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Le Vie del Cinema da Cannes a Roma - XIII EdizioneQuando la Croisette è lontana, c’è un asse che garantisce la visione in Italia di quei titoli in attesa di distribuzione adeguata provenienti dalla prestigiosa vetrina del più importante festival d’Europa: come ogni anno, Le vie del cinema da Cannes a Roma (nelle sale trasteverine, con una puntatina alla multisala Quattro Fontane) offre una selezione delle perle proiettate in concorso, alla Quinzaine des Réalisateurs e alla Semaine de la Critique (stavolta assente, chissà perché, un’antologica della sezione Un Certain Regard). Coinvolte quest’anno strutture come quella, assai suggestiva, di Villa Medici (sede dell’incontro con Paolo Sorrentino, Marco Tullio Giordana e Francesco Munzi brillantemente coordinato da Giorgio Gosetti) assieme al Nuovo Sacher, all’UGC Ciné Cité Porta di Roma, all’Intrastevere, e, per la prima volta, alla Sala Troisi e all’Alcazar che ha ospitato i film della "Semaine" prendendo il posto del Cinema Roma. L’occasione del compleanno della "Quinzaine", che ha festeggiato i suoi primi quarant’anni, ci ha offerto la possibilità di
vedere, nell’ambito di una sommaria selezione di titoli storici passati nel tempo in quella sezione, la copia magnificamente
restaurata dal Centro Sperimentale di Cinematografia del Don Giovanni (1970) di e con Carmelo Bene, sontuoso delirio
visuale del maudit dell’anti–rappresentazione dove il seduttore si abbandona al rituale angoscioso e smanioso dell’eterno femminino
agognato, divorato, vomitato fino all’afasia: un vero e proprio banchetto dei sensi con citazioni manieriste ed allusioni
all’erotismo di De Sade metabolizzato da Klossowski e batallianamente sormontato da metafore cristologiche e macchine celibi
in bella mostra accanto a bambole, specchi, icone che conducono incarnazioni e resurrezioni sotto il segno fatale del Crocefisso
celebrante una barocca teatralità sospesa tra sacro e profano.Accanto al trionfo dell’ultimo dei mattatori italiani appartenenti alla Neo–avanguardia della Scena defunta, due sono stati gli eventi di rilievo all’interno della stessa sezione storica: il fluviale viaggio lungo i paesaggi e le figure dell’America anni ’70 del Milestones (1975) di Robert Kramer e John Douglas accanto all’accoppiata di mediometraggi di Jean-Marie Straub, Il Ginocchio di Artemide e Itineraire de Jean Bricard (quest’ultimo recante la firma della fedelissima, compianta Danièle Huillet). Direttamente dal concorso, il brillante esempio di quanto il cinema d’animazione europeo continui ad elaborare il futuro, dopo Persepolis dell’anno scorso, proponendo nuovi linguaggi, nuove tematiche ed inedite prospettive di sguardo: l’israeliano Waltz with Bashir del regista Ari Folman affronta il massacro di Sabra e Chatila con un impeto visivo straordinario sintetizzato attraverso immagini oniriche e potenti, in una docufiction trasfigurata dall’animazione, capace di evocare i motivi di una riflessione che invita a fare i conti con la memoria individuale e collettiva. Attraverso la figura del regista stesso, Ari Folman, che si trova una sera in un bar a discutere con un vecchio amico, il flashback prende corpo evocando gli orrori della prima guerra del Libano consumatasi all’inizio degli anni ’80. Sul finale l’animazione cede il posto alle immagini documentarie: una chiusura scioccante che mostra madri dolenti tra le macerie del conflitto fino all’ultima inquadratura dove s’intravede la testa di un bambino, trasfigurante simbolo del massacro di 1500 innocenti perpetrato dalle milizie cristiane maronite come atto di vendetta rispetto all’assassinio del presidente del Libano Bashur Gemayel. Uno stile documentaristico agile e tagliente è quello adottato da Laurent Cantet per il suo Entre le Murs che gli ha
fatto conquistare la Palma d’Oro concorrendo per la prima volta a Cannes. Un bellissimo film che ci auguriamo non finisca
maldestramente doppiato da noi: rischierebbe di perdersi la forza del linguaggio parlato, una comunione di idiomi che sono
espressione di una classe multietnica alla periferia di Parigi. Il tema, assai forte ed emblematico, è quello della sapienza
maieutica, ovvero l’arte del saper comunicare attraverso l’insegnamento, di saper placare gli animi, di plasmarli, qui attraverso
la lezione rigorosamente intensa del metodo scolastico adottato dal professore protagonista, François Bégaudeau, il cui libro,
frutto della propria esperienza di educatore, è stato la base del film. In questo incessante confronto d’identità, abilmente
colto da un continuo gioco di primi piani, si esalta il parallelismo tra la lettura de "Il diario di Anna Frank" e l’elementare
sua trascrizione autoreferenziale da parte degli alunni, primo segnale identificativo lanciato da Bégaudeau per stimolare ragione
e sentimento. Con un ritmo serrato, rispettando l’unità di luogo (mentre il tempo è scandito dal trascorrere dell’anno scolastico),
Entre le Murs è puro cinema in progress, il cui scarno linguaggio digitale coglie al volo la natura di gesti e idiomi
con impressionante vividezza. Cantet si mostra rispettoso e dignitoso al pari delle altre prove, Risorse
Umane e A Tempo Pieno, che l’hanno posto all’attenzione della critica e del pubblico.Duri e puri come lui sono i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne che, quando approdano in quel di Cannes, non vanno via a mani vuote. Dopo due Palme d’Oro (Rosetta nel 1999 e L’Enfant nel 2005), la sceneggiatura vinta per quest’ultimo ultimo teorema del dolore, Il citato Renier del loro cinema ha un fratello minore, Yannick (con il quale egli ha interpretato Proprietà Privata
di Joachim Lafosse, anch’esso di origine belga), che abbiamo visto protagonista della nuova opera di Lafosse, Élève Libre,
presentata nella Quinzaine. Si tratta di un film bello e feroce, inquietante e claustrofobico coi suoi piani fissi che raccontano
una impudica perdita dell’innocenza. A Lafosse piace mettere in rilievo il fuoco che cova sotto la brace dell'istituzione familiare:
al centro della storia c’è il sedicenne Jonas (interpretato dal giovane Yannick) studente bocciato che sfoga il suo ipervitalismo
col tennis, ignorato dai familiari separati ed infine preda di Pierre, un affabile amico single trentenne della madre in carriera,
che si propone come insegnante di sostegno fino a coinvolgerlo in un rapporto crudele che ha inevitabili sconfinamenti pedofili.
E’ lo sfaldarsi inesorabile della convenzione piccolo–borghese attraverso la degenerazione di una perversa paideia capace di
far mutare la rotta di Jonas, già coinvolto sessualmente con la fidanzata, fino alla deriva omosessuale.Ed è sempre il sacrario familiare al centro del francese Un Conte de Noël, vincitore di un premio speciale per merito dell’ancora splendida Catherine Deneuve, qui nel ruolo di una donna destinata a sottoporsi ad un delicato intervento al midollo osseo. Il film è un’immersione rapida all’interno di un microcosmo di tensioni e derive, con un côté natalizio dominato da un soundtrack che ha scansioni hitchcockiane. La regia dell’ottimo Arnaud Desplechin mescola commedia e mélo con piglio stemperato alla Woody Allen ed accentature bergmaniane, esaltando l’unicità di luogo (l’abitazione di Roubaix) di derivazione teatrale, perdendo però il controllo del ritmo rispetto al precedente e straordinario I Re e la Regina. Il risultato di questo film elegante e vitale è discontinuo anche se sorretto da un bel cast in cui spicca il bravissimo Mathieu Amalric, protagonista anche di un altro film presentato nella Quinzaine, il brutto De la Guerre di Bertrand Bonello. Si tratta di una pretenziosa e noiosa discesa agli inferi in un centro di "piacere permanente" con un’Asia Argento che recita sussurrando il copione che sembra scritto da un dopato. Nella stessa sezione ci siamo consolati col ritorno dietro la macchina da presa (dopo diciassette anni) del grande polacco Jerzy Skolimowski: Cztery Noce z Anna (Four Days with Anna) è la storia di una ossessione venata, di surreale ironia e ambientata in una cittadina della Polonia immersa nella neve. Là si consuma, all’interno di un ospedale, il brutale stupro dell’infermiera Anna che ha per involontario testimone Léon Okrasa, addetto al forno crematorio. La neve e il fango sono metafore dell’oblio e di una disumanità che screpola l’identità dei protagonisti, immersi nel perenne inverno della solitudine e dell’incomunicabilità. Attraverso il progressivo affiorare del bruciante ricordo, il rapporto tra vittima e testimone si solidifica: Léon è perdutamente innamorato di Anna e, per quattro notti, l’accudisce dentro casa sua arrivando a dipingerle le unghie delle mani con lo smalto. Lo sguardo di Skolimowski è quello materico del poeta che vuole evocare l’assoluto naturale delle pulsioni più estreme, spingendosi oltre la superficie del mostrabile come i suoi colleghi maestri Polanski e Kieslowski. Se c’è un regista contemporaneo che riesce a fondere mirabilmente il paesaggio circostante con l’uomo, che riesce a rimandarcelo
in tutta la sua consistenza, questo è senza ombra di dubbio l’argentino Lisandro Alonso che alla Quinzaine ha presentato il
suo ultimo Liverpool, quarto di una trilogia che comprende La Libertad (2001), Los Muertos (2004) e
Fantasma (2006) mentre quest'ultimo potrebbe considerarsi una summa della sua maniera di fare cinema. Anche questa
volta il protagonista è un solitario in fuga, il marinaio Farrel che, dopo vent’anni, ha deciso di fermarsi raggiungendo il
piccolo villaggio sperduto dove ha passato la propria infanzia alla ricerca dell’anziana madre ancora viva. Uno scenario innevato
dove ogni silenzio è un urlo, specchio implacabile di un lento tragitto di metamorfosi: cinema ieratico e magnificamente allusivo
dove tutto assume una proporzione epifanica.Il premio Label Europa Cinema è stato vinto da Eldorado, agrodolce ed originale road movie, dove i due protagonisti viaggiano a bordo di una vecchia Chevrolet. Diretto e interpretato da Bouli Lanners, il film è una ballata disincantata che celebra soprattutto la possibilità dell’avventura interiore assieme all’eterno valore dell’amicizia. Di raro impatto emotivo è Slepe Lasky (Blind Loves) dello slovacco Juraj Lehotsk? che racconta l’impervia percezione dell’amore attraverso quattro storie di persone non vedenti, immerse nel loro microcosmo ed in una quotidianità speciale che consente loro lo sviluppo ipertrofico dei sensi rimanenti. I capitoli, scanditi dai nomi dei personaggi, indicano la solitaria ricerca amorosa di una ragazza in occasione di un incontro in chat e poi le ore di un’anziana coppia intenta a mantenere viva una convivenza sorretta dalla solidarietà. Le altre storie ci narrano l’amore tra un uomo di colore e una giovane ragazza bianca e lo struggente legame tra una madre e il figlio nato con il dono della vista: questo si consuma durante l’intenso momento originario dove la puerpera cieca scopre con il tatto la consistenza del pargoletto ed in un’altra emblematica scheggia quotidiana dove gli stessi, qualche tempo dopo, stanno seduti in una sala cinematografica con il piccolo intento ad illustrare alla madre quello che accade sullo schermo. Altre sequenze memorabili sono quelle del coro dei bimbi in una chiesa ed il momento onirico dove uno dei protagonisti s’immerge in un lago e va sott’acqua citando il capolavoro di Vigo, L’Atalante. Una pellicola emozionante, permeata di tenerezza, dove l’handicap appare come possibilità in più, buona a potenziare la ricerca individuale e collettiva di una serenità possibile. Il rapporto padre – figlia è raccontato con elegante sagacia nella commedia francese Les Grandes Personnes (Semaine de la Critique), ambientata in una isola svedese durante l’estate, protagonista un divertentissimo Jean–Pierre Darroussin che si mette sulle tracce di un antico tesoro vichingo. Nel cast figura la meravigliosa attrice svedese Lia Boysen, vista recentemente in Racconti da Stoccolma. Ancora una volta è la neve, elemento naturale di rifrazioni e riesumazioni dell’io sepolto (che quest’anno è stata, paesaggisticamente
parlando, una metafora costantemente evocata da più autori), lo scenario privilegiato del bel film bosniaco Snieg (Snow)
di Aida Begic (visto nella Semaine de la Critique e vincitore del Gran Prix): storia di sei donne, un nonno, quattro nipoti e
un ragazzino che vivono in un piccolo villaggio isolato e devastato dalla recente guerra. Elaborazione dei lutti ed ostinazione
di sopravvivenza, personaggi segnati dal dolore che recuperano una ritualità minimale fatta di gesti quotidiani (come quello
di lavarsi ad una fontana) che assumono il valore emblematico dell’umana resistenza. Le donne del posto affidano la loro economia
alla produzione della marmellata di cotogne e, quando le confetture si rompono, sul camion di un passaggio donato alle due protagoniste
echeggia persino il motivo dei nostri nazional–popolari Al Bano e Romina, una "Libertà" che funziona da monito per quel dolore
immarcescibile ed incosolabile.Siamo rimasti ampiamente delusi (ci dispiace dirlo) dall’ultimo film di Philippe Garrel, La Frontière de l’Aube (Concorso), una storia d’amore e di morte tra una star del cinema trascurata dal marito ed un fotografo. Lui è il figlio Louis, lei è la bellissima Laura Smet che, una volta defunta, appare sullo specchio al giovane amante, citazione spettrale un po’ kitsch e molto anni settanta. Il richiamo di Garrel al bianco e nero dissolvente della Nouvelle Vague risulta stavolta pretestuoso per questo mélo ambientato in un hotel, sovraccaricato dalla retorica dell’antiretorica che prepara il doppio suicidio degli amanti maledetti. Per questa sommaria disamina sull’ultimo Le vie del cinema da Cannes a Roma, selezione curata con il patrocinio della Agis/Anec della regione Lazio, ci siamo riservati, come chicca a sigillo, Uç Maymun (Le Trois Singes) di Nuri Bilge Ceylan, migliore regia di quest’anno. Un film rarefatto, costruito dalle segrete traiettorie di sguardi dei protagonisti impegnati ad occultare le piccole grandi verità dolorose capaci di sconvolgere l'equilibrio di una comunità familiare, in questo caso composta da padre, madre e figlio. Il primo, uscito da nove mesi di prigione, scopre l’adulterio della consorte consumato con la complicità del figlio. L’incipit è da film noir, da "detour" esistenziale con un investimento involontario lungo un’autostrada di notte. Lo svolgimento, imperniato sulle immagini e giocato per sottrazioni evocative, predilige le rarefazioni poetiche alla Tarkovskij e le ellissi alla Antonioni per una livida evocazione di una intimità ferita che cerca disperatamente di dare forma all’angosciosa persistenza di una dissoluzione familiare. Quello di Ceylan è un colloquio con le ombre, col riflesso più segreto del reale: quello che dovrebbe essere il cinema (non solamente a Cannes) e non sempre è. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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