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Festival Internazionale del Film di RomaV Edizione I festival servono a fondare una tradizione o quantomeno a rinsaldarla. In questo senso l’edizione 2010 del Festival
Internazionale del Film di Roma utilizza al meglio l’occasione della retrospettiva come verifica della tenuta di un repertorio
prezioso che allude a una stagione irripetibile, certo, ma ancora oggi flagrante e attualissima, del cinema italiano. Non è
solo una festa alla memoria, dunque, la celebrazione di vent’anni dalla morte di Ugo Tognazzi, avvenuta il 27 ottobre del 1990.
Per volere del direttore Piera Detassis, come ouverture ufficiosa delle giornate festivaliere, abbiamo assistito al bel
documentario di Maria Sole Tognazzi intitolato semplicemente Ritratto di Mio Padre. Si tratta della più giovane,
anagraficamente parlando, della dinastia Tognazzi, ritrovatasi, da testimone volontariamente affettuosa, a scavare nella
memoria, utilizzando lacerti documentali in svariati formati (compresi dei preziosi Super 8 familiari) a ricostruire l’identità
ingombrante quanto generosa di uno dei mattatori del nostro cinema, dagli anni dell’apoteosi, anche divistica, fino alla stagione
finale, segnata da una depressione di cui nel documentario si accenna con dovuto pudore. Il racconto per immagini, molte delle
quali inedite, è impreziosito dalle testimonianze degli amici–colleghi che hanno lavorato con Ugo: Ettore Scola, Mario Monicelli,
Michel Piccoli, Paolo Villaggio, tutti idealmente votati a ricostruire l’identità di un attore prodigioso, interprete versatile
ed efficacissima maschera tragicomica. Una carriera, la sua, che spazia dalla satira di "Un due tre" (in coppia con il fedele
Raimondo Vianello) che ebbe non pochi problemi censori all’epoca della paleo–tv, passando attraverso le farse comiche su grande
schermo, per arrivare a fondarsi all’interno del glorioso repertorio della commedia all’italiana fin dagli anni ’60. Ma sono
le immagini a passo ridotto, rubate nei rari momenti di relax, a restituirci il Tognazzi intimo: in spiaggia con l’amico Raimondo
Vianello o affacciato al balcone della propria abitazione, o durante domestiche occasioni di convivialità con i figli o con
gli amici, durante le mitiche feste organizzate, così come i tornei sportivi (quello tennistico, in particolare), per sconfiggere
la noia e scacciare lo spettro di una solitudine da lui aborrita. Non mancano, naturalmente, gli accenni commossi e ironici
alla passione culinaria di Tognazzi, al suo vezzo di cuoco esagerato, avido di sapori tra i fornelli come nella vita. Il
tombeur des femmes per eccellenza del cinema italiano, ha saputo interpretare sullo schermo le più sagaci sfumature
del personaggio di un omosessuale nella commedia Il Vizietto, successo ancora oggi irresistibile e di una drag queen
ante litteram in Splendori e Miserie di Madame Royale con la regia dell’attore Vittorio Caprioli (un film che meriterebbe
di essere riscoperto). Altra punta di diamante della variegata filmografia del grande Ugo è Il Federale, una satira
bellica dalle convincenti sfumature umanistiche, un on the road lungo le disastrate frontiere dell’Italietta divisa
durante la guerra mussoliniana con una regia ricca d’invenzioni di Luciano Salce e un bel copione firmato da Castellano e
Pipolo. C’è poi il Tognazzi divenuto uno degli alter ego di Marco Ferreri, protagonista di film ancora modernissimi e all’epoca
innovativi, nei quali il pedale del grottesco è spinto al limite estremo (basti per tutti l’esperienza da psicodramma de La
Grande Abbuffata), fatti proprio mentre la carriera del nostro raggiungeva vertici di popolarità con commedie argute e dal
retrogusto amaro come il capolavoro monicelliano Amici Miei. Ogni interpretazione di Tognazzi lasciava intravedere un
progetto: per questo, il suo passare dietro la macchina da presa è stato vissuto con naturalezza. Ne sono esempi Il Mantenuto
e Sissignore, film assai dignitosi e originali. Come originali sono state le scelte teatrali di Tognazzi. E il documentario
di Maria Sole ci mostra come egli, negli ultimi mesi della sua vita, fosse impegnato nelle prove del dramma di David Henry
Hwang "M. Butterfly" (molto belle le sequenze dei dietro le quinte) che in seguito sarà portato a cinema da David Cronenberg.
Innovatore e coraggioso anticonformista, Ugo Tognazzi è stato molto amato in Francia e non solo grazie al trionfo della commedia
di Molinaro, in quanto esempio di eclettismo e di asciuttezza interpretativa che lo pone a fianco dei grandi fuoriclasse
d’oltralpe, come Michel Piccoli, amico e sodale di abbuffate non solo sullo schermo. Altro frammento recuperato all’interno
del documentario è la consegna del premio per la migliore interpretazione maschile, a Cannes 1981, per La Tragedia di un
Uomo Ridicolo, misterioso e intrigante film di Bernardo Bertolucci mai abbastanza ricordato. L’interpretazione di Tognazzi
risulta in quell’occasione di sconvolgente intensità: lo vediamo calato fino all’identificazione autobiografica nel ruolo di
un industriale a cui i terroristi sequestrano il figlio che ha il volto del suo primogenito Ricky. Lo stesso Ricky che, rinverdendo
la presenza della stirpe Tognazzi legata alle sorti del cinema nostrano, ha presentato fuori concorso Il Padre e lo Straniero,
dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo (collaborando anche alla sceneggiatura), che mescola melodramma familiare e spy
story purtroppo con poca incisività.
Altra celebrazione a fare da sigillo al festival, altra memoria utilmente ritrovata e malinconicamente vibrante è quella
che ha visto il caloroso omaggio a Francesco Nuti con il documentario di Mario Canale, presentato come evento speciale:
Francesco Nuti... e Vengo da Lontano ha avuto una proiezione dal tono sommesso e quasi sacrale (un silenzio commosso
aleggiava nella sala), presenti quasi tutti gli amici dell’attore–regista toscano, dal produttore Gianfranco Piccioli a Carlo
Verdone da Ferzan Özpetek, al fratello musicista Giovanni, compresa un’emozionata Annamaria Malipiero che è stata, per otto
anni, la sua compagna, madre di Ginevra, la sua unica figlia. Grande assente per l’occasione è stato Giovanni Veronesi,
sceneggiatore e caratterista nei film di Nuti, giustificato poiché si trovava sul set di Manuale d’Amore 3, ma latore
di un sentito e affettuoso messaggio in video.Chi ha amato il cinema di Francesco Nuti non poteva che affezionarsi a lui, ironico e malinconico mattatore dei suoi film, una presenza inquieta e debordante che ha lasciato il segno. Maurizio Ponzi è l’unico regista che ha saputo imbrigliarlo con tocco elegante, che l’ha diretto nella commedia Io, Chiara e lo Scuro dove troviamo un amalgama (assai originale in quello scorcio dei poveri anni ’80) tra slapstick americano e commedia all’italiana con efficaci coloriture surreali. Una lezione, quella di Ponzi, che Nuti fa propria, quando prende la decisione di passare dietro la macchina da presa. Se Casablanca, Casablanca (sequel di Io, Chiara e lo Scuro), sua prima regia, mantiene quell’aura di commedia sofisticata dalle tonalità screziate, con il successivo Tutta Colpa del Paradiso (che all’epoca fece infiammare la cronaca per una presunta love story sul set con Ornella Muti) Nuti concentra su se stesso la materia cogente di uno stile assolutamente originale, una comicità acre e disincantata immersa nella malinconia di storie dai toni sentimentali. Se, ancora con Ponzi, egli interpreta il ruolo di un cabarettista in Son Contento, con Stregati (ancora una volta in coppia con la Muti) Nuti firma la sua migliore regia, notturna e malinconica, mostrando una matura consapevolezza espressiva. Il successivo Caruso Pascoski (di Padre Polacco) è un record d’incassi nelle feste di Natale del 1988, e Nuti vi appare scatenato, nel doppio ruolo di attore e regista: le gag visive s’inanellano esplosive una dietro l’altra, e ancora più ardita e disinibita appare l’esplorazione del mistero dei sentimenti. E’ chiaro come sia l’universo femminino a essere il fulcro del cinema di Nuti, una dimensione instabile di relazioni mancate o precarie. Al centro degli intrighi, che si rifanno a certi modelli di commedia sofisticata all’americana, c’è la fisicità dinoccolata e smarrita, ma anche sottilmente cinica e strafottente, della maschera Nuti. Tra le sue regie, quella di Donne con le Gonne si avvicina di più, per accenti stilistici, al cinema americano. Fino a quando non arriva l’infausto flop di Occhio Pinocchio: budget sforato, eccesso d’inquadrature, fiato corto, un film sbagliato che conduce Nuti nella fase più dolorosa e traumatica della sua carriera culminata in un black out prima creativo e poi fisico. Il documentario di Mario Canale racconta ascesa e caduta di Nuti attraverso una serie d’interviste di repertorio, con le dichiarazioni di amici e colleghi che fanno da sipario ai frammenti di apparizioni televisive rivelatorie per acutezza e autoconsapevolezza. Celebrazioni a parte, Francesco Nuti è vivo e lotta insieme a noi, dopo che il 2 settembre del 2006 è entrato in coma a causa di un incidente domestico, vittima di un ematoma cranico. Il 24 novembre dello stesso anno è cominciato per lui un percorso difficile e doloroso di riabilitazione neuromotoria. Una riabilitazione che l’ha ricondotto in famiglia su una sedia a rotelle, e che ancora oggi lo segna. Il pubblico del festival, a fine proiezione, gli ha riservato un applauso sentito e commosso: noi lo ricordiamo con immenso piacere, perché, per il sottoscritto, Francesco Nuti è come se fosse un amico sempre presente, oltre lo schermo che ce ne rimanda il valore di attore e regista mai tramontato. Per una volta la giuria di un festival centra il bersaglio nell’assegnare dei premi cinematografici: quella di Roma, presieduta
quest’anno da Sergio Castellitto, ha conferito il Marc’Aurelio al belga Kill Me Please di Olias Barco, premiando davvero
il migliore film del concorso, una black comedy che più black e pulp non si può, girata con un bianco e nero volutamente
sgranato e straniante. Nero è l’humour, nero è il sangue che volutamente irrora l’inquadratura. Irresistibile, provocatorio,
cinico, il film di Barco si svolge in una clinica, immersa nei boschi innevati e presieduta dal dottor Kruger (Aurélien Recoing),
dove si pratica il suicidio assistito, un modo radicale per dare un senso alla morte, con la complicità di chi consapevolmente
lo cerca. Qui s’incrociano i destini di alcuni singolari personaggi che, per svariate motivazioni, sono votati al gesto estremo,
fino a quando un incidente fa scappare dalla gelida clinica gli aspiranti suicidi e gli eventi precipitano. Il balletto letale
ha per incipit un colpo di fucile fuori campo, capace di scatenare una sequela di eventi luttuosi, raccontati con piglio caustico
e graffiante. Olias Barco ha le idee chiare: la morte va sbeffeggiata senza ritegno. Con il suo film si ride a denti stretti,
mentre si afferma la qualità del nuovo cinema belga che non sceglie strade consuete di facile consumo.
Il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio è stato assegnato a Hæven – In a Better World della danese Susanne Bier. Si
allude a un mondo migliore: ma qual è questo mondo, in quale zona di questa vecchia palla di fango si trova quell’umanità
capace di affrancarsi dal malessere che affligge tutte le società? Con il suo melodramma, la Bier mette in relazione la durezza
di un campo profughi in Sudan con la tranquillità apparente di una cittadina della provincia danese. Il seme della violenza
può esplodere in qualsiasi momento, in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi contesto sociale, e la Bier con vibrante senso
della misura raggela i toni del suo apologo rendendolo analiticamente impietoso. Christian è un ragazzino rimasto orfano di
madre, tornato a vivere con il padre in Danimarca, in una grande casa vuota. La stanza da letto che diviene il suo rifugio è
la più piccola, un luogo penitenziale che rinnova e amplifica il dolore del lutto. A scuola incontra Elias, ragazzetto timido
e vittima dei bulli di turno, la cui sofferenza risiede tutta nella separazione dei genitori (il padre è lontano, medico
volontario in Africa). Tra i due s’instaura un’amicizia che diventa pericolosamente complice quando irrompe una violenza
reattiva e foriera di tragedie annunciate. Si è parlato di finale buonista, noi la pensiamo diversamente: l’espiazione del
dolore è una complessa terapia che può condurre alla pacificazione, ma le ferite rimangono, e se quelle fisiche hanno una
possibilità di guarigione, quelle dell’anima rischiano di rimanere aperte.
Accade questo pure in Rabbit Hole di John Cameron Mitchell, dove l’elaborazione del lutto per la perdita di un figlio
segue il filo invisibile della rimozione, mentre ossessiva si fa la ricerca di una presenza ormai impossibile. Tratto dalla
pièce teatrale di David Lindsay-Abaire che ne ha curato anche la sceneggiatura, il film racconta di Becca (un’intensa Nicole
Kidman) e di Howie Corbett (un bravo Aaron Eckhart), una coppia che ha perso il figlio Danny in un incidente, investito da
un’auto. Howie vive nelle tenebre, incapace di rimuovere il dolore della perdita: cerca ossessivamente la presenza del figlio
scavando nel passato, persino attraverso un video registrato nel telefonino, esibendo tale intransigenza anche nel corso delle
sedute a una terapia di gruppo. Dal canto suo, Becca cancella le tracce del lutto dietro di sé, e intreccia un dialogo con
Jason, un adolescente inquieto a cui piace disegnare i fumetti, che il giorno maledetto si trovava alla guida dell’auto
investitrice. Lo sguardo registico di Mitchell è assai rispettoso nel narrare i risvolti della delicata trama, evita le trappole
del facile sentimentalismo, cattura espressioni ed emozioni con discrezione, regalando alla Kidman, produttrice della pellicola,
un’interpretazione da ricordare.
Ci è piaciuto assai meno il film d’apertura del festival, Last Night, dell’irano–americana Massy Tadjedin, ambientata
nell’arco di una notte newyorkese. In questo film l’occasione di sondare il precario equilibrio dei sentimenti finisce per
girare a vuoto e procurare solo noia. Interessante è invece The Poll Diaries, che si è portato a casa il Premio Speciale
della Giuria Marc’Aurelio. Il film, diretto dal tedesco Chris Kraus, pone al centro una vicenda ambientata nella tenuta di
Poll, regione posizionata sulla costa del Baltico, dove si ritrovano in convivenza forzata, tedeschi, russi ed estoni, alla
vigilia della Grande Guerra. Oda von Siering, una ragazza di quattordici anni, da Berlino fa ritorno a casa, scontrandosi con
il padre Ebbo, medico e scienziato, e con una realtà locale che sembra irrigidita, condizionata com’è da un immobilismo
ideologico. Attraverso gli esperimenti sui cadaveri dello scienziato Ebbo si può rintracciare l’orma dell’uovo del serpente
di bergmaniana memoria, gli echi di un nazismo di là da venire, mentre la figura della figlia Oda vivrà un’esperienza fatale
quando si prenderà cura di un ribelle anarchico estone: un’esperienza che la indurrà a divenire, in seguito, una poetessa. E’
un film fatto di accensioni ma anche di lentezze ieratiche che merita uno sguardo partecipe.In Oranges and Sunshine, film d’esordio per il cinema di Jim Loach (figlio di Ken), si racconta una toccante storia vera. La storia di Margaret Humphreys (interpretata da Emily Watson), un’assistente sociale di Nottingham che, alla fine degli anni ’80, portò alla luce uno sconvolgente segreto tenuto nascosto per decenni dal governo britannico, le sparizioni (tra il 1930 e il 1970) di 130,000 bambini inglesi di poco più di quattro anni, prelevati dagli orfanotrofi e mandati di nascosto a lavorare in Australia, richiusi in istituti religiosi dove peraltro furono soggetti anche a morbosi abusi. Il Premio Marc’Aurelio della Giuria come migliore attore è andato al nostro Toni Servillo per Una Vita Tranquilla,
ellittico noir ambientato in Germania con la regia di Claudio Cupellini, qui alla sua seconda prova. Tra gli altri film italiani
del concorso segnaliamo: Gangor, prima coproduzione italo–indiana, con la regia di Italo Spinelli, la didascalica vicenda
di una donna tribale immortalata in una foto mentre allatta il suo bambino. Uno scatto che provoca non poche sofferenze alla
malcapitata che si ritrova sola e indifesa in balia della retriva violenza maschile. Altra storia al femminile è quella di
Io Sono con Te diretto da Guido Chiesa. Si parla di una donna speciale, vissuta duemila anni fa in Galilea, Maria di
Nazareth. Una pellicola dove si parlano due lingue, l’arabo e il greco antico e che prende spunto dal Vangelo di Luca, ambientata
in una Tunisia abbacinante e spoglia, il tutto per raccontare la Natività dal punto di vista femminile. Il quarto film italiano
in concorso è La Scuola è Finita, di Valerio Jalongo, dove tornano a recitare in coppia Valeria Golino e Vincenzo Amato
(dopo Respiro di Crialese) nella parte di due insegnanti dello stesso istituto, una coppia divorziata costretta a
convivere e ad elaborare una competizione, attivata da uno studente non proprio modello. Film altalenante fino alla discontinuità
con un pessimismo che suona come un partito preso.
Fuori concorso è stato presentato l’ultimo film del compianto Alain Corneau, Crime d’Amour, una sorta di saggio teorico
sull’essenza del noir ispirato a L’Alibi era Perfetto di Fritz Lang. Da notare il duello d’attrici: Kristin Scott Thomas
e Ludivine Sagnier a servirsi di una vicenda ambientata tra le pareti algide di una multinazionale. L’ultimo film di Corneau
sembra echeggiare, per taglio e atmosfera, lo stile di un altro grande scomparso, Claude Chabrol, grazie ad una scrittura
tagliente (dialoghi esemplari) e a una messinscena asciutta e geometricamente risolta. Da vedere come una secca, classica
disamina dei rapporti umani che lascia affiorare un’analisi inquietante sui meccanismi sempiterni del potere.Ospite d’onore di questa quinta edizione del festival è stata Julianne Moore, attrice dall’eleganza incisiva e incantevole, volitivo miracolo di Hollywood che ha ricevuto il Marc’Aurelio alla carriera. Per l’occasione è stato presentato fuori concorso The Kids Are All Right, di Lisa Cholodenko, una commedia americana indipendente, molto ben scritta, su una coppia lesbica, per l'appunto la Moore accanto ad Annette Bening (assolutamente strepitosa). Le due fanno le madri di altrettanti ragazzi, un maschio e una femmina concepiti con il trattamento dell’inseminazione artificiale ed entrambi più in là intenzionati a conoscere il proprio padre biologico, ovvero il donatore che ha le fattezze di Mark Ruffalo, un quarantenne ristoratore donnaiolo che abita alla periferia di Los Angeles. L’entrata in scena del personaggio di Ruffalo, in una famiglia così poco convenzionale, porterà ulteriore scompiglio. Altra commedia, questa volta inglese, vista con piacere fuori concorso è We Want Sex, per la regia di Nigel Cole. Tonalità briose che inducono alla riflessione e alla commozione, per una storia vera, ambientata a Dangenham nel 1968, durante lo sciopero di 187 donne che, nella fabbrica della Ford, si occupano della cucitura dei sedili in pelle: sono loro che un bel giorno decidono di rivendicare la parità dei diritti non solo salariali. Tra gli eventi speciali in vetrina si è visto The Social Network di David Fincher che così, grazie pure a una serrata
sceneggiatura di Aaron Sorkin, ha girato il suo film migliore dai tempi di Seven. Mark Zuckerberg, molto ben interpretato
da Jesse Eisenberg, è uno degli studenti di Harvard più intelligenti e meno socievoli. Dopo essere stato piantato dalla ragazza,
una sera del 2004, s’industria a inventare quello che diventa il social network più cliccato dell’era moderna, ovvero Facebook,
un’impresa che lo trasforma, nel giro di poco tempo, in uno dei giovani miliardari più cool del pianeta. Una parabola contemporanea
raccontata con lucidità e causticità dove a fare da protagonisti sono gli algidi ed emblematici ambienti interni, le stanze
dell’università di Harvard e gli uffici legali dove Fincher ambienta la sua storia esemplare.Altro formidabile evento è stato la presenza del grande John Landis, tornato dietro la macchina da presa con Burke & Hare. Il grande John è stato capace di regalarci una piccola gemma di umorismo nero ambientata nell’Edimburgo del 19esimo secolo. William Burke (Simon Pegg) e William Hare (Andy Serkis) sono due girovaghi imbroglioni che procedono alla giornata. In un periodo in cui la scienza si evolve più velocemente della morale, entrambi si trovano coinvolti, mercé il dottor Knox (Tom Wilkinson), in un commercio di cadaveri freschi da condurre sul tavolo dell’università come oggetto di studio. Etica e scienza, dunque, confronto per dirci, in una prospettiva retrò, delle verifiche incerte della modernità attraverso gustose trovate comiche, dove Landis si diverte ad attingere a piene mani dalla tradizione inglese così come dallo slapstick alla Oliver e Hardy (e nella seconda parte assistiamo a una geniale rappresentazione del “Macbeth” tutto al femminile). Landis torna così alle radici dei suoi trascorsi cinematografici girando un fulminante omaggio al cinema-cinema venato da un retrogusto romantico che emerge soprattutto sul finale. E’ questo variegato percorso di spunti che rimandano alle sempiterne coordinate del cinema allo stato puro, a dare forma a un festival che si è proposto anche quest’anno di offrire una panoramica dell’hic et nunc dentro e ai margini del difficile mercato della distribuzione senza rinunciare ad annodare il presente al passato glorioso e ancora influente dei classici sempre vivi. © 2011 reVision, Francesco Puma |
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