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Goodbye, Mr. Zeus!

1h 32'

Regia: Carlo Sarti



Quando si cresce, le proporzioni s’invertono: quello che prima sembrava grande diviene più piccolo. E’ la legge della natura. Ma è anche la percezione immaginifica a ridefinire la dimensione di cose, persone e animali, mutando la prospettiva dello sguardo: come nelle fiabe. Lo straordinario Renato Pozzetto, in quell’esempio di realismo magico che rimane Da Grande, è un bambino di otto anni che, dopo aver esaudito il proprio desiderio di crescere, assume le ampie proporzioni del comico milanese. E’ il trionfo della logica lillipuziana che fu di Defoe: la realtà circostante assume le proporzioni del protagonista che, nella sua stanza cresce insieme agli oggetti che lo circondano, compreso il pesce nella vaschetta. E lo stesso accade più o meno all’impiegato di banca Alberto nella commedia di Carlo Sarti, Goodbye, Mr Zeus!. Alberto (che ha le simpatiche sembianze dell’attore Fabio Troiano, qui a proprio agio nell’esibire una verve comica scatenata) è uno qualunque, immerso in un trantran quotidiano che lo spinge allo stress. Nell’incipit lo troviamo imprigionato nella sua auto nel traffico soffocante mentre la fretta lo conduce a tamponare la macchina davanti a lui e a colpire con lo sportello un ciclista che, per tutta risposta, gli spilla duecento euro dal portafoglio minacciando di chiamare i vigili urbani. E questo è solo l’inizio di una serie di vicissitudini in crescendo. Di corsa, il nostro raggiunge un negozio d’animali per comprare un cucciolo di levriero afghano come regalo di compleanno per la sua bella fidanzata Adelaide (l’intrigante Chiara Muti), finendo per rimediare, con le sue cinque euro che si ritrova in tasca, un pesciolino rosso che chiamerà Zeus. Un cadeau che gli provocherà l’iniziale sdegno, poi rientrato, della ragazza, sua vicina di pianerottolo. Ma ecco che il pesciolino rosso rifiutato diviene il cuore rivelatore del surreale mutamento. Già l’indomani, come per magia, Zeus sembra danzare nella sua vasca mentre Alberto, completamente nudo, vorrebbe comunicare alla fanciulla il piccolo prodigio: ma la porta di casa gli si chiude dietro, Adelaide è in allarme per l’improvviso malore della madre, e a lui non resta che raggiungere, coperto solo da uno zerbino, il vicino commissariato, venendo lì accolto come un esaltato e, di conseguenza, condotto ad un ospedale psichiatrico. Una vertigine kafkiana che assume connotati da slapstick, generata com’è da un innocuo pesciolino che ha il nome del re degli Dei: è il plot di questa deliziosa commedia italiana giostrata con brio per merito di una sceneggiatura (che ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria al Premio Solinas) firmata dallo stesso Sarti, già regista di Se C’è Rimedio Perché Ti Preoccupi? del 1995.

Se il piccolo Nemo della Pixar ha commosso e divertito facendoci amare le profondità dell’oceano ma anche facendoci riflettere sull’infinito senso dell’avventura e del legame filiale, Goodbye, Mr Zeus! adegua i suoi colori allo scenario della provincia italiana trasfigurando, con qualche puntuta notazione realistica, la comune nostra alienazione che ci rende succubi e fragili. Non a caso, uno dei personaggi del film, lo stravagante dottor Salingheri (impersonato da Umberto Bortolani), diagnostica all’impiegato protagonista una sindrome da pesce rosso mutuandola dal volume "La vita sessuale dei pesci rossi". Le frenetiche disavventure del nostro, una volta dimesso dall’ospedale, lo conducono in prigione, per aver contravvenuto alle regole stradali. E’ in cella che la verve comunicativa di Zeus raggiunge l’apice (in uno dei momenti più spassosi del film) quando col suo linguaggio morse, mercé le pinne che funzionano come le ciglia dell’occhio sinistro dello splendido Lo Scafandro e la Farfalla, riesce a riportare l’armonia all’interno del carcere, esprimendo anche un disagio che è lo specchio di quello di Alberto (e a questo punto ha una sua funzione il personaggio di Procolo, compagno di prigionia del protagonista, interpretato da Max Mazzotta).
Se nella favolistica commedia di Franco Amurri con Pozzetto, è la costrizione familiare a generare la metafora di una metamorfosi rivelatoria, qui è il nucleo di coppia a svelare il disagio di una disarmonia caratteriale che si traduce nell’assurdità di un’anamorfosi ridicola. La nostra è una realtà da pesci in prigione se non riusciamo a trovare respiro amoreggiando con la nostra vicina di pianerottolo, se il mondo circostante (la piccola provincia del nostro scontento) non comprende il bisogno di libertà, se gli spazi quotidiani sembrano restringersi fino ad impedire ogni espressione. Solo la fantasia che si fa realtà trasfigurata può salvarci: e così il microcosmo di Alberto si allarga quando egli, all’apice delle proprie disavventure, libera Zeus in un paesaggio ricco di laghi e di cascate, finendo con l’assaporare il valore di liberazione da una quotidianità soffocante.
Non riveliamo, per scrupolo, il destino delle incomprensioni tra Alberto e Adelaide. Diciamo che il film mantiene quello che promette e che ci ha fatto piacere incontrare, nel corso della proiezione per la stampa, oltre all’attore Troiano e al regista Sarti anche l’irresistibile Zeus, effettivamente suggestivo e quasi ipnotico nel suo ruolo allusivo che evoca una dimensione altra, quella dimensione dove tutte le proporzioni s’invertono. E ancora una volta è il cinema a raccontarci di questa resistente soglia che, con umorismo, c’invita a varcare il confine delle finzioni quotidiane, nel regno parallelo dove la fantasia reinventa la realtà per renderla più umanamente sopportabile.

© 2010 reVision, Francesco Puma