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Le Vie del Cinema da Cannes a Roma

XVI Edizione




Le Vie del Cinema da Cannes a Roma è un’impagabile tradizione curata dall’Agis/Anec della regione Lazio: film di provenienza dalla Croisette da gustare in anteprima italiana (non solo a Roma, ma anche a Milano). La nostra sede prediletta è la città eterna travolta dal traffico, che costringe a faticose maratone nell’intreccio di orari, condizioni e tempi di proiezioni, il sottoscritto cronista è interessato a una sola cosa, il cinema. Nell’ultima edizione di Cannes, giunta al 64esimo anno di vita, la Palme d’Or d’honneur è stata assegnata a un gigante del nostro cinema, Bernardo Bertolucci, primogenito del poeta Attilio, la cui gloriosa carriera è stata benedetta agli esordi da Pier Paolo Pasolini. E non poteva che essere l’intellettuale più scomodo dell’italico Novecento l’artefice del debutto alla regia di Bertolucci, il Pasolini autore del soggetto de La Commare Secca, dramma impressionista che tende al giallo quando dalle rive del Tevere riemerge il cadavere di una prostituta assassinata. Se l’ambiente rimanda al cuore generatore della poetica pasoliniana, con tanto di romanità accesa fin dal titolo il cui significato è siglato da un verso di Gioacchino Belli che parla di morte, lo stile di Bertolucci già affiora, trovando spessore e coerenza nell’opera seconda, Prima della Rivoluzione, presentata al Festival di Cannes 1964, alla Semaine de la Critique (la SIC per celebrare il proprio cinquantenario ha riproposto la copia splendidamente restaurata dalla Ripley’s Film di questa precoce prova d’autore). L’omaggio dovuto al maestro premiato ha compreso anche il fluviale Novecento, atto primo e secondo, restaurato dalla cineteca di Bologna. La traiettoria artistica di Bertolucci s’inscrive nel grande sentiero delle poetiche di quel periodo d’oro del cinema europeo, soprattutto lungo il tragitto della Nouvelle Vague di cui si respira l’aria in Prima della Rivoluzione, e non solo grazie alla presenza nel cast del regista Gianni Amico (in quest’occasione collaboratore pure per la sceneggiatura), che appare nel ruolo di un cinefilo incallito segnato dalla visione de La Donna è Donna di Godard (per lui senza Rossellini e Hitchcock non si può vivere e, ancora oggi, come dargli torto?), ma anche per certi stilemi d’epoca come lo straniamento delle chiusure di scena con il cerchio che si stringe sui personaggi, i primissimi piani dei volti degli attori, le didascalie brechtiane che echeggiano le ideologie politiche ovvero la ribellione "giusta" di cui Prima della Rivoluzione è manifesto critico, siglato dalle canzoni di Gino Paoli, dalle musiche di Ennio Morricone, da circostanziate citazioni letterarie (il titolo fa riferimento a una frase di Talleyrand posta come incipit), e da emblematici nomi dei personaggi principali, Fabrizio, Gina e Clelia, che derivano dalla "Certosa di Parma" di Stendhal. E’ infatti nella Parma del 1962 che si svolge la lirica, romanzesca vicenda di amour fou tra il giovane studente Fabrizio (Francesco Barilli), eticamente diviso tra le sue scelte ideologiche che rimarcano il proprio rimorso di borghese (mercé la traumatica elaborazione del lutto di un amico che si è suicidato nel Po) e la zia Gina interpretata da una splendida Adriana Asti. Un amore impossibile a cui Fabrizio rinuncia per rifugiarsi in un matrimonio con la giovane e bella borghese Clelia (Cristina Pariset). L’ancora giovane Bertolucci ribalta, in questo film robusto e visionario, lo schema del mélo posizionando nella seconda parte una splendida e lunga sequenza ambientata a teatro con la musica del "Macbeth" di Verdi. Ed è una sorpresa trovare in un ruolo secondario il critico Morando Morandini. Il lirismo nel cinema di Bertolucci assume una sua compiutezza in Novecento nel quale si fondono echi dell’amato (perduto e ritrovato) cinema classico americano, come accade nel precedente Il Conformista da Moravia, e l’insistita evocazione delle forme e dei modi del melodramma musicale, il sommo Verdi in testa. Come tutti i grandi cineasti, Bertolucci è principalmente un cinefilo ricreatore di forme, per lui il cinema è vita e cultura: così egli ha saputo cogliere gli umori del tempo, e tematiche forti come la lotta di classe hanno trovato una misura etica ed epica armoniosa in Novecento, film "monstre" dalle ambizioni illimitate dove l’intellettuale Bertolucci sposa il romanzo popolare affollato di personaggi, con due protagonisti interpretati da Robert De Niro e Gérard Depardieu, che nella storia nascono lo stesso giorno, il primo gennaio del ‘900, attraversando anni infuocati ed impervi della nostra recente Storia. Già nella scelta di questi due attori (ma il cast di Novecento è uno dei più ricchi e dei più belli degli anni ’70) che hanno fatto il cinema contemporaneo, quello americano e quello europeo, si rivela l’attenzione di Bertolucci, cineasta apolide, a voler mescolare svariate suggestioni di cinema internazionale coniugando tutto attraverso la misura di uno stile che è divenuto un marchio di fabbrica inconfondibile e che molto presto rivedremo nuovamente all’opera con la trasposizione cinematografica del romanzo di Ammaniti, "Io e te".
Archiviato il discorso Bertolucci è giunto il momento di affrontare le novità di quest’ultima edizione di Cannes.

Melancholia (Concorso)
2h 07' - Regia: Lars Von Trier

Mettendo da parte il polverone ideo–polemico che Lars Von Trier ha scatenato durante le giornate di Cannes, quello che ci resta adesso è la visione di Melancholia, da noi visto in una sala romana in anteprima lontano dal frastuono festivaliero. Va giudicato solamente il film, come ha saputo fare la giuria di Cannes presieduta da Robert De Niro, che ha assegnato la Palma come migliore attrice a Kirsten Dunst, abilissima nel trasmettere gli sfasamenti di un’emotività ormai devastata e molto bella nel suo nudo integrale virgolettato con arte da Von Trier, immerso nella Natura e connesso al tranquillo fluire di un ruscello. Von Trier è un vero artista in eterno conflitto con i suoi fantasmi. Questo suo ultimo splendido film è il manifesto del suo stato d’animo ferito. I movimenti della sua macchina da presa, tra qualche virtuosismo sempre fluido, sembrano descrivere i contorni della sua personale ossessione: l’assioma del film avverte (il suo autore e i suoi spettatori) che la fine del mondo è prima di tutto in noi stessi, materializzata in forma di catastrofe (troppo) umana. Nella prima parte, intitolata "Justine" (è il nome del personaggio della Dunst), lo stile risente dei dettami del Dogma mentre l’occhio di Von Trier si concentra sui volti dei partecipanti al matrimonio che si sta celebrando in una grande tenuta immersa nel verde. Nella seconda parte, che prende il nome dell’altro personaggio, "Claire" (interpretato da Charlotte Gainsbourg, alla seconda occasione con Von Trier che l’ha vista premiata due anni fa a Cannes per Antichrist), la macchina da presa si muove più tradizionalmente assecondando un ritmo classico nel rintracciare il confronto simbolico dell’ambiente in cui è immersa la vicenda: come in un quadro fiammingo di Pieter Bruegel, vediamo un cavallo inalberarsi come ad annunciare il crescendo di tensione che prepara la collisione del pianeta Melancholia con la Terra. Von Trier utilizza la musica possente del Wagner di "Tristano e Isotta", costruendo un’ouverture di abbacinante suggestione con immagini al ralenti di Kirsten Dunst circondata da un manipolo di uccelli morti, immagine di una novella Ofelia.
Justine e Claire sono sorelle. Justine è la sposa che avverte un’inquietante fragilità alle ossa, segno iniziale di una fase depressiva che la spinge a distaccarsi dai festeggiamenti per distendersi nel buio di una stanza. La festa di matrimonio non tarda a concludersi, e nella grande villa di proprietà di Claire con annesso un campo da golf, rimangono le due sorelle assieme al marito della seconda, John (Kiefer Sutherland) e al loro piccolo figlio, Leo (Cameron Spurr). Justine e Claire sono due anime in balia di una tempesta dei sentimenti. Se la prima si abbandona a un rifiuto compulsivo del matrimonio appena celebrato, la seconda è preda di fatali cambiamenti umorali.
Melancholia è un teorema sulla fine di tutte le cose, dentro e fuori di noi. Von Trier gode sadicamente a inanellare la debolezza degli elementi, sommando piccoli dettagli uno dietro l’altro, utilizzando colori vividi e lancinanti che testimoniano della vitalità pittorica di un cineasta che crede fermamente nella forza del cinema come sola ancora di salvezza dalla depressione: un viaggio nel buio della mente, immersi nel buco nero dei sentimenti.

Take Shelter (Semaine de la Critique)
1h 56' - Regia: Jeff Nichols

L’onda apocalittica prosegue col sorprendente Take Shelter, secondo lungometraggio del promettente Jeff Nichols che, dopo l’esordio con Shotgun Stories, torna a dirigere come protagonista l’ottimo Michael Shannon, volto non facile da dimenticare. Questo perché, dopo la nomination all’Oscar come non protagonista per Revolutionary Road, Shannon è l’attore ideale per dei ruoli borderline immersi in una quotidianità che cela insidie imprevedibili. Il paesaggio di Take Shelter è una cittadina dell’Ohio: praterie e pianure che si ergono all’orizzonte come la minaccia temporale che provoca lo straniamento dell’equilibrio psicologico del personaggio interpretato da Shannon, Curtis LaForche, un uomo che vive serenamente con la sua famiglia fino a quando è tormentato da incubi notturni, visioni di un uragano che si trasformano in inquietanti presagi. La madre di Curtis soffre di schizofrenia da una trentina d’anni e lui teme di seguirne le orme, di finire in un cul de sac psichico letale. Ecco perché prende la decisione di costruire un rifugio sotterraneo nel giardino utilizzando i risparmi messi da parte, prendendo in prestito le macchine dal cantiere dove lavora (e questo gli costa il licenziamento in tronco). I suoi squilibri finiscono per influenzare l’atmosfera familiare. La moglie è interpretata da Jessica Chastain, già vista nel capolavoro The Tree of Life di Terrence Malick. Da tenere d’occhio la piccola Towa Stewart, intensa e delicata nel difficile ruolo della figlia di sei anni, Hannah, sorda sin dalla nascita. La macchina da presa di Nichols osserva l’evolversi degli stati naturali in sintonia con quelli psicologici del protagonista: così il cielo si scurisce, gli uccelli sembrano impazzire e il dramma familiare prende una deriva di genere, la forma di un thriller che ricorda Hitchcock e Lynch. Come nella caustica commedia dei fratelli Coen, A Serious Man, la normalità esistenziale cela minacce abnormi e devastanti. L’inconscio genera paura e la devastazione interiore si riflette sul paesaggio circostante, a celebrare la perdita dell’identità e lo sfaldamento del nucleo familiare. E’ l’eterna paura dell’american way of life, resa vivida dopo il trauma (ancora insuperato) dell’11 settembre 2001 e della perdita del primato economico ed etico planetario.

Drive (Concorso)
1h 40' - Regia: Nicolas Winding Refn

Un noir, finalmente, costruito con matematica precisione, impregnato di atmosfere classiche che hanno fatto scuola. Drive è questo (e scusate se è poco), derivato da un romanzo di James Sallis che dipinge con inquadrature stagliate una Los Angeles accesa da una violenza sanguinaria in una storia impregnata di romanticismo e di maledettismo, come i de profundis di Edgar Allan Poe. E Cannes ha premiato questa regia del danese Nicolas Winding Refn, un robusto talento nordico (che fino ad oggi ci aveva poco convinto). Con quest’ultimo Drive, sin dai titoli di testa, il suo respiro narrativo trova solide consonanze con certe atmosfere del cinema americano anni ’70 e ’80 e ci conquista. La regia svela uno stile preciso, possiede un tocco efficace nel delineare la psicologia dei personaggi e nel dipingere una Los Angeles densamente notturna, utilizzando un montaggio sonoro modellato e rielaborato secondo uno schema proprio degli anni ’80, cinematograficamente eccitante. La discesa agli inferi dei personaggi, il loro precipitare in un crogiolo di violenza svelando la propria perversa natura, appare condensato in passaggi implacabili. Qui Refn, rispetto ai suoi lavori precedenti, raggiunge un encomiabile equilibrio narrativo al punto da farci considerare Drive come uno dei grandi film dell’anno. Come accade nel cinema di Haneke, la violenza diventa il motore (e mai il pretesto) della vicenda, espressione rivelatrice di relazioni, idee, emozioni, della forma stessa del vivere. La riuscita di questo film, che per tutti gli amanti del genere è un invito a nozze, è merito anche dell’attore protagonista, Ryan Gosling, tra i migliori giovani in circolazione. Se l’anno prossimo non riceverà un meritato Oscar per questo film, i membri dell’Academy Awards perderanno in credibilità. Gosling è un attore tagliente e ambiguo comme il faut: qui il suo ruolo è di un driver (il personaggio non ha nome), che si mantiene lavorando in un’officina per poi esibirsi come stuntman nei set cinematografici mentre di notte adopera la sua invidiabile bravura di guidatore al servizio di rapinatori in fuga. Fino a quando una donna non ci mette lo zampino, infrangendo il suo sogno di driver nei circuiti professionali: la donna è Irene (interpretata da una bravissima Carey Mulligan), il cui marito, Gabriel (Oscar Isaac) è appena uscito dal carcere ed è nei guai con dei criminali a cui deve denaro. Il driver s’innamora protettivamente di Irene, fino alla deriva violenta che ha per avvio una bellissima sequenza ambientata in ascensore dove il protagonista intuisce che, oltre Irene, anche l’altro uomo è un potenziale assassino. Dire di più sarebbe sleale, così aggiungiamo solamente che, nel cast d’attori, ritroviamo vecchie conoscenze come Ron Perlman e Albert Brooks. La memoria va al cinema di Walter Hill, del primo Michael Mann, e (volendo) anche del migliore John Carpenter (quando, verso il finale, l’attore Gosling indossa una maschera di lattice da set, di notte sulla spiaggia sembra evocare il Michael Myers di Halloween). Il tutto imbastito con talento al punto da indurci a rivalutare, in seconda visione, i film precedenti di Refn.

Polisse (Concorso)
2h 07' - Regia: Maïwenn

Semplicemente Maïwenn. Il suo cognome è Le Besco, i suoi fratelli e sorelle fanno tutti gli attori. Ricordiamo la più nota Isild, ma lei si firma con il solo nome. E’ stata la compagna di Luc Besson da cui è nata la figlia Shanna. Affascinante e dotata di forte personalità, Maïwenn da attrice è passata dietro la macchina da presa, dirigendo un corto e tre lungometraggi, il cui ultimo Polisse si è aggiudicato il Premio della Giuria all’ultima edizione di Cannes. Sceneggiato con Emmanuelle Bercot (anch’essa attrice e regista di spicco assai dotata nel descrivere i malesseri adolescenziali, che qui appare in un ruolo), Polisse è ambientato nella Parigi odierna, nell’alveo di un corpo speciale della polizia che si occupa di reati contro i minori operando nel XIX arrondissement. Osteggiando pedofilia e prostituzione minorile, la squadra si spende senza tregua, incidendo il corpo devastato di questa nostra società ammalata di disequilibrio. Quello che affiora dalla trama è un patchwork doloroso di vite prive di empatia, d’identità smarrite incapaci di guardarsi allo specchio e dedite a perpetrare il Male in infinite e quotidiane variazioni. Un caleidoscopio di volti e di storie legate dall’abile regia di Maïwenn che ha il taglio flagrante del documentario e la secchezza narrativa delle serie televisive poliziesche. Anzi, la regista tende a superare certe convenzionalità dei serial, il suo sguardo si fa analitico mentre i toni lancinanti del dramma si mescolano a quelli della commedia e le vicende personali dei poliziotti si confondono a quelle dei casi da risolvere. Il taglio è veloce ma non tralascia nessun dettaglio: alcuni personaggi, come quello del nostro Riccardo Scamarcio (unico attore italiano del cast), sembrano appena abbozzati, ma poi acquistano spessore, diventano anzi il filo della vicenda, un filo che rimane però sottilmente invisibile. Il personaggio di Scamarcio subisce tale evoluzione e si staglia dentro questo bassorilievo di perversioni umane che lascia basiti e interdetti. Il ruolo di Maïwenn è quello della fotografa Melissa, incaricata dal Ministero degli Interni di realizzare un servizio sulla BPM (Brigade de Protection des Mineurs). Un personaggio, il suo, che entra in relazione con quello del poliziotto ribelle del gruppo, Fred (Joey Starr), relazione foriera di avventure. Il ruolo dell’ex–compagno dell’attrice–regista è affidato proprio a Scamarcio, padre delle due bambine avute dalla relazione, e che abita nel palazzo di fronte al suo.
Polisse è un film torvo ed efficace, che ti rimane dentro perché è coraggioso nel mettere in forma la contraddittoria e lacerata realtà odierna. Sorretto da uno straordinario gruppo di attori, la regista–attrice conduce con abilità il film sino ad un finale forse troppo ad effetto che non inficia però la qualità complessiva della riuscita operazione.

My Little Princess (Evento Speciale Semaine de la Critique)
1h 44' - Regia: Eva Ionesco

Come recita il sottotitolo del libro–saggio di Deborah Toschi, dedicato a Isabelle Huppert, la "seduzione ambigua" è un’espressione particolarmente efficace per descrivere la principale caratteristica della musa del cinema d’oltralpe. La Huppert è un’attrice magnifica, un’icona contemporanea sorretta da una straordinaria grazia interpretativa, protagonista intelligente nel saper scegliere copioni e autori a lei congeniali. Isabelle si mette in gioco con il film in questione, My Little Princess, presentato a Cannes come evento speciale della Semaine de la Critique. E’ un film duro, forte, che sa come colpire le coscienze e lo fa con decisione. Si tratta della vicenda reale di Eva Ionesco, attrice che segna il proprio debutto dietro la macchina da presa. Un debutto atteso perché la Ionesco, che oggi è una donna di 46 anni, è nota per la sua infanzia particolare e negata, traviata da una madre terribile che ha psicologicamente abusato di lei esponendola ad un ludibrio solo apparentemente dorato. La madre si chiama Irina (è ancora in vita a ottanta anni) ma nel film è Hanna, mercé le fattezze della Huppert, con un look tra Bette Davis e Marlene Dietrich. Per la Ionesco, nipote del grande Eugene, questo è un vero e proprio psicodramma che mette in scena in modo raggelante, calandola negli anni ’70, una vicenda a tinte fosche dagli evidenti riferimenti autobiografici, incredibile tracciato del morboso rapporto che lega una figlia in cerca d’affetto a una madre snaturata. Un miracolo il film lo compie presentando nell’altro ruolo femminile, incarnazione della Ionesco bambina, la piccola esordiente di dieci anni Anamaria Vartolomei di origini rumene (come la regista), uno straordinario mix di lolitismo disarmato, una sorta di Alice perduta in un paese di dolorose meraviglie. Si è saputo che la piccola Vartolomei è stata seguita da uno psicologo durante le complesse riprese, ma nel film non appare mai discinta mentre le uniche provocazioni da lei recitate sono le pose riprese dalla madre artista con l’obiettivo della sua macchina fotografica. La sequenza più forte è quella dello sballo d’antan (molto anni ’70) dove la piccola diva si trova in una villa circondata da due giovani modelli (uno dei due è interpretato da Jethro Cave, figlio del noto cantautore Nick).
Secondo la storia Violetta cresce con Mamie (Georgetta Leahu), la nonna rumena emigrata in Francia. Quando l’anziana donna muore, viene a mancare l’anello di protezione, e la fin troppo eccentrica madre Hanna, mantenuta dal pittore Ernst (Denis Lavant), eccede nelle provocazioni fotografiche, nel vortice di una commercializzazione compulsiva, fino a quando Violetta sceglie di liberarsi del giogo. La piccola Violetta è costretta a somigliare alla Dietrich perché Hanna vorrebbe essere come la Dietrich: il riflesso speculare madre – figlia è rappresentato come una forma di eccentricità ammalata e con un piglio "mostruoso" che rimanda al cinema di Jacques Tourneur e a certo simbolismo pittorico francese degli anni ’70. La storia del conflitto è tutto qui: in una madre che vorrebbe avere il corpo della figlia e in una figlia che vorrebbe vivere la normalità della propria. Non deve essere stato facile per la Ionesco impiantare questa rappresentazione della malattia del proprio vissuto, dando una doppia dimensione della madre, la franco–rumena Irina. Ricordiamo che l’attrice-regista di My Little Princess a soli undici anni è apparsa prima su Playboy e dopo su Penthouse, che al cinema ha debuttato ne L’Inquilino del Terzo Piano di Polanski, per poi interpretare Spermula e un film dal titolo per lei stessa emblematico, Maladolescenza di Pier Giuseppe Murgia.

Les Nieges du Kilimandjaro (Un Certain Regard)
1h 44' - Regia: Robert Guédiguian

Le nevi del Kilimangiaro sono il luogo dell’utopia in quest’ultimo film di Robert Guédiguian. Anche se il titolo è Les Nieges du Kilimandjaro, l’ambientazione è quella tipica del suo autore: Marsiglia. Dopo aver fatto, negli ultimi anni, un percorso cinematografico frastagliato e intrigante, ripercorrendo le proprie origini armene o ambientando le sue storie tra le strade di Parigi, Guédiguian ha coinvolto i suoi attori prediletti (Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan e la moglie Ariane Ascaride) e, ispirandosi a "Les pauvres gens" di Victor Hugo, ci racconta un’altra parabola sociale utilizzando un tocco lieve e profondo. I colori del porto di Marsiglia trasudano malinconia concreta conferendo spessore a questo racconto morale non privo di poeticità. Michel (Darroussin) è un sindacalista portuale che ha l’ingrato compito di tirare a sorte i nomi di venti operai da licenziare. E’ un uomo fin troppo onesto al punto da far uscire il proprio nome insieme agli altri. Durante la festa dell’anniversario di matrimonio con la moglie Marie-Claire interpretata da Ascaride (in una sequenza girata con commossa partecipazione e commentata dalla canzone che da il titolo al film) ecco arrivare, tra i regali dei figli, un biglietto per l’Africa. Ma il sogno d’evasione si spezza subito, quando la stessa sera due giovani balordi dal volto coperto irrompono dentro casa e rubano soldi, carte di credito e il biglietto d’aereo. La rapina avviene come un fulmine a ciel sereno, mentre dentro casa c’erano anche la sorella di Michel e il cognato (Meylan). Da quel momento ogni possibilità di armonia diventa remota. Presto si scopre che uno dei due delinquenti è un ex–operaio di Michel, da lui licenziato. Michel arriva a scoprire il suo indirizzo, vi si reca e scopre lo squallore esistenziale di un ragazzo costretto a occuparsi dei due fratellini trascurati dalla madre strafottente, sempre assente. Un ragazzo che, una volta denunciato, rischia quindici anni di galera. Michel vorrebbe ritirare la denuncia ma è troppo tardi, e alla fine la sua famiglia già numerosa (oltre i figli della coppia ci sono i nipoti) si allargherà comprendendo i due fratellini del delinquente. L’armonia sembra così restaurata sulle ceneri di una società che offre solamente occasioni di violenza ai suoi disadattati (per scelta di copione Guédiguian ce ne mostra uno e fa uscire subito di scena l’altro).
Les Nieges du Kilimandjaro è dunque un film venato di ottimismo e di ostinato disincanto etico. Se le lotte sindacali di Michel e Marie-Claire appartengono ai fumi ormai retrò degli anni Settanta, il principio del qui e ora sembra essere votato all’ozio e ad una solidarietà affettuosa che è la loro forza, il valore di resistenza che permette loro di esorcizzare la violenza subita. Anche rinunciando al viaggio dell’anniversario, l’Africa rimane lontana ma il sorriso dei due ragazzini acquisiti è il segno di una temperatura familiare che comunque consola e si fa momento di utopia concreta.

Impardonnables (Quinzaine Des Réalisateurs)
1h 49' - Regia: André Téchiné

Venezia come Tangeri. André Téchiné, con il suo ultimo Impardonnables, dipinge una Venezia non turistica, lontana da qualsiasi invasione ed evasione. Il suo è uno sguardo d’autore che incide profondamente nel corpo stesso del paesaggio, rendendolo universale sebbene riconoscibile, con una vitalità registica che è privilegio solo dei grandi. Nella pellicola serpeggiano abilmente sfumature ironiche: la vicenda, derivata da un romanzo di Philippe Djian, sembra la materia di un poliziesco d’antan, dove si succedono pedinamenti e inseguimenti parallelamente di detour sentimentali. Alla regia vitale e sanguigna corrisponde la prova di attori che sanno reggere il tempo con grazia. André Dussolier è una vecchia volpe che fa piacere vedere in azione, capace com’è di manipolare i tempi conferendo loro spessore, esprimendo stati d’animo contraddittori ma coerenti, ragione e sentimento che diventano tutt’uno. Il suo ruolo è quello di Francis, scrittore giunto a Venezia per trovare una pace professionale per dare corpo al suo nuovo romanzo. Qui l’uomo incontra l’agente immobiliare Judith (interpretata da Carole Bouquet, elegante, brava e dal fascino immarcescibile) pronta a vendergli una bella abitazione nell’isola di Sant’Erasmo: i due s’innamorano immediatamente e, senza perdere tempo, vanno a vivere insieme. Ma ecco: nel passato di Judith c’è stata una relazione lesbica con Anna Maria, ormai anziana e molto malata (interpretata dalla nostra Adriana Asti). Judith possiede ancora quel carisma per attirare uomini di qualunque età, come Jérémie (il promettente Mauro Conte), giovane figlio biologico di Anna Maria che, ingaggiato dal geloso Francis perché la pedini, finisce per avere un flirt con lei. Non parliamo poi di Alice (Mélanie Thierry), la figlia dello scrittore che, giunta col padre a Venezia, arriva a innamorarsi di un tipo ambiguo, fugge con lui e successivamente invia un video a luci rosse con lei stessa protagonista.
Impardonnables è un film d’ironiche, graffianti sospensioni sentimentali e temporali (la vicenda è scandita dal trascorrere irregolare delle quattro stagioni). La regia di Téchiné dimostra che la giovinezza, soprattutto per un regista, non è un dato anagrafico, ma è uno stato interiore. E che è forse la saggezza a far tracimare una vitalità animalesca buona a catturare gli stati d’animo di personaggi fatti della stessa debolezza di cui è fatta la gente comune che ci circonda.

Et Maintenant On Va Ou? (Un Certain Regard)
1h 41' - Regia: Nadine Labaki

La menzione speciale della Giuria Ecumenica è andata meritatamente all’opera seconda della libanese Nadine Labaki, Et maintenant on va où?. Il tema del film mette a fuoco i processi d’integrazione tra mussulmani e cattolici scegliendo come luogo emblematico una piccola comunità di un paesino di montagna sperduto e ancora non intaccato dai conflitti interreligiosi. La Labaki, bella e brava, dopo le parrucchiere dell’esordio di Caramel, alza il tiro come regista e vince su tutti i fronti esibendo una visionarietà intensa capace d’incidere. Possiamo considerare Et maintenant on va où? uno dei più bei film visti a Cannes, singolare melange di commedia, dramma e musical, capace di raccontare una vicenda esemplare, quella di un gruppo di donne in cerca di pace e dei loro mariti, uomini pronti a fomentare scompiglio tra opposte fazioni. Un film sorretto da intelligenti idee visive che confermano il talento della regista. La sequenza d’apertura è di un’intensità che fa subito presa: un gruppo di donne vestite di nero danzano, esprimendo un sinuoso ma sincero dolore, battendosi il petto mentre stringono le foto dei parenti uccisi in guerra, in rotta verso il cimitero. La missione di queste Lisistrate al rovescio è d’inventarsi degli stratagemmi per distrarre dalla tentazione di violenza i loro uomini. Per questo fanno giungere delle ballerine d’avanspettacolo dall’Europa dell’Est e, non perdendosi d’animo, arrivano a mettere in scena un miracolo, facendo piangere la statua della Vergine Maria in una delle sequenze più coinvolgenti di questo emozionante film. L’obiettivo remoto è la pacificazione, ma la tensione si fa sempre crescente e provoca l’irreparabile. In quel paesino montagnoso del Medio Oriente, il confine non è mai esistito e le armi sono facili da impugnare. Il desiderio di pace è l’accorata, commovente utopia di un gruppo di donne volenterose. La macchina a mano sottolinea inquietudini e palpiti nervosi: una storia così si presterebbe facilmente a risvolti mélo e a simbolismi caricati. Quello che sorprende in questo film della Labaki è la convivenza tra tragedia e farsa, a descrivere conflitti laceranti tra mussulmani e cristiani, tra uomini e donne. E’ questo uno dei titoli di Cannes a cui auguriamo un futuro in sala: il suo è importante messaggio di pace, simile a quello di altri film visti in quest’occasione che, senza essere concilianti, tendono a ricordarci della necessità di lavorare per un futuro possibile, accondiscendente per la nostra e per le altre latitudini di questa comune palla di fango in cui ci ritroviamo vivi di fronte ad infiniti schermi, specchi convessi di sconfinate realtà umane.

© 2011 reVision, Francesco Puma