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Festival Internazionale del Film di Roma

IV Edizione




Quattro anni sono trascorsi dall’inaugurazione della kermesse cinematografica nel complesso dell’Auditorium di Roma, inizialmente Festa battente bandiera veltroniana e, dalla precedente edizione, “Festival Internazionale” secondo i dettami del veterano presidente Gian Luigi Rondi. Il baricentro è rimasto intatto così come l’ispirazione originaria e questo nonostante il giro di vite politico: il Roma Fest tenta di darsi un’identità, nel confronto impari del glorioso gemello veneziano, tra glamour e passerelle coniugate ad una più elitaria selezione d’essai, a chicche da retrospettiva e scoperte illuminate date in pasto ai resistenti cinefili di nuovo e vecchio corso, a dispetto dei fautori di tendenze esplicite e ammonitorie, ancora una volta sotto la tenda del circo, perplessi. Tra delusioni e sorprese, questo quarto anno ci ha regalato la presenza regale della divina Meryl Streep, premiata con un Marc’Aurelio d’Oro alla carriera e protagonista di un incontro all’Auditorium coordinato con bella sapienza da Mario Sesti e Antonio Monda. Unitamente alla doverosa e doviziosa retrospettiva delle sue pellicole più rappresentative, l’occasione del fuori concorso ha palesato la tenuta di una Streep ancora all’altezza della sua fama mercé la nuova commedia di Nora Ephron, Julie & Julia, bis della coppia protagonista del dramma Il Dubbio, e quindi Streep e Amy Adams, questa volta destinata a convivere nello stesso film senza incrociarsi mai. Si tratta di una commedia solida e ispirata come quelle di una volta, imperniata su vicende parallele intersecate a distanza temporale utilizzando la traccia di due autobiografie, quella delle due Julia del titolo, realmente esistite: la Child della Streep è una casalinga trasferitasi nel 1948 dall’America a Parigi seguendo il marito Paul (interpretato da Stanley Tucci), impiegato del servizio segreto americano. Assecondando la propria ossessione per il cibo, la donna finisce per scrivere un bestseller culinario, irresistibile esorcismo di tutte le frustrazioni familiari. L’altra Julie della dolce Adams è sulla soglia dei trent’anni nel 2002, fa la segretaria, abita nel Queens con il marito Eric (Chris Messina), ed elabora a stento la propria insoddisfazione fino a quando le capita di aprire un blog ispirato al libro di ricette della Child imponendosi poi di cucinarle tutte e 524 nel giro di un anno. Il tema è noto visto che riguarda il difficile equilibrismo tra ragioni matrimoniali versus i legittimi impulsi esistenziali delle donne, oggi come ieri: l’elegante fattura e la leggiadra ironia profuse dalla Ephron rendono gustoso il déjà vu.
Più deludente risulta, in apertura di concorso, il dramma di guerra Triade del regista bosniaco Danis Tanovic, storia di due reporter, Colin Farrell e Jamie Sives, sul fronte del Kurdistan. Mark è quello che non vuole mollare il territorio mentre David non vede l’ora di raggiungere la moglie in dolce attesa: il primo, nonostante le ferite (anche fisiche) finisce per cavarsela mentre il secondo scompare senza lasciare tracce. L’affanno che il film evidenzia diventa intollerabile nella seconda e più retorica parte, quella del rientro in Irlanda di Mark, nonostante la carismatica presenza di Christopher Lee nel ruolo di uno psichiatra specializzato in traumi bellici. Da segnalare il pessimo inglese di Paz Vega mentre il regista Tanovic, rivelatosi col sorprendente No Man’s Land, conferma la carenza della propria ispirazione dopo il precedente L’Enfer, tratto da un soggetto inedito di Kieslowski.
In un film collettivo di qualche anno fa, 11 Settembre 2001, il grande Ken Loach ha evocato nel suo episodio un altro tragico 11 settembre, quello del 1973, quando in Cile il governo Allende fu neutralizzato nel sangue dal golpe di Pinochet. Miguel Littin, tra i massimi esponenti del cinema cileno, richiama le conseguenze di quel trauma con il piglio efficace del suo Dawson, Isla 10. Sergio Bitar è stato ministro delle miniere e consigliere economico del presidente Salvador Allende. Dopo il colpo di Stato che ha segnato la caduta di Allende, l’intera classe dirigente è stata fatta prigioniera in un campo di concentramento nell’isola di Dawson situata nello stretto di Magellano. Ogni prigioniero è stato privato della propria identità, identificato dai rozzi carcerieri solamente attraverso un numero. Il 10 toccò a Bitar che riuscì a sopravvivere all’internamento e, una volta acquistata la libertà, scrisse le sue memorie servite da traccia narrativa a questo film. E’ l’accorato racconto di esistenze in resistenza, di uomini dall’etica ferrea capaci di fronteggiare soprusi e umiliazioni, mantenendo alto il proprio codice etico, piegati ma non spezzati dal terrore. Rigore documentaristico, messa in scena sobria, regia visionaria: Dawson, Isla 10 ci parla della dignità umana delineando lucidamente il rapporto tra memoria e dolore. Non convincono, invece, lo spagnolo After di Alberto Rodríguez e l’opera prima della libanese Dima El-Horr, Chaque Jour est une Fête. Il primo sciorina la notte brava di tre amici ventenni che si conoscono sin dai tempi della scuola, sfruttando l’abusata formula della moltiplicazione dei punti di vista con la storia che ricomincia, tre volte, dallo stesso punto, nell’affrontare in modo piatto il tema della solitudine e dell’afasia sentimentale fino a sconfinare nella noia. Tre sono pure le protagoniste del film libanese, una di queste interpretata dalla meravigliosa Hiam Abbass. Tre donne che non si conoscono si ritrovano in un autobus diretto verso il carcere di Mermel dove sono rinchiusi i loro uomini. Durante il tragitto restano vittime di un incidente, in balia del loro destino e prigioniere del deserto che prospetta solo dead points. L’eccesso di simboli non giova al film e la regia non decolla, facendoci provare lo stesso smarrimento dei personaggi, in assenza di racconto. Ci è invece piaciuto il francese Les Regrets, settimo film di Cédric Kahn. Interpretato da Yvan Attal e Valeria Bruni Tedeschi, la vicenda narra del ritrovarsi dopo quindici anni, di Mathieu e Maya. Lui è un architetto sposato e lei, dopo aver vissuto in Africa per un periodo, s’interessa di viticultura, convivendo felicemente col proprio partner. Nelle prime sequenze, quando il nuovo colpo di fulmine è agli albori, Attal e la Bruni Tedeschi sono bravissimi e con poche essenziali espressioni riescono a trasmetterci la rinascita di una passione. Una love story moderna, commentata dall’efficace colonna sonora di Philip Glass, zeppa d’inseguimenti, incontri clandestini, appuntamenti mancati, servita da una regia dinamica che non lascia tregua. Giustamente premiato con il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film, Brotherhood (Broderskab) dell’italo–danese Nicolo Donato, ci ha convinto pienamente. Sullo sfondo dell’apparentemente raggelata provincia danese, il film prospetta come emblematica la parabola di Lars che, una volta lasciato l’esercito, si arruola tra i naziskin. La “fratellanza” a cui allude il titolo è la folle, violenta, perversa ideologia del gruppo che spingerà Lars oltre i limiti stessi dei neonazi, quando con il mentore Jimmy scoppierà una passione amorosa intensa quanto scandalosa e vissuta clandestinamente. Una regia attenta a cogliere le sfumature con sguardo asciutto e dolente, assai efficace nell’affrontare l’amore gay in un drammatico contesto di sottocultura machista e razzista.

Del concorso segnaliamo la sorprendente commedia di Jason Reitman, Up in the Air con un George Clooney in gran forma (è una delle sue migliori interpretazioni) nel ruolo di un manager “tagliatore di teste”, un virtuoso del licenziamento, cinico collezionatore di mille miglia, tale Ryan Bingham (come il noto cantautore di genere folk rock e country). La sua è una vita arida, da esperto di “ricollocazione aziendale”, sempre in viaggio tra aeroporti e hotel di lusso guadagnando punti di mille miglia e carte di credito esclusive. Fino a quando due donne lo incroceranno conducendolo a riflettere sulla propria inanità etica e sull’importanza di famiglia e affetti. La prima è la carrierista Natalie Keener (una bravissima Anna Kendrick), assunta dal suo capo Craig (interpretato da Jason Bateman), efficiente al punto di voler licenziare i dipendenti delle aziende attraverso un computer (ottimizzando così i costi) mentre l’altra, Alex (una fascinosa Vera Farmiga), è una viaggiatrice che con Ryan condivide la passione per le carte esclusive, capace di sedurre l’uomo fino a inchiodarlo. Una sceneggiatura affilata che Reitman ha scritto insieme a Sheldon Turner (traendola dall’omonimo libro di Walter Kirn) e una regia dal ritmo sapiente nel saper mescolare l’ironia con l’amarezza per una delle migliori commedie americane degli ultimi tempi. Impeccabile come sanno esserlo gli americani quando sono ispirati. Allontanandosi dal racconto della contemporaneità, il festival ci ha presentato qualche film “in costume”. Con ampio respiro narrativo il regista Michael Hoffman, con The Last Station declina l’ultimo anno di vita di uno dei giganti della letteratura russa, Lev Tolstoj (magnificamente incarnato da Christopher Plummer). Tratto dall’omonimo romanzo di Jay Parini, sceneggiato dallo stesso Hoffman (che ha accarezzato il progetto per molto tempo) e prodotto tra gli altri da Andrei Konchalovsky, il film si concentra sul personaggio della contessa Sofja (per questo ruolo Helen Mirren si è aggiudicato il Marc’Aurelio d’Argento come migliore interpretazione), da quarantotto anni moglie del celebre scrittore e sua musa ispiratrice. Ecco che Tolstoj prende la decisione di rinunciare al suo titolo nobiliare, alle sue proprietà, aderendo con spirito anarchico al voto di povertà e diventando vegetariano. Sofja finisce per scontrarsi con il discepolo più vicino allo scrittore, Vladimir Chertkov (Paul Giamatti), intenzionato a non spegnere la fiamma del genio nel convincerlo a redigere un nuovo testamento che potrebbe regalare l’inestimabile patrimonio letterario al popolo russo. Queste due identità incrociano quella dell’ingenuo e giovane assistente di Tolstoj, Valentin Bulgakov (James McAvoy), che lo conduce alla passione amorosa per la bella Masha (Kerry Condon), giovane e focosa insegnante dall’atteggiamento anticonformista che ha abbracciato la nuova religione tolstojana. C’è anche Sasha (Anne-Marie Duff), figlia devota dello scrittore che ha un rapporto complicato con la madre. Una vicenda ricca di conflitti che spingeranno Tolstoj, dopo l’ennesimo litigio con l’isterica moglie, a lasciare la sua casa nel cuore della notte (a 82 anni!) per rifugiarsi nell’ultima stazione a cui allude il titolo. Il film è appassionante, a tratti ispirato e pieno di screziature agrodolci, ben illuminato dall’ariosa fotografia di Sebastian Edschmid e servito da un’emozionante colonna sonora di Sergey Yevtushenko, nel parlarci di sentimenti al tramonto e passioni incombenti, illuminandoci sui recessi privati di un genio della letteratura, sottolineandone la comunanza con i più ordinari flussi e riflussi della gente comune. Per il suo ritorno dietro la macchina da presa, la cineasta tedesca Margarethe von Trotta ha presentato in concorso Vision, dove dirige ancora una volta la sua attrice prediletta, Barbara Sukova, per enucleare un altro complesso ritratto femminile, quello di Hildegard von Bingen, figura realmente esistita in epoca medievale. La von Bingen era la decima figlia di una nobile famiglia tedesca che, all’età di otto anni, è stata promessa a Dio una volta spedita in un convento benedettino. Col tempo diventerà badessa e la sua esistenza verrà sconvolta da visioni divine che celano messaggi. Attraverso i suoi studi di medicina e scienza, la donna arriverà a fondare un suo convento e il Papa dell’epoca la appoggerà nel pubblicare il resoconto delle sue visioni. Una figura rivoluzionaria incarnata con grande efficacia dalla dolente espressività della Sokuva. Con una regia asciutta ed elegante, la von Trotta dipinge con rigore umanista la vita monastica, avvalendosi della fotografia di Axel Block dalla densità cromatica abbacinante. Film rigoroso e potente, bello e necessario nell’esplorare una dimensione della spiritualità conflittuale e lacerante. Il destino della von Bingen incrociò quello di Barbarossa (personaggio storico recentemente evocato dal pessimo film di Martinelli) a cui lanciò il monito di diventare governatore saggio. Un monito che invero sarebbe servito, hic et nunc, alla nostra adorabile Stefania Sandrelli che ha presentato, fuori concorso, il suo Christine – Cristina, altra vicenda al femminile ambientata, come il film della von Trotta, nel Medioevo. In verità siamo agli albori dell’Umanesimo, periodo in cui è vissuta la poetessa veneziana Cristina da Pizzano (qui interpretata dalla figlia Amanda), nata nel 1362 e trasferitasi a Parigi alla corte di Carlo V, dove si ritrovò nella miseria mentre imperversarono le lotte tra Armagnacchi e Borgognoni, pronta a sopravvivere con due figli piccoli attraverso la poesia, sua unica fonte di sussistenza e ispirazione esistenziale. Due incontri furono importanti per lei, un cantante di osteria che ha le sembianze di Alessandro Haber e un teologo interpretato da Alessio Boni. Co–diretto con Giovanni Soldati, il film non vola né vibra, inducendo alla noia come la canzone di Sting che chiude la pellicola. Dispiace rilevarlo, da estimatori della Sandrelli di cui non possiamo che alimentare il mito legato alle grandi performance degli anni Sessanta, ma quest’opera prima soffre di una passione sfocata e di un eccesso di rigidità intellettualistica da scult.

Sempre fuori concorso abbiamo assistito all’ultima fatica di Carlos Saura, Io, Don Giovanni, racconto all’origine della celeberrima opera. Per la cronaca, nella Sala Santa Cecilia la proiezione per il pubblico è stata preceduta da un concerto diretto da Nicola Tescari: un montaggio suggestivo delle arie più belle tratte dal “Don Giovanni” e da “Le nozze di Figaro”, ad introdurre la visione. Tescari è per l'appunto il supervisore musicale di questa coproduzione italo–spagnola che soffre di una sceneggiatura disarticolata esibendo lentezze narrative e un’interpretazione non del tutto convincente del cast d’attori. La trama ci riporta nella Venezia del 1763 dove Lorenzo Da Ponte (Lorenzo Balducci) è il sacerdote lussurioso che sappiamo, emulo dell’amico Giacomo Casanova (Tobias Moretti). La bella vita dura fino alla denuncia di un tipografo alla Santa Inquisizione che, nel 1781, manda in esilio il nostro a Vienna, per quindici anni. Grazie a Casanova, Da Ponte fa la conoscenza di Salieri (Ennio Fantastichini), il compositore che lavora alla corte del Re, mentre si consolida l’ingombrante figura di un talento musicale dalla vena inesauribile, il magico Wolfgang (Lino Guanciale), colto nel momento in cui si trova ammalato e con dei debiti da saldare. Con la scusa di ostacolare l’ascesa di Mozart, Salieri convince il grande compositore ad assumere come librettista proprio Lorenzo Da Ponte. L’unione tra i due partorirà l’innovativo capolavoro. Con una confezione lussuosa (le luci sono dell’ormai abituale collaboratore Vittorio Storaro) Saura assume il punto di vista di Da Ponte che, esiliato a Vienna, si ritrova diviso tra due donne: l’affascinante e giovane Annetta (Emilia Verginelli) che sposerà vivendo con lei fino alla morte (avvenuta all’età di quasi novanta anni a New York) e un soprano dall’incontenibile e traumatica personalità. La regia di Saura si appassiona a mescolare atmosfere teatrali e cinematografiche, puntando sulle preziosità allusive del décor e dell’ambientazione settecentesca, la contraddittoria società classista delle corti solcata da anime inquiete e rigurgiti artistici, però mal servito dallo zoppicante script.
Dopo Saura, ecco un altro gradito ritorno alla regia, quello di James Ivory. Dopo la scomparsa del produttore Ismail Merchant, con il quale ha dato vita a un marchio di fabbrica d’impeccabile eleganza, Ivory è tornato in gran forma, coinvolgendo ancora una volta la sua fedelissima sceneggiatrice Ruth Prawer Jhabvala (siamo alla ventiquattresima collaborazione) per tradurre in immagini il bel romanzo di Peter Cameron “Quella sera dorata”. Il film è The City of Your Final Destination (Fuori Concorso) ed è uno dei più belli dell’Ivory degli ultimi anni. Una pellicola che trasmette calore, che coinvolge e appassiona grazie ad una sceneggiatura sublime (una ricchezza di dialoghi che è un piacere per lo spirito), a un coro di attori meravigliosi e a una regia ironica e struggente. Ivory rimane fedele a se stesso e vince su tutti i fronti ambientando la vicenda nell’esotico scenario dell’Uruguay. Omar Razaghi (Omar Metwally), un giovane di origine iraniana si deve laureare alla University of Colorado e per ottenere la borsa di studio deve necessariamente scrivere una biografia dello scrittore latino americano scomparso Jules Gund. Gli eredi di Gund non ne vogliono sapere di autorizzare la stesura del libro, così la determinata fidanzata Deirdre (Alexandra Maria Lara) lo convince ugualmente a raggiungere l’Uruguay per fare in modo di mettere in condizioni la famiglia di firmare la fatidica autorizzazione. Ecco che Omar si ritrova di punto in bianco nella tenuta dei Gund. Farà la conoscenza del fratello omosessuale dello scrittore scomparso, Adam (Anthony Hopkins), che convive con il più giovane giapponese Pete (Hiroyuki Sanada), assieme all’indurita vedova Caroline (Laura Linney) che si rifiuta di firmare l’autorizzazione e l’amante del defunto, Arden (Charlotte Gainsbourg), con la figlia Portia (Ambar Mallman). L’arrivo di Omar sconvolgerà l’ordine delle cose, gli darà modo di riflettere anche sulla propria esistenza e questo quando convalescente dalle conseguenze della puntura di un’ape, comprenderà l’imprevedibilità dell’amore. Una saga familiare tutta vissuta all’interno e condotta con eleganza, ironia e disincanto, servita da un’eccelsa fotografia di Javier Aguirresarobe che illumina il paesaggio e gli interni della grande casa con sensibilità pittorica e analitica. La regia di Ivory è armoniosa, Hopkins recita i dialoghi più pungenti con una leggerezza speciale, e il film diviene un atto d’amore al produttore e amico Ismail Merchant, che recupera un paesaggio emotivo affascinante e insidioso, simile a quelli descritti nel glorioso passato cine–letterario della prestigiosa ditta.
Uno degli eventi del festival è stata la proiezione di Popieluszko. Wolnosc jest w nas, kolossal di produzione polacca diretto con vigore da Rafal Wieczynski qui alla sua opera seconda. Sono passati venticinque anni dall’uccisione da parte di tre agenti dei servizi segreti di padre Jerzy Popieluszko, sacerdote che inneggiava alla libertà schierandosi con la classe operaia, massacrato a botte e poi gettato in acqua il 19 ottobre del 1984. Un martire del secolo breve, interpretato con intensità e passione dall’attore Adam Woronowicz. Le sequenze di massa sono imponenti, la regia è dinamica, anche se indugia allo stile fiction, ma il film si rivela onesto e accurato nel valorizzare la memoria di un trauma storico, l’era del comunismo in Polonia, e quella di una figura simbolica che ha sacrificato la propria vita per il popolo.

Amaramente divertente e tecnicamente rimarchevole per il perfezionismo della messa in scena è l’ultima fatica dei geniali fratelli Coen, A Serious Man (Fuori Concorso). Si comincia con un prologo, slegato del resto del film, ambientato in uno shtetl polacco di fine ottocento, recitato in lingua yiddish, a introdurre la storia ambientata nella Minneapolis (patria dei Coen) del 1967, al ritmo di “Somebody to love” dei Jefferson Airplane, con protagonista Larry Gopnik (interpretato dall’attore rivelazione della stagione, Michael Stuhlbarg) nel ruolo di un professore universitario di fisica. E’ lui l’uomo serio del titolo che si ritrova, ad un certo punto, a vivere tribolazioni alla Woody Allen. La moglie lo lascia per un tipo untuoso, proponendo un divorzio ebraico, e lui rimane padre di una femmina che gli ruba di nascosto i soldi per potersi rifare il naso, e di un maschio teledipendente e indisciplinato durante la preparazione del Bar mitzvah, che giornalmente fugge da un compagno di scuola dovendogli del denaro per la marijuana. Il nostro ha un fratello che passa le sue giornate sul divano, per di più riceve delle lettere anonime mentre uno studente coreano vuole corromperlo per poi denunciarlo per diffamazione. La sua vita, insomma, precipita e lui sembra non reagire. Ci si mette pure la bella vicina che prende il sole nuda. A Larry non resta che rivolgersi a tre rabbini per chiedere consiglio. Aurea da pessimismo cosmico per questa commedia nera dei Coen che racconta la parabola di un uomo comune accumunata con sarcasmo a quella di Giobbe. Ottimi dialoghi, brillanti e amari insieme, una magnifica cura per i particolari al punto tale che certe inquadrature, come il dettaglio delle orecchie per la musica in cuffia, evocano l’analitica ironia di David Lynch. Un’ennesima svolta nel cinema dei Coen con una pellicola pregna di humour yiddish, dotata di cast d’attori encomiabile, autentico godimento per chi ama il cinema autentico.
Tra le presenze italiane, da sottolineare quella di Sergio Castellitto, premiato per il Marc’Aurelio d’Argento come migliore attore per l’opera seconda di Alessandro Angelini, Alza la Testa (Concorso). Una performance di Castellitto è sempre un piacere, per la sua trasparente allure. Qui interpreta la parte di un padre di nome Mero, pugile mancato che fa l’operaio e che riversa le proprie frustrazioni sul giovane figlio Lorenzo (l’esordiente Gabriele Campanelli) allenandolo fino allo stremo con l’intenzione di trasformarlo in un campione. Ad un certo punto il ragazzo inizia una relazione con una giovane romena, non condivisa dal padre fino al litigio, culminante in una notte fatale, quando Lorenzo, in una notte di rabbia, ha un incidente col motore entrando in coma cerebrale. Il dolore lancinante di Mero incrocia quello di un trans con problemi cardiaci di nome Sonia (la brava Anita Kravos, già protagonista di Come l’Ombra di Marina Spada). Il film affronta temi importanti come l’immigrazione e l’eutanasia con risultati non del tutto convincenti. Angelini mantiene un taglio emotivo girando con la macchina a spalla, inseguendo con pudore i personaggi e dirigendo con gusto gli attori, mal servito però da una sceneggiatura che nella seconda parte s’inceppa e confonde i piani a partire dall’episodio della morte del figlio.
Sempre in concorso è stato presentato Viola di Mare, maldestro tentativo di raccontare una passione che scoppia tra due giovani donne (interpretate da Isabella Ragonese e Valeria Solarino) in un’esoterica Sicilia ottocentesca. Il fascinoso paesaggio è quello dell’isola di Favignana ma la regia di Donatella Maiorca è scomposta ed enfatica, mentre la fotografia risulta da cartolina. Quanto ad Oggi Sposi (Fuori Concorso), commedia corale di Luca Lucini, si può dire soltanto che è una risibile prova d’inconsistenza.

Tra gli italiani più belli non solo in vetrina, c’è L’Uomo che Verrà (Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento) di Giorgio Diritti, seconda regia dopo la rivelazione (ottenuta con il passaparola) dello splendido Il Vento fa il Suo Giro. Film necessario sul valore prezioso della memoria da tramandare: Diritti rievoca con una messa inscena rigorosa e con un afflato poetico alla Olmi i nove mesi che hanno preceduto la strage nazista di Marzabotto. Quello che viene ricostruito è il contesto socio–culturale del perduto mondo contadino, della perduta lingua del dialetto emiliano, mentre l’acuto sguardo del regista si concentra sulla sua piccola protagonista di otto anni, Martina (l’incantevole Greta Zuccheri Montanari) che vive alle pendici di Monte Sole. Siamo nell’inverno del 1943. La piccola protagonista si è ammutolita dopo la morte del fratellino nato da pochi giorni, fino al dicembre quando la madre Lena (Maya Sansa) rimane nuovamente incinta, arrivando a partorire nella notte tra il 28 e il 29 settembre del 1944, durante il rastrellamento da parte delle SS: quel neonato è l’”uomo che verrà” del titolo, il custode della futura memoria. Qui il cinema si fa pittura densa ed evocativa: le presenze delle vittime dell’infame strage diventano espressioni di una vitalità struggente inscritta nello scenario dell’Appennino. Mentre la disumanità della guerra segue il suo corso, la sola speranza è riposta nello sguardo innocente della piccola Martina. Diritti compie il miracolo di raccontare la guerra dal punto di vista della gente semplice, rievocando una pagina di Storia dolorosa con una partecipazione emotiva essenziale e con un pudore encomiabile. Assolutamente da non perdere, L’Uomo che Verrà merita un posto speciale nel cinema italiano di queste ultime stagioni. Se Diritti è un allievo di Olmi, proprio del grande cineasta bergamasco è stato presentato nella bella, ricca e stimolante sezione di Mario Sesti, “L’Altro Cinema/Extra”, il suo nuovo documentario Rupi del Vino, struggente omaggio alla poetica di Mario Soldati. Immagini e parole appaiono intersecate con grande armonia in questo nuovo “discorso” di Ermanno Olmi che riscopre le bellezze autentiche della Natura, paesaggi ancora oggi intatti e impregnati di sudore, di terra, di Storia, di vita. Olmi riparte dal documentario e quindi dalle proprie origini di cineasta purissimo per riscoprire con commozione le classiche bellezze della Valtellina, affidandosi alle parole del grande Mario Soldati per descrivere con la macchina da presa i vigneti, le vallate, le rupi, la grandezza arcaica di quei luoghi che sanno ritemprare lo spirito. Ed è la voce calda e accogliente dello stesso Olmi che recita in chiusura una massima di Papa Martino V risalente al 1431: “Cinque sono i motivi per bere: l’arrivo di un amico, la bontà del vino, la sete presente e quella che verrà, e qualunque altro”. Ancora più numerosi sono i motivi per vedere Rupi del Vino, primo fra tutti quello di assaporare l’intensità poetica, limpida come acqua di ruscello, di un cinema irresistibile e necessario.
Doverosa è adesso una veloce panoramica sulla rassegna “L’Altro Cinema/Extra”, curata da Mario Sesti. La chicca è il recupero di un documentario, datato 1978, del grande Martin Scorsese, American Boy/American Prince: A Profile of Steven Prince. Scorsese mette in primo piano il suo compagno di stanza Steven Prince (che interpretò il ruolo del trafficante d’armi in Taxi Driver), in questa pellicola amatoriale che trent’anni fa circolava in America solo in copie di contrabbando e che è divenuta negli anni un oggetto di culto. Riuscì a vederlo anche Tarantino che prese spunto dai racconti realmente vissuti di Prince per girare una delle sequenze più famose degli anni ’90 contenuta in Pulp Fiction, quella della siringa decongestionante sul petto di Uma Thurman. La forza di questo splendido documentario è far rivivere in modo vibrante e asciutto, l’esperienza bruciante di un tossicodipendente. Al film ritrovato di Scorsese se n’è aggiunto un altro nuovo di zecca, quello di Tommy Pallotta che si è chiesto, come molti di noi, che fine abbia fatto Steven Prince. L’ha scovato e l’ha messo di fronte alla macchina da presa per chiudere il cerchio di Scorsese.
Nel documentario boliviano Mamachas del Ring, attraverso il personaggio di Carmen Rosa si affronta il wrestling al femminile: la durezza come chiave di sopravvivenza rispetto al mondo e alla cultura maschile. L’arte di arrangiarsi è invece al centro del divertente documentario di Michael Sládek Con Artist, la vera storia di Mark Kostabi, artista che è stato capace di vendere più di mille opere l’anno mettendo su una factory che ha dipinto i quadri per suo conto. Che fine fanno i personaggi dei film quando l’opera è stata ultimata? E’ quello che si è chiesto il cineasta polacco Krzysztof Zanussi con l’ultimo Revisited dove immagina come vivono oggi le figure da lui inventate per i film Vita di Famiglia (1971), Colori Mimetici (1976) e La Costante (1980) mettendo di fronte alla macchina da presa gli attori Zbigniew Zapasiewicz, Malgorzata Zajaczkowska e Daniel Olbrychski. Uno straordinario esperimento di cinema nel cinema, una riflessione sull’importanza della memoria non solo filmica.

Abbiamo riso a crepapelle con la commedia francese Bancs Publics (Versailles Rive Droite) di Bruno Podalydès. Una ronde surreale che comincia in un ufficio dove le impiegate notano, appesa a un palazzo di fronte, la rivelatoria scritta “uomo solo”. L’azione in seguito si sposta nei giardini per proseguire in un negozio di bricolage. Alla fine torniamo nell’ufficio dell’incipit per scoprire chi sia il solitario del palazzo. Con una sceneggiatura ben congegnata, con un umorismo tra Tati e l’ultimo Resnais, il film esibisce mezzo cinema francese, attori pronti ad apparire anche per pochi minuti per una commedia che è un salutare e intelligente divertimento. Si ride molto ma anche ci si commuove con il belga Simon Koniansky, diretto da Micha Wald. Simon è un trentacinquenne non cresciuto, da poco abbandonato dalla sola donna che ha amato, una danzatrice goy, che gli ha dato un figlio di nome Hadrien, buffa e irresistibile presenza. Così Simon torna a vivere dal padre Ernest, un uomo anziano sopravvissuto ai campi di concentramento. La convivenza tra padre e figlio si rivela impossibile, fino a quando il vecchio non muore. Per dare una degna sepoltura al padre, Simon decide di trasportare la salma fino al villaggio ucraino dove è nato rispettando così le ultime volontà. Insieme al figlio e a una coppia eccentrica di zii, il viaggio comincia non privo d’imprevisti. Con un tono grottesco, con battute pungenti sul conflitto israelo–palestinese, la commedia si trasforma in un rutilante road–movie che avrà il suo culmine in una sequenza struggente a Majadanek, un campo di sterminio, risolta brillantemente dal regista che smorza l’ironia per regalarci un momento di autentica e delicata emozione. Simon è un personaggio ipocondriaco meravigliosamente interpretato da Jonathan Zaccaï, i colori della fotografia sono iperrealisti, il ritmo è irresistibile: il film del regista Wald svela più di una sfumatura autobiografica che ne esalta il valore, affrontando il delicato tema della diaspora con un incantevole equilibrio tra commedia e dramma.
Ricordiamo pure il bel documentario dall’esplicito titolo, L’Italia del Nostro Scontento (L’Altro Cinema/Extra in collaborazione con Occhio sul Mondo). Diretto da Elisa Fuksas, Francesca Muci e Lucrezia Le Moli, attraverso i capitoli ispirati ai colori della nostra bandiera, “Verde”, “Bianco” e “Rosso”, si affrontano argomenti importanti come l’ambiente, i giovani e la politica. E segnaliamo il documentario di Emanuele Salce e Andrea Pergolari, L’Uomo dalla Bocca Storta (presentato come evento speciale), dedicato alla straordinaria figura di Luciano Salce, regista, umorista e intrattenitore televisivo che ha contribuito a rinnovare il linguaggio negli anni della cosiddetta palco–televisione. Memorabili sono i suoi formidabili sketch in coppia con Vittorio Caprioli e Franca Valeri (ne vengono mostrati degli spezzoni). L’aspetto su cui si concentra il docu–film è proprio quello del lavoro televisivo e teatrale, con testimonianze, foto e ricordi personali di parenti, amici e colleghi. A cinema, Salce è stato regista di pellicole indimenticabili come Il Federale e La Voglia Matta (interpretati da un monumentale Ugo Tognazzi), i primi due capitoli della saga di Fantozzi (ma ha diretto Paolo Villaggio in altre occasioni), mentre a noi ci piace pure ricordare L’Anatra all’Arancia, a suo tempo grande successo al botteghino. Ha anche regalato a Lino Banfi un film comico oggi diventato oggetto di culto, Vieni Avanti Cretino. Fine dei ricordi e irruzione nell’odierna quotidianità: con Marpiccolo, il regista Alessandro di Robilant racconta il degrado umano e ambientale della città di Taranto (dove uno stabilimento siderurgico sporca l’aria e soffoca l’esistenza) con rabbia e determinazione. Una vicenda ambientata nel quartiere Paolo VI, commentata dall’interessante sound rock dei Mokadelic, protagonista il diciassettenne Tiziano che si metterà nei guai per inseguire i suoi sogni difficili, quando svaligerà la cassaforte della villa di un boss locale. Questo film è l’occasione buona per affrontare le tematiche esposte nella sezione del festival “Alice nella Città”.

Presentato in collaborazione con “L’Altro Cinema/Extra”, il regista Edoardo Winspeare ci ha regalato un prezioso e commovente documentario, Sotto il Celio Azzurro. Esiste a Roma una scuola speciale, un asilo nido, che è stato fondato nel 1990 come centro multiculturale e che si chiama “Celio Azzurro”. Lì si ospitano bambini da tutto il mondo, dai 3 ai 5 anni, alimentando una convivenza sviluppata come integrazione. Con uno sguardo partecipe, Winspeare ci racconta come l’infanzia e l’educazione camminino di pari passo, attraverso insegnanti che sanno come interagire con i bambini di età prescolare. La scuola raccontata dal film è un modello didattico esemplare, un invito alla crescita e al dialogo, un invito al futuro. Non vedevamo immagini di purezza così toccanti da Essere e Avere di Nicolas Philibert. E’ una sfida a una gara di canottaggio, identificata come fuga da una quotidianità violenta, quella che racconta l’emozionante La Régate del belga Bernard Belleford, regista alla sua opera prima. Con un tratteggio psicologico delicato e intenso, il regista racconta la storia dell’adolescente Alexandre che ha un padre burbero e manesco. Per fuggire dalla propria oscura condizione, il ragazzo si rifugia nel canottaggio trovando nella figura dell’allenatore (interpretato dal sempre bravo Sergi Lopez) un’ancora esistenziale. I film che hanno vinto la sezione “Alice nella Città” sono: Last Ride e Oorlogswinter/Winter in Wartime. Il primo, diretto da Glendyn Ivin è ambientato nello splendido scenario del deserto australiano. Un padre ricercato dalla polizia (che ha il volto di Hugo Weaving) e un figlio (interpretato dal piccolo Tom Russell, un volto che si stampa nella memoria) sono in fuga lungo il corso di un road–movie che ci parla di scelte dolorose fino allo strazio perché necessarie. Il secondo, di produzione olandese (in patria è stato campioni d’incassi), è diretto da Martin Koolhoven e musicato da Pino Donaggio. L’Olanda del gennaio 1945 è invasa dai nazisti e in quell’ultimo inverno, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, in un villaggio sperduto, un tredicenne di nome Michiel vuole contribuire, nonostante il disaccordo del padre, alla Resistenza clandestina. Attraverso una busta che contiene una mappa, l’adolescente si getterà a capofitto nell’avventurosa ricerca del nascondiglio, immerso nella foresta, dove si trova un pilota inglese ferito di nome Jack. Anche questo, come il precedente, è un film sulla scelta, sull’apprendistato esistenziale di un ragazzino che, per diventare adulto, dovrà imparare, come il piccolo protagonista di Last Ride, ad usare la pistola. La pellicola è avvincente e ha un intenso impatto narrativo. Nella stessa sezione è stato presentato un piccolo gioiello d’animazione franco–italiano: Nat e il Segreto di Eleonora diretto da Dominique Monféry (per l’Italia figura la casa di produzione “Lanterna Magica” che in passato ha lavorato con Enzo D’Alò). La calda grafica, realizzata da Rebecca Dautremer, valorizza questa storia che narra dell’importanza della cultura attraverso lo strumento (da proteggere) dei libri. Nat è un bambino di sette anni che non ha ancora imparato a leggere. La zia Eleonora gli lascia come eredità una biblioteca preziosa, di cui ogni volume è un pezzo originale da preservare. Ad un certo punto i personaggi delle fiabe escono fuori dai libri e il piccolo Nat fa la loro conoscenza. Fino a quando i suoi genitori (Nat ha pure una sorellina più grande di tre anni, Angelica, dall’impossibile carattere) decidono di vendere tutto il contenuto della biblioteca per risollevare le proprie sorti economiche. E qui comincia l’avventura. Con l’affascinante ambientazione di una casa in riva al mare, la pellicola d’animazione di Monféry esalta la bellezza del tratto del disegno bidimensionale dal retrogusto pittorico a servizio di una vicenda avventurosa e poetica, adatta ai piccoli come ai grandi. Tra i personaggi reificati dei libri di fiabe ritroviamo Alice, Capitan Uncino, Cenerentola, la Strega Cattiva e il Gatto con gli Stivali, solo per citarne alcuni. Ed è un gioco di memoria non solo letteraria. Fuori concorso è stato presentato il mediocre film d’animazione Astro Boy, diretto da David Bowers, tratto dalla celebre serie manga di Osamu Tezuka. Mentre, ancora fuori concorso, abbiamo visto lo struggente Hachiko: A Dog’s Story di Lasse Hallström. Troviamo qui Richard Gere nei panni di un professore di musica che una sera, rientrando a casa col treno, s’imbatte in un cucciolo di razza akita e di nascosto se lo porta a casa. La moglie (che ha il volto dell’ottima attrice Joan Allen) non approva l’entrata in scena e così si scopre che la famiglia non ha del tutto elaborato il lutto per la perdita di un cane. Ma il cucciolo Hachi è destinato a far parte della vita del professore, a nascere è un irresistibile sentimento d’amicizia. Hachi accompagna il protagonista in tutte le fasi della sua quotidianità svelando la nobile natura della razza giapponese akita, animali restii a giocare a palla, ma pronti a cogliere l’occasione come eccezionale momento ludico. L’equilibrio si mantiene fino a quando il professore, durante una lezione, viene colto da un infarto, proprio nel giorno in cui Hachi gli ha portato la pallina fino alla stazione per invitarlo a non prendere il treno. La morte del padrone è per il cane un dolore abbacinante che lo spinge a vivere aspettando giornalmente alla stazione colui che non scenderà mai più dal treno. Lo aspetterà per nove anni fino a quando, stremato, non morirà di vecchiaia. Tratto da una celebre storia realmente accaduta in Giappone negli anni Venti, già raccontata in patria in un film del 1987 da noi rimasto inedito, il remake di Hallström sposta l’azione nel Connecticut nella cittadina di Bedridge. Narrata attraverso un lungo flashback (il bambino che a scuola narra la storia è il nipote del professore) la pellicola è un input amoroso, un film per tutta la famiglia assai curato in sede di sceneggiatura, nel delineare i personaggi secondari (quelli che animano la stazione) con una regia che descrive con acutezza la psicologia del cane protagonista con dei passaggi in bianco e nero che ci proiettano nel suo punto di vista e nella sua prospettiva. Una storia di devozione immensa e di commovente fedeltà. Diciamo anche che nella stazione di Shibuya, dove si è svolta realmente la vicenda, hanno costruito una statua fatta di bronzo di Hachi e che il luogo è diventato crocevia d’incontro degli innamorati.

Presentato come evento speciale in “Alice nella Città”, Le Petit Nicolas di Laurent Tirard, record d’incassi in patria, è un film che riesce a trasferire su grande schermo i racconti di René Goscinny, celebre papà di Asterix, illustrati da Jean-Jacques Sempé (in Italia sono pubblicati da Donzelli). L’ambientazione è quella degli anni ’50, i protagonisti sono bambini con le loro marachelle (le psicologie sono ben delineate in sceneggiatura), e il risultato è spassosissimo. Tutti gli attori che interpretano i piccoli protagonisti sono magnifici, a partire da Maxime Godart, irresistibile nel ruolo del titolo e voce narrante della storia. Vale la pena spendere due parole per i due attori principali che interpretano i genitori di Nicolas: il padre è Kad Merad (conosciuto da noi per Giù al Nord e popolarissimo in patria), batterista di gruppi rock che si è fatto le ossa in radio e in televisione, attore dall’incredibile verve comica e dall’aplomb irresistibile; la madre è Valérie Lemercier, un’attrice dal talento irrefrenabile, conosciuta in patria anche come autrice a tutto tondo (la ricordiamo nella saga de I Visitatori), una mimica facciale straordinaria nel saper rendere i personaggi da commedia, interprete nota di donne ansiose dell’alta borghesia. Tornando al film di Tirard, Le Petit Nicolas dipinge la Francia degli anni ’50 con dei colori stilizzati e con un umorismo intelligente e adulto. Alcune sequenze sono da ricordare, come quella della cena per il capo del papà di Nicolas o come quella della pozione che rende forzuti, omaggio dichiarato alla saga di Asterix. Molto belli i titoli di testa che riproducono le vignette originali mentre la commedia fa venire in mente il famoso La Guerra dei Bottoni, un classico francese dell’infanzia. A siglare questo excursus sulla quarta edizione del festival di Roma, vogliamo segnalare L’Incredibile Viaggio della Tartaruga, bel documentario inserito in “Alice nella Città” in collaborazione con “Occhio sul Mondo”. Diretto da Nick Stringer (e narrato nella versione italiana da Paola Cortellesi) la vicenda ripercorre il viaggio di una piccola tartaruga marina che dalla spiaggia della Florida, attraversando gli oceani, impiega venticinque anni per raggiungere le calde spiagge dei Caraibi con l’intento di favorire la sua riproduzione. Esibendo le insidie dell’oceano, il film di Stringer si presenta come una riflessione sull’esistenza della volontà anche nel regno animale, esempio di caparbietà e di pazienza oltre che di resistenza. Un altro documentario, The Cove (Occhio sul Mondo), è invece sconvolgente nel mostrarci come la Natura traviata dall’uomo produce solo odio e morte. La regia di Louie Psihoyos ci prospetta l’ambientazione della laguna di Taji in Giappone dove ogni anno vengono catturati ventimila delfini destinati al macello. Sembra un luogo inizialmente ospitale il paesino dove è innalzato il Taji Whale Museum, ma lo è solo in apparenza. In realtà lì è di scena l’orrore: l’inquadratura della spiaggia piena di cadaveri di delfini è un’immagine d’indimenticabile brutalità così come quella che mostra l’acqua color rosso sangue del marchio: segni che fanno di questo documentario una dolorosa testimonianza sul difficile equilibrio ecologico e sul disidratato rapporto tra uomo e animale. Non a caso, si è aggiudicato quest’anno l’Oscar come miglior documentario. E’ il senso dell’immanenza ammonitoria del cinema che, ancora su grande schermo, ci racconta della deriva dell’umano, specchio rivelatorio della nostra comune caduta. Anche in un festival.

© 2009/2010 reVision, Francesco Puma