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Le vie del cinema da Cannes a Roma - XIV Edizione




Archiviato Cannes, è d’obbligo trasferirci a Roma per la ricognizione sono forma di selezione curata dall’Agis/Anec della regione Lazio, di tutte quelle emozioni che può offrire un Festival tanto prestigioso, alla ricerca di quei film di autori già affermati o da scoprire, oppure qualche chicca restaurata che è un autentico invito a nozze per (ri)scoprire un passato ricco e prezioso. Ed è proprio da qui che vogliamo cominciare questo camminamento, compiendo la selezione di una selezione, ponendo in evidenza i film per noi più suggestivi dell’edizione di Cannes di quest’anno. A proposito di cinema restaurato: nella sezione "Cannes Classics", dobbiamo alla World Cinema Foundation (organizzazione no-profit creata dal grande Martin Scorsese), e alla preziosa collaborazione della Cineteca di Bologna, la visione di un capolavoro assoluto di un importante quanto misconosciuto autore egiziano, Shadi Abdel Salam.

Al Momia (La Mummia)
1h e 41’ - Regia: Shadi Abdel Salam

Shadi Abdel Salam è stato una delle più grandi personalità del cinema egiziano. Dopo essersi laureato in architettura nel 1954, dal ‘57 cominciò a lavorare sia come assistente alla regia sia come scenografo. Tutti quei registi che, all’epoca, si sono cimentati con i kolossal girati in Egitto, hanno voluto rivolgersi a lui, compreso Joseph L. Mankiewicz quando si trovò alle prese con la realizzazione dell’imponente Cleopatra (Salam disegnò il modello di una grande nave). Come regista ha diretto un unico film, Al Momia (La Mummia), impresa benedetta da Roberto Rossellini che lo volle come assistente scenografo per gli episodi ambientati in Egitto del corposo lavoro televisivo "La lotta dell’uomo per la sopravvivenza" diretto dal figlio Renzo. E’ un’opera monumentale ispirata a un fatto storico realmente accaduto nel 1881 e ambientato nella Valle dei Re, nei pressi di Tebe, dove giunge una spedizione di archeologi francesi interessati a condurre degli scavi per riportare alla luce dai sepolcri le mummie di antichi faraoni appartenenti alla 18°, 19° e 20° dinastia. Una tribù di pastori che abita da quelle parti, solamente loro, conosce l’ubicazione che conduce alle tombe mantenendosi col saccheggio di gioielli dai sarcofagi dei faraoni delle tre dinastie per rivenderli al mercato nero. Wannis è l’ultimo erede di questa tribù di pastori, un giovane che si ritrova a dover decidere come e quando porre fine al saccheggiamento da parte dei suoi parenti, per i quali nutre disprezzo, rivelando il tutto al capo della spedizione di archeologi appena sbarcati dal Cairo. Animato da un’armoniosa e splendida partitura musicale di Mario Nascimbene, Al Momia (La Mummia) si rivela uno straordinario esempio di cinema lirico, ipnotico e avvolgente, con un forte contrasto cromatico che fa venire in mente l’ispirazione poetica di Paradžanov o la ieraticità solenne di Tarkovskij. E’ cinema puro e straordinariamente moderno, come quello del maestro suo e di tutti Rossellini, dotato di una sorprendente intensità per ciò che concerne la tessitura dei dialoghi (diciamo solo che il film si apre con la lettura di alcuni passaggi del "Libro dei morti" e la lingua con cui è recitato è l’arabo classico) che s’integra magnificamente con l’acuta ricercatezza della dimensione visiva.

Tales from the Golden Age (I Racconti dell’Età dell’Oro)
2h e 09’

A Cannes abbiamo scoperto che anche i rumeni hanno imparato a ridere del loro passato (già rievocato nell’esemplare e raffinata tessitura d’impianto teatrale della commedia A Est di Bucarest di Corneliu Porumboiu) e questo attraverso un film ad episodi (cinque in tutto) intitolato Tales from the Golden Age (I Racconti dell’Età dell’Oro). Episodi inanellati secondo l’antica formula della storica commedia all’italiana che fu e ambientati nella Romania degli anni ’80, interpretati da un gruppo di magnifici attori diretti con maestria da una regia capace di esibire una notevole raffinatezza compositiva, rivelando l’alta levatura dei cineasti rumeni della nuova generazione. L’autore è quel Christian Mungiu che già si è aggiudicato due anni orsono la Palma d’Oro a Cannes per lo splendido e durissimo 4 Mesi, 3 Settimane, 2 Giorni che qui firma la sceneggiatura di tutti gli episodi, si ritaglia lo spazio per dirigerne uno, mentre gli altri sono affidati a Hanno Höfer, Razvan Marculescu, Constantin Popescu e Loana Maria Uricaru. Noi auguriamo lunga vita a questo film e speriamo che quando giungerà nelle nostre sale possa conquistare il consenso del pubblico oltre il gradimento della critica, perché quest’opera collettiva è un vero gioiello di humour irresistibile e geniale, non privo di un raddensato retrogusto amarognolo nel ridicolizzare il fenomeno stesso della dittatura con spruzzate feroci d’ironia: un episodio riguarda infatti l’arrivo in Romania del presidente francese Giscard d’Estaing. Il giornale di partito è in fibrillazione perché il presidente rumeno Ceausescu tiene il colbacco in mano, un gesto che potrebbe essere letto come un inchino al potere capitalista. L’unica soluzione per evitare l’umiliazione mediatica è quella di ritoccare la foto, togliere il colbacco dalla mano e metterlo in testa. Ma il giornale uscito dalle rotative esibisce un errore madornale: nella foto pubblicata, Ceausescu tiene il colbacco in mano e contemporaneamente anche in testa. L’intento satirico è evidente in questa geometrica parabola che mette alla berlina vezzi e vizi del giornalismo ideologicamente asservito. Una storia racconta di un ragazzo e una ragazza che inquietano gli abitanti di un palazzo spacciandosi per raccoglitori d’aria, prendendoli per il naso chiedendo delle bottiglie vuote per poi andarle a vendere fino a quando la situazione sfugge loro di mano. In un altro episodio un trasportatore di galline rimane colpito da una bella ostessa che lo convince a rubare delle uova mentre un altro racconta degli abitanti di un piccolo villaggio che si preparano a ricevere un importante esponente del partito, arrabattandosi a scovare dei festosi piccioni, a sostituire mucche con pecore, fino a quando salgono su una giostra che si mette a girare e non si ferma più fino a notte tarda. Nell’episodio di chiusura il divertimento è assicurato dalla presenza di un maiale che irrompe nell’abitazione di un poliziotto affamato e della stessa stazza del suino. Il figlio del poliziotto ha studiato a scuola l’uso letale del gas e, in famiglia, nell’arco di una sera s’industriano così di far fuori la bestia con delle irresistibili trovate di sceneggiatura e con delle conseguenze che non riveliamo: una comicità surreale che ha i crismi del Buster Keaton touch. Presentato nell’"Un Certain Regard", Tales from the Golden Age (I Racconti dell’Età dell’Oro), è una di quelle perle cinematografiche che ci deliziano con il dono di un’ironia intelligente, colta e realistica. Di sicuro, meriterebbe di scalare la classifica degli incassi più di qualsiasi cine-panettone nostrano.

Mal Día para Pescar (Bad Day to Go Fishing)
1h e 40’ - Regia: Alvaro Brechner

Dalla "Semaine de la Critique" è venuta fuori l’originale opera prima di un promettente regista, Alvaro Brechner, che si è fatto le ossa con il documentario dimostrando di padroneggiare il cinema di finzione, grazie alla sensibilità dimostrata nell’evocare (anche con l’ausilio di un abile montaggio tra immagini e musiche) un’atmosfera disincantata che oscilla tra toni malinconici e richiami alla commedia all’italiana. Il giovane regista uruguayano con questa sua opera d’esordio, Mal Día para Pescar, parte da un racconto dello scrittore Juan Carlos Onetti, ci conduce sulle rotte del Sud America mettendo al centro della sua storia una memorabile, strana coppia: il Principe Orsini, come si fa chiamare esibendo i suoi biglietti da visita, è in realtà uno scalcinato manager imbroglione (ruolo che sarebbe piaciuto al grande Vittorio Gassman) che cammina insieme a Jacob Van Oppen, un imbolsito campione di wrestling di origine tedesca stanco e disilluso che vuole placare la propria rabbia ascoltando le note di "Lili Marlene". Al di là dei riferimenti al bel film interpretato da Mickey Rourke, la pellicola di Brechner è una commedia dal sapore grottesco, con i titoli di testa che funzionano da omaggio agli spaghetti western di Sergio Leone, e che esibisce una figuratività assai densa, con dei contrasti tra luce e ombra e un efficace ritmo narrativo. Tra gli omaggi alla commedia nostrana, c’è la decapottabile rossa su cui viaggiano i due protagonisti (cfr Il Sorpasso di Risi) e un certo tono scanzonato e picaresco che ricorda quello de L’Armata Brancaleone. Alvaro Brechner è uno di quei nomi da ricordare e il suo intimo, divertente, malinconico film è puramente e semplicemente una bella sorpresa che, speriamo, non resti solo nelle vetrine festivaliere.

J’ai Tué Ma Mère
1h e 38’ - Regia: Xavier Dolan

Sempre nell’ambito della "Quinzaine des Realisateurs", si è fatto notare un giovane autore canadese, Xavier Dolan, che con la sua opera prima, J’ai Tué Ma Mère, è riuscito a commuovere, divertire e far riflettere il pubblico sorprendendolo col suo stile elegantemente visionario e asciutto e con una tessitura drammaturgicamente davvero rimarchevole. Il suo è un film curato in ogni particolare che riesce a decifrare le psicologie dei personaggi con un tratteggio efficacissimo, con rapidi ed essenziali movimenti di macchina, con un talento visuale che evoca la magnifica retorica della video art. Siamo nella zona della commedia generazionale impastata con le tonalità (stemperate dall’ironia) del dramma. Dolan si esibisce pure come attore in coppia con la bravissima Anne Dorval. Al centro della storia c’è il conflittuale rapporto tra il sedicenne Hubert e la madre, da lui considerata ingombrante al punto da acuire le sue adolescenziali incertezze sessuali che, peraltro, lo spingono verso l’omosessualità. Hubert, insomma, è un caso da manuale, con edipici tremori alimentati dall’assenza traumatica della figura paterna, capaci di provocare furiose liti degne di Amleto. Le parti oniriche del film traducono visualmente il titolo che letteralmente significa "Ho ucciso mia madre", punctum dei sogni del giovane protagonista. Quest’opera prima del ventenne Dolan si è portata a casa il premio "Art Cinema Award" grazie alla sua freschezza e intensità derivata da un tema che a cinema è stato raccontato infinite volte, rivelando in questa occasione un autore a tutto tondo, che ha saputo trattare la materia con meritevole e profonda originalità di sguardo.

Ci piace ora declinare le nostre preferenze rispetto ai film in concorso, le nostre "quattro stelle" viste quest’anno a Cannes, a partire da Das Weisse Band (Il Nastro Bianco), vincitore della Palma d’Oro (premio da noi condiviso con l’attenta giuria presieduta da Isabelle Huppert).

Das Weisse Band (Il Nastro Bianco)
2h e 23’ - Regia: Michael Haneke

Il rigore stilistico di Michael Haneke ci ha ancora una volta conquistati e turbati per il suo gioco tutto di sottrazioni usato nell’impaginare questa evocazione del lato oscuro di una quotidianità in cui vige l’abuso del potere da parte di mentalità contorte capaci di soffocare empatie ed emozioni, come escrescenze di un tessuto sociale che genera mostri. Diciamo innanzitutto che Haneke torna a confrontarsi con la Storia. Immerso in uno splendido e rilucente bianco e nero che rimanda ai riflessi pittorici cari a Bergman e facendo meno dell’apporto musicale (a parte le sequenze ambientate in chiesa), Das Weisse Band (Il Nastro Bianco) è cinema cristallino, dove il racconto di fragili e pericolose relazioni umane viene elevato a metafora visiva, disturbante e provocatoria, in linea con l’etica rigorosa esibita da Haneke fin dalle sue prime prove. Il racconto procede implacabile, senza orpelli estetici e utilizzando al meglio il classico espediente della voce off del personaggio del maestro che scandisce i tempi della vicenda ambientata in un villaggio protestante della Germania del Nord nel periodo che precede lo scoppio della Prima Guerra Mondiale (tra il 1913 e il 1914). Si parla di alcuni avvenimenti misteriosi: il medico del villaggio si fa male gravemente a una spalla per una caduta da cavallo provocata da un filo invisibile, un granaio è distrutto da un incendio, il pargoletto del Barone viene rapito e picchiato con accecante brutalità e al figlio handicappato di un’infermiera vengono cavati gli occhi mentre assistiamo alla morte di una contadina e a quella di un uccellino trafitto da una freccia. Il nastro bianco del titolo è il simulacro della purezza, come c’è dato di sapere dal pastore protestante che, spinto dal proprio fanatismo morale, punisce severamente i propri figli che ubbidiscono in silenzio covando le loro segrete vendette. In questo microcosmo di puritanesimo e giansenismo, le donne subiscono le angherie dei maschi, trattate come schiave o come oggetti di piacere dei quali liberarsi non appena ci si stanca (accade così all’amante del medico rimasto vedovo, la cui figlia adolescente subirà impressionanti conseguenze). A indagare sui sinistri fattacci è un giovane maestro, ostacolato dall’ipocrita pastore. Alle giovani vittime delle violenze non rimane che un futuro da carnefici, mentre il nazismo è alle porte. Ammaliante e crudele, il film di Haneke più che mostrare allude, giocando col fuori campo e i dettagli simbolici (come l’uccellino ucciso posato sulla scrivania del pastore) per un teorema del Male che prova a spiegare le inquietudini patologiche della società tedesca a cavallo di avvenimenti epocali e trasformando Das Weisse Band (Il Nastro Bianco) in un capolavoro.

Looking for Eric
1h e 54’ - Regia: Ken Loach

"Cercare Eric" o cercare Ken Loach, per svelare il mistero di questo autore duttile e intelligente, capace di entusiasmarci anche questa volta con un film vitale, tagliente, vero? Con Looking for Eric, l’arrabbiato regista inglese cambia registro e realizza una commedia di gran classe senza rinunciare però alla purezza del suo imperativo morale di analista del tessuto sociale del suo paese, della sua voglia di descrivere la realtà della classe da lui privilegiata, quella del proletariato inglese. Lo fa con un disincanto lucidissimo, segno di una maturità registica che si fa stile grazie all’abilità compositiva e all’encomiabile direzione degli attori, avvalendosi di una sceneggiatura magnifica firmata dal fedelissimo Paul Laverty che mescola sapientemente i toni della commedia con quelli del dramma. Al centro della storia c’è Eric Bishop (interpretato da un attore strepitoso, Steve Evets, che meriterebbe l’Oscar della bravura e della simpatia), un cinquantenne impiegato alle poste di Manchester, obnubilato da una routine esistenziale frustrante (i siparietti iniziali con i colleghi che tentano di tirargli su il morale sono irresistibili). Egli ha lasciato trentadue anni prima Lily, il suo unico e vero amore, e si è trovato a gestire i due figliastri che trascorrono i loro giorni chiusi in casa: con uno di loro, che tiene in casa la pistola di un criminale, ha un pessimo rapporto mentre con la figlia, avuta dalla relazione con Lily e abbandonata dopo la nascita, intrattiene una relazione di fiducia al punto che lei arriva a chiedergli di tenere la propria bambina per un’ora al giorno per poter terminare gli studi. Questo rimette l’uomo sulle tracce della madre, Lily, che non vede dall’epoca della separazione, un’occasione per riallacciare i fili con il passato. Gli viene in soccorso il suo idolo, Eric Cantona, il calciatore che ha segnato la rinascita del Manchester United negli anni ’90, uscito fuori dal poster appeso nella sua stanza e disposto a sciorinare ammonimenti e induzioni assai sagge (che sono frutto dei geniali dialoghi di Laverty) per rimettere in sesto la sua vita priva di sorprese. Con un colpo di scena dietro l’altro Loach umanizza la figura del mitico calciatore, riuscendo a enucleare con acutezza temi importanti come il valore dell’amicizia che oggi si va perdendo. Lo sport del calcio si presta come base per una teoretica esistenziale che mette al centro la retorica della squadra come metafora della solidarietà tra amici che si sostanzia nel ritrovato appoggio dei colleghi d’ufficio dell’infelice protagonista. Gli attori sono straordinari: accanto al già citato Evets, quelli che interpretano i suoi amici sono tutti in rilievo e magnificamente caratterizzati. Con un altro, efficace acquerello sulla working class in cerca di riscatto (questa volta sul versante del privato), Loach percorre criticamente i sentieri della commedia esibendo una solida dose di ottimismo ed usando, con garbo di stampo antico (alla Frank Capra), alcune tonalità malinconiche. Vedendo il suo film, viene in mente la frase di lancio dell’immortale Luci della Città di Chaplin: “Riderete da ragazzi, piangerete da adulti”.

Les Herbes Folles
1h e 44’ - Regia: Alain Resnais

A Cannes il Premio Speciale alla carriera è stato assegnato all’ancora vitale e ottantaseienne maestro Alain Resnais che ha presentato una solida commedia surreale tutta giocata sull’imprevedibilità del destino foriero di brutti scherzi. Les Herbes Folles vede nuovamente in scena gli attori prediletti del maestro, la compagna nella vita Sabine Azèma (come sempre magnifica) e un impagabile André Dussollier a cui si aggiunge (per la prima volta con Resnais) Mathieu Amalric assolutamente irresistibile nella parte di un poliziotto. Tutto comincia con il furto di una borsa (oggetto–simbolo che vediamo volteggiare nell’aria) e prosegue con il ritrovamento in un posteggio del portafoglio svuotato dallo scippatore. A subire il furto, appena uscita da un negozio di scarpe è Marguerite (la Azéma), una dentista con la passione per il volo. A ritrovare il portafoglio è Georges (Dussollier), ammaliato dall’aria malinconica della donna ed eccitato dalla sua licenza di pilota d’aereo privato sulla quale inizia a fantasticare, ponendo le basi di una liaison platonica raccontata con quella ironica levità impastata di digressioni enigmatiche a cui ci ha abituati il magistero di Resnais. Tutto è frutto della proiezione del desiderio, fino a quando Georges e Marguerite s’incontrano, anzi si scontrano: lui è ossessivo a tal punto da forargli le ruote della macchina, lei nonostante le pressioni lo incontra all’uscita di un cinema. Testimone passiva di ciò che accade è la fin troppo comprensiva moglie di Georges, interpretata con bella disinvoltura dalla stupita Anne Consigny. Del cast fa parte anche l’ottima Emmanuelle Devos nel ruolo della collega–dentista della Azéma. Resnais gioca di fioretto con il cinema d’antan e in questa occasione cita un classico hollywoodiano, I Ponti di Toko-Ri, il film che Georges va a vedere a cinema e che fa ribaltare le sorti platoniche della coppia con un finto finale sigillato dal celebre motivo della 20th Century Fox. Il film usa con straordinaria intelligenza l’apporto ironico della voce off di Edmond Baer (facendola sparire nella seconda parte fino all’imprevedibile finale) e la materia da romanzo da cui è tratto, "L’incident" di Christian Gailly. Resnais dipinge la sua Parigi, concentrata negli squarci di un quartiere, come se fosse un irreale, magico fondale vivificando ancora una volta il rapporto tra cinema e teatro e raccontando con lucida causticità un amore felicemente "folle" come lo è (il suo) cinema. La BIM lo distribuirà in Italia con il titolo de Il Caso, il Destino e l’Amore.

Un Prophète
2h e 35’ - Regia: Jacques Audiard

L’eletto genere carcerario esibisce i suoi codici ancora smaglianti grazie all’abilità di Jacques Audiard regista di Un Prophète, che, a Cannes, si è portato a casa il Gran Premio della Giuria. Né cinema–verità né docufiction ma semplicemente cinema–cinema che riesce ad ammaliare per le sue quasi tre ore di proiezione. Si tratta, insomma, di un gangster–movie vigoroso che coniuga la migliore tradizione del cinema francese degli anni ’50 e ’60 alla prassi visionaria di Scorsese, esibendo un retrogusto polemico con la sua critica al sistema carcerario e narrandoci l’apprendistato problematico di un ragazzo analfabeta di 19 anni, Malik El Djebena (eccellente prova del quasi esordiente Tahar Rahim) condannato a sei anni di prigione. Determinato come Vincent Cassell (che impara a leggere dalle labbra di Emmanuelle Devos in Sulle Mie Labbra) e di Romain Duris al pianoforte (in Tutti i Battiti del Mio Cuore) Malik s’industria a imparare leggendo il dialetto franco–italiano della Corsica e a superare la paura uccidendo con determinazione (il suo primo sgozzamento di giustiziare con la lametta è agghiacciante). Della sua esistenza si è impossessato il capo corso Cesare Luciani (un magistrale Niels Arestrup) che gli ordina di uccidere per non essere ucciso. La macchina da presa s’insinua magmaticamente nel claustrofobico teatro carcerario, descrive minuziosamente l’ascesa del protagonista, le sue "libere uscite" nelle quali egli tesse loschi affari con gang egiziane avverse a quelle italiane, mentre trova la maniera di gestire lo spaccio con la complicità di un ex-galeotto malato di cancro di cui diventa amico. La realtà diventa per Malik una cattiva maestra ed egli impara rapidamente, trattando con gli arabi e i marsigliesi, le regole sanguinarie e implacabili dell’arte criminale. Diventa il "profeta" del titolo, l’analfabeta che riesce a comunicare con tutti, il latore di ambigui messaggi, il professionista degli affari sporchi dentro e fuori la galera. Ad imperare è la legge del sangue, ma per Malik c’è spazio anche per l’esibizione di un inquietante candore, per l’adesione sincera a quella empatia ambigua che è alla base delle regole parallele del mondo criminale. Senza retorica e con implacabile disincanto, il bel film di Audiard ci racconta tutto questo, con ritmo incalzante, fino a far gelare il sangue.

E infine, segnaliamo due commedie. La prima, Humpday, è puro cinema minimalistico targato Sundance approdato alla "Quinzaine des Realisateurs", per la regia della giovane regista Lynn Shelton. La storia è incentrata su Ben e Andrew, due ex compagni di college ritrovatisi dopo dieci anni. Il primo si è sposato mentre il secondo continua nel suo vagabondaggio without a cause fatto di relazioni occasionali, a bordo della sua moto e come se non fosse mai cresciuto. La notte dell’incontro, Andrew trascina Ben in una festa, dove si discute la possibilità di girare un film pornografico per un festival locale. Dopo molte bevute, Ben accetta di fare sesso con l’amico di fronte ad una telecamera in una camera d’albergo come percorso iniziatico per l’hard da realizzare. Naturalmente la moglie di Ben mostra la sua comprensibile perplessità ma l’idea sembra prendere concretezza quando i due si ritrovano uno di fronte all’altro. Dialoghi taglienti, regia arguta e buona direzione degli attori: è un esempio di cinema da camera che racconta le forme teneramente perverse di un’amicizia fino agli ultimi strepitosi venti minuti dove i due eterosessuali lavorano d’ironia con una recitazione fisica (bravissimi i due attori Mark Duplass e Joshua Leonard) a tentare l’approccio gay davanti alle fatali telecamere. Commedie indipendenti come questa sono un ottimo toccasana e si distanziano da quelle di grana grossa che invadono il mercato, grazie all’abile controllo di una sceneggiatura (in questo caso a cura della stessa Shelton) che stempera ogni tentazione di volgarità gratuita.
Altra commedia tipicamente francese e di stampo teatrale è Rien de Personnel (Semaine de la critique), opera prima di Mathias Gokalp che vede tra gli attori il sempre strepitoso Jean-Pierre Darroussin accanto a, tra gli altri, Denis Podalydès de la Comédie Française, Pascal Greggory e quel Bouli Lanners che abbiamo già ammirato in Eldorado Road (da lui anche scritto e diretto) e nell’irresistibile black comedy Louise-Michel. Stesso luogo e tre prospettive per permettere l’incontro tra i personaggi e lo snodo degli eventi. La vicenda si svolge tutta nell’arco di una sera, quando un’azienda farmaceutica organizza un grande ricevimento per lanciare i suoi nuovi prodotti dal contenuto tenuto segreto. Gli ospiti sono chiamati a partecipare a un gioco di ruolo che è uno stratagemma ideato dall’azienda ad uso e consumo del team manageriale. Le voci che vogliono la compagnia in liquidazione creano il panico tra gli invitati e ognuno fa di tutto, ma proprio di tutto, per salvaguardare il proprio posto di lavoro. Impaginazione elegante, sarcasmo e ironia imperanti e indiscutibile prova degli attori serviti da una sceneggiatura che dona un ritmo fluido al film, ambientato al Museo delle Belle Arti di Chartres dove s’incrociano come in un labirinto otto personaggi: un attore che sotto mentite spoglie si dà da fare per dare la battuta a quei funzionari che dimostrino capacità superiori per essere assunti come capi, un sindacalista che si lascia travolgere dagli eventi della serata, un padrone che vuole vendere la società e deve preparare in incognito uno studiato piano di licenziamento, una manager convinta di non saper superare i test accompagnata dal marito giurista, un’organizzatrice che viene messa in imbarazzo in pubblico da un marito ubriaco. Quello che riesce a cogliere l’occasione è un addetto alle pulizie che nella confusione generale indossa un abito da dirigente per poi abbandonare sotto mentite spoglie il ricevimento dentro una lussuosa auto con tanto di autista.
Con queste note, terminiamo la breve ricognizione sul festival di Cannes, basata sulla selezione organizzata dall’Agis/Anec della regione Lazio. Niente di esaustivo, ma certamente un esemplare viatico, in anteprima e in lingua originale, per assaporare il gusto forte del cinema di qualità che ci aspetta (lo speriamo vivamente) prossimamente sui grandi schermi del circuito nostrano.

© 2009 reVision, Francesco Puma