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Le Vie del Cinema da Cannes a Roma - XII Edizione




Per affinità elettive, cominciamo goethianamente da Otilia. Persa nel corridoio di un algido pensionato universitario di una città rumena, la nostra Otilia è una giovane studentessa che si arrangia procurando sigarette di marca e facendo altri favori ai suoi coinquilini. E’ un ambiente di desolante alienazione, quello che ci raccontano le prime scene del bellissimo 4 luni, 3 saptamini si, 2 zili (4 mesi, 3 settimane, 2 giorni) di Cristian Mungiu. Il film ha vinto meritatamente la Palma d’Oro nell’edizione di Cannes di quest’anno, e noi lo abbiamo visto nel corso della manifestazione romana Le vie del cinema da Cannes a Roma, ricognizione antologica dell’importante festival svoltasi dal 7 al 13 giugno scorsi, preziosa occasione per conoscere in anteprima le pellicole proiettate nelle varie sezioni. La Romania descritta da Mungiu è quella del 1987, sotto la cappa dell’ormai moribondo regime di Ceausescu, liberticida e corrotto, dove, fra l’altro, dal 1966 l’aborto era proibito per incrementare la nascita dei futuri lavoratori schiavi sull’altare comunista. E così capita a Gabita, sorella di Otilia, di dover procurarsi a caro prezzo un aborto clandestino finendo dentro un gelido hotel, con personale scortese ed inefficiente, dove avrà a che fare con l’ambiguo signor Bebe. Una sceneggiatura ad altissima tensione per una regia potente ed allusiva: così la Romania democratizzata, attraverso il film di Mungiu, entra nel circuito del cinema di qualità, esorcizzando i lati più impresentabili del proprio passato, ora che fa parte meritatamente dei Paesi dell’Unione Europea. Sempre a proposito di regimi che vanno e che permangono, assai intrigante risulta il clamoroso documentario presentato a Cannes fuori concorso, Rebellion di Andrej Nekrasov e Olga Konskaya. Una sconvolgente e rivelatoria inchiesta giornalistica fattasi cinema che tratteggia gli ultimi quattro anni di vita dell’ex–spia del Kgb di Putin, il quarantatreenne Alexander Litvinenko, assassinato a Londra (si dice per ordine di Putin stesso) con una dose letale di polonio miscelato nel tè. Sembra una storia da Guerra Fredda, ma è realmente accaduta nel 2006, come c’informa l’appassionante docufilm corredato di preziose testimonianze, prime fra tutte quella della vedova del funzionario, Marina (che in lacrime ha accompagnato la pellicola al festival), e quella della grande giornalista Anna Politkovskaja uccisa lo scorso ottobre a colpi di pistola. Fra le rare private immagini d’archivio, le più importanti sono quelle che mostrano Anatolj, il figlio settenne di Litvinenko, alternare a roventi interviste come quella al filosofo francese André Glucksmann antiputiniano doc. E così ecco sciorinate le colpe politiche dell’attuale governo russo assieme alle inquietanti ambiguità del suo leader, ecco l’orrore della guerra in Cecenia e gli emblematici episodi di disagi sociali interni tipici di un regime come quello del boicottaggio censorio, da parte degli edicolanti, della rivista dove scriveva la Politkovskaja. Rebellion è uno di quei reportage flagranti girati al momento giusto e capaci di provocare la necessaria indignazione.

Meriterebbe di essere proiettato nelle scuole così come il film d’animazione Persepolis, ambientato a Teheran ma battente bandiera francese. L’Iran visto attraverso lo sguardo di una bambina di dieci anni, Marjane, protagonista di una vicenda che si snoda dal 1978 fino al 1994, derivata dal primo volume dei fumetti di Marjane Satrapi oggi residente a Parigi e che dirige il film in coppia con Vincent Paronnaud. Un bianco e nero con sequenze a colori, amaramente divertente, che ci parla di ribellione (tema evidentemente ricorrente quest’anno a Cannes), quella di Marjane che si oppone ai dogmi islamici che la obbligano a nascondere il viso con un foulard. Un viaggio nel ventre molle di un Paese compiuto da una piccola portatrice di utopie, convinta di poter salvare il mondo. La protagonista finisce a Vienna, alla ricerca di un amore impossibile, di una libertà difficile, costretta alla solitudine dell’esilio. Non si dimentica facilmente Marjane, minuta eroina della diversità e protagonista di uno dei film d’animazione più intensi degli ultimi anni, giustamente premiato dalla giuria francese. Altro paradigma esistenziale, stavolta dal vero, è il viaggio nel buio della mente intrapreso da Sabine Bonnaire, sorella della famosa attrice Sandrine, autistica di 38 anni segnata dai continui ed infruttuosi ricoveri in centri d’accoglienza. E proprio la stessa Sandrine a farsi portavoce del maligno destino della donna in Elle s’appelle Sabine (premio Quinzaine des Réalisateurs e menzione speciale Camera d’Or), tratteggiando il ritratto di una condizione umana in bilico tra la luce della speranza e le tenebre della malattia lungo un arco di venticinque anni, con l’utilizzo di originali immagini d’archivio. Il suo è un commovente atto d’amore nei confronti della sorella segnata nella psiche e nel corpo al punto di aver disinnescato ogni possibile joie de vivre, affogando nel rimpianto (una scena ci mostra Sabine che guarda con le lacrime agli occhi le immagini di un suo trascorso viaggio in America). Ma la Bonnaire non calca la mano sul patetismo di una straziata condizione, impegnandosi invece in una coraggiosa indagine analitica sul mistero delle malattie capaci di ottenebrare la mente, alternando la propria privata vicenda a quella di un ragazzo affetto da autismo e dall’epilessia. Film come questi c’impongono il fondamentale principio su quanto sia doveroso elaborare il dolore. Lo stesso dovere, riguardo ad un lutto lancinante, tenta di praticarlo Camille (una Catherine Deneuve in una delle sue prove di maturità più intense), protagonista di Après lui, scritto da Christophe Honoré e diretto da Gael Morel. E’ la storia di una donna che viene segnata dalla prematura morte del figlio in un incidente automobilistico, ossessionata a tal punto da recarsi più volte sul luogo del fattaccio fino ad incendiare l’albero fatale dello scontro e a condizionare la vita di Franck, il migliore amico del figlio. Realismo ai limiti del mélo, partitura ideale per un gioco d’attrice capace di esporre rughe ed emozioni.

Di diversa caratura ed altrettanto brave sono le donne protagoniste di Caramel di Nadine Labaki (che appare, come attrice, una di loro). Un film ambientato a Beirut in un salone di bellezza, dai colori caldi in netto contrasto con la malinconia imperante. Per chiarezza, il caramello mostrato nei titoli di testa è quello usato per la depilazione delle gambe, emblema ironico di una storia collettiva su un microcosmo impregnato di umori variegati. Umori e tremori che riguardano donne esposte ad intrighi quotidiani raccontati come se fossero eccezionali: fra di loro c’è chi intrattiene una relazione con un uomo sposato, c’è chi s’imbarca in un matrimonio musulmano, c’è chi è seguace di Saffo, c’è chi ha paura d’invecchiare e chi ha sacrificato la vita per la sorella maggiore. Caramel è un Almodóvar privo dell’acidità del modello, una commedia gradevole che sa mescolare toni agrodolci ad asprezze drammatiche. Noi abbiamo preferito pendere a favore della superba interpretazione di Hanna Schygulla nell’ultimo film di Fatih Akin, Auf der anderen seite (The edge of heaven), parto di questo giovane regista rivelatosi con il sorprendente La sposa turca come nuovo astro del cinema tedesco. L’ex musa fassbinderiana interpreta Susanne, una donna che perde una figlia avvicinandosi al valore autentico del perdono in una vicenda che si snoda tra la Germania e la Turchia e che, tra le righe, ci parla delle possibilità d’integrazione nell’Europa di oggi, dell’utopia perdente della lotta armata e di irreversibili traumi fra generazioni non comunicanti. Una sceneggiatura felicemente complessa premiata a Cannes, che esalta una storia di azzardati sconfinamenti e di tragici destini, temi affrontati da Akin con stupefacente delicatezza fino ad un finale nel segno della tolleranza e della comprensione (suggellato dall’abbraccio tra la Schygulla e la figlia acquisita, fidanzata di quella morta). E bisognerebbe pure andare a scuola da Juliette Binoche dopo averla vista recitare in Le voyage du ballon rouge del maestro di Taiwan, Hou Hsiao-hsien. Nel film la grande attrice è Suzanne, madre del piccolo Simon e impegnata a dare voce e ad organizzare il suo teatro di marionette cinesi. Il film esplora, privilegiando il punto di vista della Binoche, lo stato di crisi di una madre, trasformandosi poi in una bella metafora sulle potenzialità redentrici dell’infanzia simboleggiate qui dal passaggio di un palloncino rosso che segue Simon nella sua crescita fino a divenire una specie di personaggio parallelo. L’apprendistato del fanciullo avviene anche grazie a Song Fang, una giovane studentessa pechinese di cinema che si occupa di lui mentre la madre è al lavoro. L’incontro con una macchina digitale è un passo decisivo per attivare la maturità creativa di Simon: i filmini di Suzanne, da riversare in digitale, rappresentano sia la memoria che si fa oggettiva sia la rivelazione dell’ambiguità fascinosa delle immagini. Ogni età ha le sue disillusioni, e quelle di una madre abbandonata rischiano di ricadere sulle esili spalle dei figli. E’ quanto accade in La influencia di Pedro Aguilera, fatto di dialoghi essenziali, buoni a restituire il dramma della protagonista con stile freddo alla Kaurismäki. All’inizio, la saracinesca di un negozio che si chiude è l’avviso di una fatale depressione, quella della protagonista, coi due piccoli figli catapultati in una quotidianità sempre più dolorosa. E’ il microcosmo adolescenziale, fatiscente e svuotato, che molti film visti a Cannes raccontano con passione analitica. Ma talvolta anche l’alienata quotidianità dei protagonisti dell’età del malessere può essere invasa da eventi straordinari.

Gus Van Sant, regista sinuoso e lirico, ci mostra le sue nuove, ammalate magie in Paranoid Park (premio speciale di questo sessantesimo anno di Cannes), avvalendosi della fotografia di Christopher Doyle, collaboratore prediletto da Wong Kar-wai. Il film, visionario e ieratico, entra con forza nella vita di Alex, un sedicenne amante dello skate-board che frequenta il parco del titolo, uno dei luoghi più malfamati della città. La sua vita subisce un decisivo trauma quando, in una notte maledetta, il nostro uccide accidentalmente un poliziotto facendolo finire sotto un treno. Il silenzio ottuso in cui Alex sprofonda ha per contrappunto una colonna sonora nella quale Van Sant recupera non solo il suo prediletto Beethoven ma anche l’amatissimo Nino Rota di Fellini (in particolare i temi di Giulietta degli Spiriti). E’ un mix estetico che, unito alla forza delle immagini, regala a questa operina un fascino speciale. E sempre a proposito di musica, tra i biopic dei maledetti più attesi non poteva mancare quello dedicato all’epilettico Ian Curtis, il leader dei mitici Joy Division, un gruppo che ha cambiato il modo di fare musica condizionando le sonorità del rock negli anni ’70. Si tratta di Control, girato in un bel bianco e nero espressionista da Anton Corbijn, qui alla sua opera prima, che dimostra già una certa maturità sufficiente ad impreziosire una storia tragica, con abile commistione di ironia e dramma. Un sorprendente Sam Riley interpreta il ruolo di Curtis, che farà i conti con i propri errori finendo suicida a 23 anni. Una intensa Samantha Morton interpreta il ruolo della moglie Debbie (il film è tratto dalle sue memorie), preda di altalenanti sentimenti evidenziati dai chiaroscuri di un film che recupera e condensa con abilità la filosofia esistenziale della magnifica retorica rock. Se Van Sant ha usato Rota, il pittore e regista Julian Schnabel fa altrettanto per la storia vera del suo Le scaphandre et le papillon (miglior regia a Cannes), mescolando con sapienza il tema di Napoli milionaria (opera lirica del Maestro) alle composizioni originali di Paul Cantelon (lo stesso di Ogni cosa è illuminata) e alla voce inconfondibile di Tom Waits. Il suo è un film struggente, mai retorico e con splendide idee visive che ci guidano dentro la singolare dimensione del protagonista, Jean-Dominique Bauby (un bravissimo Mathieu Amalric), editor di successo della rivista francese "Elle" e padre di due bambini. Questi, nel dicembre del 1995, finì in coma a causa di un incidente. Al risveglio si ritrovò paralizzato, preda di una malattia rara denominata "Locked in Syndrom", che tradotto significa "chiuso in se stesso". Il modo stesso del suo comunicare, sbattendo l’occhio sinistro, rimanda alla metafora dello scafandro del titolo, inquadrato tra l’altro nelle oniriche sequenze subacquee, chiara allusione ad un’esistenza prigioniera del proprio corpo, condizione contrapposta a quella leggera di una farfalla, e alla sua resistenza ad ogni eutanasia fino alla morte avvenuta nel ’97. Dell’autobiografia di Jean-Dominique, dettata attraverso le palpebre, fa parte anche il padre del protagonista (magistralmente interpretato da Max von Sydow) isolato volontariamente nel proprio appartamento. E’ ammirevole il modo in cui Schnabel gioca ad equilibrare gli elementi del suo film, omaggio implicito all’universo femminile attraverso i significativi ritratti delle donne di Jean-Dominique, moglie ed amante accanto all’ortofonista e alla terapista che vediamo, in ospedale, assecondare il paziente. Su tutto aleggia la sua intenzione mai sviluppata di voler tentare una versione al femminile de "Il conte di Montecristo": sarà solo la malattia ad impedirlo.

Un apologo umoristico e sanguigno è invece quello che ci offre Denys Arcand con L’âge des ténèbres. Risate amare nell’acuto stile del regista canadese de Le invasioni barbariche, una sceneggiatura ancora una volta sorprendente ed originale che ci catapulta in un contemporaneo incubo kafkiano. Jean-Marc (il bravo Marc Labreche) è un mediocre funzionario, marito pigro e padre mancato, e per di più fumatore incallito (lo fa di nascosto durante le ore di lavoro). Unica via di fuga sono i sogni dove gli appaiono il cantante gay Rufus Wainwright alle prese con arie operistiche, accanto ad una star del cinema dalle splendide fattezze di Diane Kruger, mentre lui si raffigura nelle vesti di un cavaliere, di un divo cinematografico, di uno scrittore di successo e di un abilissimo seduttore. La sua realtà quotidiana lo vede alla prese di una moglie venditrice immobiliare, schiava del telefono e pronta ad abbandonarlo di punto in bianco, mentre le figlie si rifugiano nell’estasi facile della musica in cuffia. C’è poi l’episodio doloroso e decisivo della morte della madre ricoverata in un ospedale geriatrico. Quella dipinta da Arcand è la società contemporanea irreparabilmente arrogante ed alienata, dove l’odio può esplodere per un problema di precedenze automobilistiche negate, dove il politically correct impera ipocritamente, dove il salutismo diventa nevrosi, dove un povero derelitto privo di gambe è costretto a ripagare un semaforo involontariamente danneggiato. A conclusione del nostro breve viaggio sulle Vie del cinema da Cannes a Roma, segnaliamo un buon poliziesco firmato da James Gray, We own the night. L’inizio è folgorante, con la sequenza di sesso più intrigante e torbida della stagione, protagonista una Eva Mendes inedita, impegnata per il resto del film in modo intenso e sorprendente. Il calore della sua bellezza cubana arroventa l’intera storia, ambientata nella New York degli anni ’80, preda dei traffici di droga ad opera della mafia russa. Due fratelli (Joaquin Phoenix e Mark Wahlberg, entrambi assai incisivi) si trovano su fronti opposti: il primo gestisce un locale notturno alla maniera di un gangster, il secondo è un poliziotto. A riunirli sarà la morte del padre sbirro, che ha il volto del leggendario Robert Duvall. Gran senso del ritmo in sequenze d’azione molto efficaci per un western metropolitano memore dell’accesa lezione di Peckinpah, duro e violento come pretende la migliore retorica del genere. Un film esplosivo come le sue armi da fuoco, che la fanno da protagonista, in una vicenda drammaticamente avvincente. Il valore aggiunto che rende più elettrizzante la visione è qui il timbro carismatico di Duvall che, come tutti gli altri interpreti dei film visti nel corso di questa antologica, abbiamo potuto godere in originale. Pregio di colonna sonora mai abbastanza lodato, anche se, meno egoisticamente, speriamo in un recupero impuro di queste visioni sugli schermi del normale e, purtroppo, doppiato circuito. Se non altro per smentire coloro che parlano di morte del cinema di qualità.

© 2007 reVision, Francesco Puma