sentimenti e nelle relazioni del solitario Oakes (Hopkins) e la brillantezza e l'acuta intelligenza del giovane Jake (Rock) è l'ossatura stessa della commedia ed anima dialoghi e trovate al limite della comicità laddove le reciproche diffidenze si trasformano in muri da sfondare con lingua sciolta o sferzate salaci. La missione da compiere è pericolosa: l'agente Kevin Pope, lavorando sotto la falsa identità di Michael Turner, sofisticato e ricchissimo antiquario, è riuscito, dopo anni di paziente lavoro, ad intavolare le trattative per l'acquisto al mercato nero di una potente bomba atomica dalle mani di Adrik Vas, esponente della mafia russa, ed a raccomandare Gaylord Oakes quale compratore dell'ordigno. Purtroppo Kevin viene assassinato da una cellula impazzita di terroristi serbi, che vuole la bomba per punire l'Occidente ingombrante ed indifferente, a pochi giorni dall'appuntamento e la CIA si trova a dover sostituire il proprio eroico agente, unico di cui Vas si fidi, con il suo fratello gemello. Jake è un ragazzo scaltro e molto intelligente ma è cresciuto sulla strada e dell'espediente ha fatto il proprio mezzo di vita. Non possiede nulla della finezza, dell'educazione e dei valori del fratello ma accetterà, per amore della propria ragazza, di lasciarsi coinvolgere nell'avventura più pazza e rischiosa di tutta la sua vita. Il training del nuovo arruolato, la difficoltà di ambientamento, gli scontri con un sistema di ideali lontani dalla propria realtà sono la parte più godibile del film e divertono per ricchezza di spunti e trovate sempre frizzanti. Unico difetto in tanta confezione è, forse, l'eccessiva dilatazione di certi tempi e di alcune scene così come la strenua volontà di stupire che porta il regista ad accavallare l'un l'altro una serie di falsi finali in cui la resa dei conti sembra giunta per poi essere, invece, solo rimandata ad altro epilogo, in un gioco che alla lunga un po' stanca. Rimane, comunque, la preziosità di un film che fa il proprio mestiere e piace ed intrattiene regalando forse addirittura qualcosa in più di quello che promette. About A Boy
Regia: Chris e Paul Weitz Famiglia ed amore tra ironia e dramma... About A Boy, terza pellicola tratta da un best seller di Nick Hornby dopo Febbre
A 90 e Alta Fedeltà, parla con intelligenza e tocco leggero della grande confusione che gli uomini affacciati
alla maturità dei quarant’anni attraversano con altrettanto spavento, tormento e vulnerabilità delle donne rappresentate nel Diario
Di Bridget Jones.Questa è la storia di Will, un uomo tanto affascinante quanto egocentrico e superficiale che conduce le sue giornate tra il nulla ed il futile, soddisfatto di essere la dimostrazione vivente che l’uomo è un’isola ma ancor più compiaciuto di sentirsi l’isola più esclusiva: quella di Ibiza.. Ricco, single e senza legami, Will ha fatto del salto delle responsabilità il suo sport preferito e di coiffeur, manicure e shopping la sua principale occupazione. Dopo una breve relazione con una mamma single, finita per l’impossibilità di lei di gestire il rapporto ed accudire il bambino contemporaneamente, Will scopre le gioie e le opportunità che le donne sole che abbiano come priorità i figli possono offrire a chi, come lui, vuole solo avventura, e si mette sulle tracce di questo universo parallelo ed edenico, alla caccia di prede appassionate e miracolosamente restie ai legami. Così Will scopre che gli incontri di auto-sostegno per genitori single sono terreno fertile per gettare i semi del suo gioco e comincia a frequentarli fingendo di essere il papà abbandonato di un bambino di nome Ned. La sua tattica funziona e gli permette di collezionare appuntamenti con graziose mamme che si identificano nella sua stessa situazione di fragilità lasciando cadere, nei suoi confronti, le barriere di diffidenza che le allontanano dagli altri uomini. Tutto procede per il meglio, dunque,
finché una di queste donne, Susie, non porta all’appuntamento con Will oltre alla propria bambina anche Marcus, il figlio dodicenne di
un’altra amica single. Marcus è un bambino solo e ferito, con grandi problemi di socializzazione ed incapace di relazionarsi agli altri ed
adattarsi alle situazioni. La madre, Fiona, una hippy bizzarra e controcorrente, soffre di gravi crisi depressive e, proprio lo stesso giorno
in cui Marcus conosce Will, tenta il suicidio ingerendo una dose eccessiva di tranquillanti. Si dipana da questo avvenimento una catena di
eventi alle soglie del dramma irreversibile che sconvolgerà la vita di Will costringendolo ad abbandonare la propria posizione di spettatore
per schierarsi, almeno una volta, in soccorso di qualcuno. Il rapporto che nascerà tra Will ed il piccolo Marcus, prima forzato e stantio poi
sempre più vitale, vigoroso ed essenziale, sarà la spina dorsale stessa della nuova vita di Will che comincerà ad avere orrore di tutto il
vuoto e l’inutilità di un’esistenza trascorsa nella vacua contemplazione di se stesso ed a sentire il bisogno di quel dolce calore nello stomaco
che solo l’amore per qualcuno comunica. Salvando il piccolo Marcus, Will salva se stesso e trova la donna della sua vita forte di nuovi valori
che lo rendono, finalmente, un uomo meraviglioso e sano e maturo e coinvolgente.Lo spirito del libro, scoppiettante, caustico, acuto ed ironico è pienamente rispettato dalla trasposizione cinematografica fatta dai fratelli Weitz che, dopo la goliardia senza cervello di American Pie, dimostrano di avere uno spirito ed un talento non indifferenti per l’introspezione mascherata da commedia. I personaggi sono vitalissimi e gli interpreti, compreso lo smagliante protagonista Hugh Grant, sostenuti da una sceneggiatura tarata al millesimo ed un montaggio vivace, rendono facile anche sullo schermo il processo di immedesimazione che fa, sin dall’origine letteraria del prodotto, la forza stessa dei romanzi di Hornby. © 2002 reVision, Elisa Schianchi |
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