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Milano Film Festival X Edizione

16 / 25 settembre 2005




Decima edizione del Milano Film Festival, evento che negli ultimi quattro anni si è conquistato spazi importanti nella città (vedi il fossato del Castello Sforzesco) nonché un buon numero di spettatori, ancora in aumento. Ricco il programma degli eventi paralleli - tra cui concerti, dj set, workshop e "borsa democratica del cinema" - e molte le sezioni del fuori concorso; tra queste va citata prima di tutto la retrospettiva dedicata a "Le Festival du Film Maudit", festival messo in piedi nel 1949 da "Objectif 49", cineclub presieduto da Jean Cocteau, e tra i cui intenti c'era la scoperta di nuovi linguaggi cinematografici. Vedere (o rivedere) proiettati su grande schermo capolavori/classici come L'Atalante e Zero in Condotta di Jean Vigo, chicche come Guernica di Alain Resnais o l'esordio di Nicholas Ray, La Donna del Bandito (seppure in una versione colorata; purtroppo), non è cosa di tutti i giorni.

Il festival milanese continua a privilegiare il cortometraggio anche perché la rassegna potrebbe ereditare senza controindicazioni il vecchio epiteto del Torino Film Festival, ossia "cinema giovani": tutti i registi del concorso principale, quello internazionale per cortometraggi appunto, sono sotto i quarant'anni e il vincitore, lo spagnolo Alex Pastor per il suo La Ruta Natural, ne ha ventiquattro; d'altronde è notorio come da qualche anno si possano confezionare ottimi film brevi con budget ridotti al minimo. E in questo senso qualche esempio c'è in questa edizione del festival: Cataract, di Sainath Choudhury (1976), dura otto minuti, è girato in digitale e principalmente in una sola location con due attori (in una sola scena, l'unica al di fuori della stazione di servizio in cui si svolge la storia, figurano poche comparse); alla fine è risultato essere uno dei film migliori visti al festival, anche perché soggetto e sceneggiatura (di Susanna Laaksonen) sono inappuntabili; curioso che non abbia ricevuto né premi né menzioni. Anche Naaber dell'estone Margit Keerdo (1978), come ha dichiarato la stessa regista nonché sceneggiatrice e montatrice, è un corto girato con poche centinaia di euro: storia semplice ma efficace girata in due location e un con po' di ingegno scenografico per risolvere dei problemi estetici. Due corti emblematici anche a livello narrativo: uno dei temi più rappresentati in questa rassegna è stata la solitudine, e sia Cataract sia Naaber lo toccano.
Chi affronta questo tema senza mezzi termini è Tom Geens (1970) con Wrong, vincitore del Premio Aprile assegnato dai fondatori del festival: una storia di sesso quasi virtuale messa in scena con la giusta crudezza. Calling 911, infine, storia rubata alla realtà della strada da Jan de Bruin (1977), mostra la condizione del trovarsi soli anche quando si ha qualcuno intorno. In quanto ai premi va anche segnalato quello del pubblico, invitato a votare mettendo una moneta di qualsiasi valore in un cilindro corrispondente al corto preferito; il riconoscimento è andato a Die Überraschung di Lancelot Von Naso (1976), un film sì "sull'inatteso", come si legge sul catalogo del festival, ma anche un film di intrattenimento, senza dubbio confezionato con rigore, ma pur sempre destinato allo svago. Un rigore che si ritrova anche nell'altra produzione tedesca - proprio Cataract, film come accennato di tutt'altro stampo - a conferma del valore della scuola cinematografica in Germania.

Tentando di ragionare per nazionalità, un'altra cinematografia che non lascia indifferenti è quella argentina: qualsiasi tipo di storia si racconti da quelle parti sembra impossibile ignorare la condizione sociale e politica del Paese. Uyuni di Andres Denegri (1975), seppure sia un film dal respiro più sudamericano che prettamente argentino, non sfugge a questa caratteristica; ma è soprattutto il film vincitore del concorso lungometraggi a mettere in risalto questa sorta di realismo naturale che prende spunto dal particolare: Las Mantenidas Sin Sueños di Vera Fogwill (1972) e Martín Desalvo (1973) è una storia femminile sui rapporti familiari, in cui si mettono in discussione gli affetti fondamentali e in cui si dà una visione della famiglia non proprio borghese; tutto questo viene messo in scena perché c'è di mezzo la disoccupazione, e quindi incertezze, frustrazioni, bugie, ma anche solidarietà e voglia di non smettere di sognare (a dirla tutta c'è di mezzo anche la tossicodipendenza, altro tema affrontato in più di un film della rassegna milanese). Insomma un film che poteva essere concepito in questi termini solo in Argentina, e questa vicinanza alla realtà, più o meno cosciente o calcolata, è una discriminante fondamentale nel panorama cinematografico dei registi meno navigati: molte storie al contrario risultano asettiche perché messe in scena per autocompiaciuti esercizi di stile che più che aprire le porte del cinema sembrano bussare a quelle della pubblicità. Ma nel concorso lungometraggi, che si spera diventi presto importante quanto quello dedicato ai cortometraggi, questo problema non s'è posto perché la qualità media dei film si è mantenuta su livelli alti.
Nella sezione "Colpe di Stato" invece il problema non poteva proprio porsi perché la necessità di documentare le realtà più crude della storia socio-politica attuale o più recente si è presa il primo posto in scaletta: emblematica la serata dedicata alla guerra nella ex Jugoslavia, iniziata con gli interessanti quanto toccanti filmati del giornalista Mimmo Lombezzi, proseguita con la testimonianza del serbo Slavko Jovicic, scampato a un lager, e conclusasi con la proiezione dell'efficace dramma-comico Sivi Kamion Crvene Boje di Srdjan Koljevic, significativa co-produzione serbo-slovena.

Interessante è stata anche la rassegna "Incontri Italiani" dove il film premiato (e la giuria in questo caso era costituita dagli stessi registi selezionati per questa sezione) meritava senza dubbio: la storia di The End of Flowers di Arianna De Giorgi è fuori dal tempo, assoluta, anche grazie alla riuscita combinazione estetica a cui contribuiscono il ritmo dilatato, l'oscurità e i lunghi silenzi dei due protagonisti; ancora una volta un film sulla solitudine ma nel contempo un'istantanea sulla crescita e la sua drammatica bizzarria. Degna di interesse anche l'estetica di Untitled di Jacopo Gualtieri (1979) in cui tra l'altro si fa notare il commento musicale originale ed elettronico a firma Phooka; il tono con cui recita il protagonista lascia un po' a desiderare, ma il corto è comunque ben fatto. Questo regista di Brindisi fa parte del collettivo di videomakers Creativants, sul cui sito, www.creativants.com, è possibile vedere il corto in questione.
La rassegna milanese ha poi riproposto in più occasioni i corti più significativi delle passate edizioni, tra cui The Original Sadu Baba Show di Antonio Bocola, coregista di Fame Chimica; anche questo va a confermare come il Milano Film Festival cerchi di investigare il presente senza dimenticare il passato: attitudine che si riscontra in quasi tutte le sezioni.

© 2005 reVision, Luca Gricinella