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Tom DiCillo, indipendente naturale Chi potrebbe convincere Nick Cave ad assumere per il grande schermo il ruolo di un rockabilly pallido, ossigenato, squattrinato e imbroglione?
Probabilmente lo stesso cineasta formatosi in parte lavorando come direttore della fotografia nei film di un regista che pochi anni dopo avrebbe affidato a Iggy Pop la parte
di una perversa e ambigua cowgirl (vedi Dead Man). In Johnny Suede (1991) infatti, film d'esordio di Tom DiCillo (1954), già collaboratore di Jim Jarmusch, il
"maledetto" rocker australiano incarna il sogno, rappresentato in modo da apparire subito destinato al fallimento, del protagonista Johnny (Brad Pitt). Ma Nick Cave a parte,
il risultato del lavoro con gli attori messo in atto dal regista italo-americano appare essenziale per tutta la sua opera cinematografica: Steve Buscemi e John Turturro in
forma rispettivamente come in Living in Oblivion (1994; in Italia distribuito come Si Gira a Manhattan) e Box of Moonlight (1995) si sono visti in poche
altre occasioni. Quell'occhio di riguardo per gestualità e forza espressiva testimonia, considerato anche un ritmo filmico non certo incalzante, la precisa volontà di allontanare
la commedia indipendente statunitense dall'immagine comune che la vede imperniata più che altro su dialoghi fitti e frizzanti. Icona ideale di questo cinema indie, DiCillo
sembra proprio aver trovato un equilibrio tra coerenza ideologica e stilistica, e favori di pubblico e critica; si può parlare di ideologia perché, se molti giovani registi suoi
connazionali sfruttano il circuito indipendente per approdare all'agognata firma con una major, il cineasta italoamericano ha dichiarato di non essere in alcun modo interessato
a questo percorso, così il suo cinema non è mera promozione delle proprie capacità registiche, o tramite per raggiungere e oltrepassare in fretta l'anticamera di Hollywood, ma
frutto di una sincera passione. In Living in Oblivion allora, quella che molti hanno letto come autoironia è anche sana derisione verso quei colleghi che hanno una concezione
del mezzo cinema quanto meno confusa, d'altronde il film low-budget di Nick Reve (Steve Buscemi) sembra più una soap-opera che un film indipendente (come negli intenti del protagonista).
Nato a Jacksonville in Florida, padre originario di Foggia, formatosi alla New York University Film School, Tom DiCillo ha ricevuto premi in importanti festival internazionali,
come quello di Deauville - dedicato al cinema americano e che negli ultimi anni ha premiato altri interessanti autori indipendenti come Greg Mottola (1964) e Michael Corrente (1960)
-, quello di Locarno (Johnny Suede ha ricevuto il Pardo d'oro) e il Sundance, che gli ha attribuito riconoscimenti per il suo lavoro di sceneggiatore in un periodo in cui
da quelle parti si poteva ancora parlare di circuito alternativo. Proprio la sua scrittura cinematografica, combinata con la recitazione e il ritmo filmico di cui sopra, riesce
a generare un umorismo sommesso ma capace di cogliere di sorpresa lo spettatore per farlo esplodere in sonore risate. Da un suo diario redatto sul set di Box of Moonlight:
"Questa settimana sono arrivati John Turturro e Sam Rockwell. Ieri abbiamo fatto le prime prove di recitazione. Turturro mi ha subito steso al pavimento dalle risate." (Projections
6: Film-makers on Film-making, a cura di John Boorman e Walter Donohue, Faber and Faber, Londra, 1996). Se Living in Oblivion può essere tuttavia tranquillamente annoverato
tra le commedie, così non si può dire per Johnny Suede, Bionda Naturale (1997) e Box of Moonlight, ("film d'azione esistenziale", per citare proprio una definizione
di DiCillo), o ancora per il dramma comico ("A dark cool comedy" si legge sulla locandina originale) Double Whammy (2001), il suo ultimo lungometraggio, edito in Italia solo in dvd.
I protagonisti o co-protagonisti di queste pellicole sono dei sognatori, e non solo perché nelle storie messe in scena spesso dimensione reale e onirica si fondono con ambiguità, ma
perché sono personaggi che vogliono ingenuamente emergere e così si lasciano condizionare da aspirazioni rappresentanti un pericolo incombente per il loro cammino, seppure utili all'autore
per connotarli; personaggi tali proprio perché imprigionati nei loro sogni.
Il tentativo ostinato di sopravvivere nel rampante mondo del cinema americano attraverso un modello produttivo alternativo a quello delle major, rende un sognatore lo stesso Tom DiCillo?
A considerare l'eco mediatica quasi nulla avuta, almeno qui in Europa, dal suo ultimo film Double Whammy, probabilmente sì; ma in fin dei conti un sognatore concreto, che nel corso
del tempo è riuscito a farsi dare retta proprio (e anche) dal pubblico europeo. Un sognatore che meriterebbe più attenzione e altre occasioni, e in questo senso l'usciata in dvd della
versione italiana di Double Whammy (Dolmen Home Video), anche se a ben quattro anni dall'uscita ufficiale del film, è un buon segno. Nei contenuti extra c'è un'interessante intervista
al regista di Jacksonville che rivela i retroscena dei suoi rapporti con le case di produzione con relative disavventure: in pratica lo hanno costretto a restare inattivo per ben tre anni.
Poi DiCillo parla di questo suo ultimo film come di una svolta per il suo percorso, perché ha voluto costruire una storia piena di suspense e che catturi l'attenzione dall'inizio alla fine.
In effetti le differenze di ritmo e atmosfera rispetto al resto della sua filmografia si fanno notare: Double Whammy è il film più veloce e l'unico di genere di DiCillo; il meno
indipendente, esteticamente parlando, della sua carriera. Dei punti fermi in ogni caso ci sono: "C'è una cosa che non riesco proprio a tralasciare nei miei film - racconta sempre il regista
italoamericano nell'intervista -: una sorta di commento sullo stato odierno del cinema"; in particolare del cinema indipendente, cui tanto tiene e quindi non vuole vedere mortificato da
atteggiamenti di facciata sempre più canonici e sempre più distanti dal creare cinema e più vicini al metterlo in scena nella vita reale di tutti i giorni (vedi i due personaggi Duke e Cletis,
aspiranti cineasti). Double Whammy resta un film di passaggio, in cui comunque altri tratti tipici dicilliani sono presenti, come l'umorismo esplosivo, la dialettica sogno-realtà e
la curata gestualità attoriale. DiCillo insomma ha un suo stile, sempre riconoscibile, e grazie a questo proprio lui - come pochi altri colleghi - può assicurare il passaggio dalla forma
cinematografica indipendente anni Novanta a quella degli anni Duemila; la scelta di un film di genere è solo un primo timido segnale per una definizione formale più originale di un autore
statunitense destinato a muoversi dal basso e, proprio per questo, da cui ci si può aspettare qualcosa di diverso, che condizioni inevitabilmente le future produzioni major... a qualcuno
potrà anche dare fastidio questo aspetto ma rimane una funzione storica importante del circuito indipendente.
© 2005 reVision, Luca Gricinella |
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