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Da Zero A Dieci1h 39'
Regia: Luciano Ligabue "Questa è la mia vita" canta Ligabue, detto Liga dai fan, nei titoli di coda, chiudendo così l'ennesima vicenda dei trentenni di oggi.
Viene da dire: solito gruppo di uomini alla ricerca di un passato che dia una ragione ad un presente in cui non riescono a misurarsi e a riconoscersi, rifiutando di
accettare il naturale compimento quotidiano di un divenire da assaporare, come si suol dire di crescere senza rimpianti, soprattutto senza percepire il tempo che passa
come la fine di un'epoca d'oro. Forse perché in genere gli uomini vivono il gruppo in modo esclusivo, in cui gesti, riti e simili divengono codice comune, quasi un patto
di eterna fratellanza piacevole e al contempo tiranna, cui è difficile svincolarsi per intraprendere il futuro con maggiore coraggio e serenità. Chissà se Salvatores quando
nel 1989 realizzò Marrakech Express sapeva di dare inizio ad una serie di nostalgiche, e non sempre riuscite, scorribande maschili del cinema italiano.Questa è l'analisi di una donna della generazione dei trentenni, una di quelle donne che vedendo L'Ultimo Bacio si è chiesta se veramente i nostri coetanei vi si riconoscevano, se veramente intendono, come sembra, caricarci della responsabilità della loro poca attitudine alla naturale legge del cambiamento, della fatidica "crescita", appunto. Il film della rockstar Ligabue fortunatamente ha una visione della donna di carattere completamente diverso, anzi, qui le donne sono parte fondamentale del gruppo "in fuga", ossia sono nella stessa barca d'incertezze e delusioni, di ricordi piacevoli e tristi, sono esseri che parlano delle loro vite messe al confronto con quelle del tutto simili dei protagonisti maschili. Sarà che Da Zero A Dieci non è il prodotto di una borghesia chiusa in una prospettiva che vuole rendere universale, che parte già da sette per arrivare a dieci, sarà che questi uomini non si soffermano sulla superficie delle cose e non sono viziati dagli "oggetti" del passato, sarà che il processo d'avvicinamento da parte del regista a questa vicenda è sincero e finanche ingenuo. Infine, sarà che il ricordo di un fine settimana a Rimini nel 1980 è segnato da una tragedia, per molti Storia, per altri personale lacerazione dell'anima. Sarà per tutto questo che Da Zero A Dieci, secondo l'ossessione di Giove i possibili voti di una pagella virtuale cui ognuno di noi è giudicato sin dalla nascita, è uguale eppure diverso, poiché i trentacinquenni di questa vicenda non sembrano propriamente slegati dalla loro esistenza presente. Partire da Correggio per rivivere una mitica vacanza di vent'anni prima, significa molte cose: un'ideale franchigia dopo molti mesi di vita in mare, ripercorrere i momenti che hanno segnato l'adolescenza - il primo rapporto sessuale, l'illusione di una libertà totale sperimentata per la prima volta -, incontrare le donne che hanno condiviso quell'esperienza indimenticabile. Libero ha tutt'altre intenzioni. Dopo aver regalato a Biccio, Giove e Baygon un falso compleanno in cui ognuno ha avuto quello che desidera, o pensava di desiderare, senza averlo mai concretato, svela il motivo che lo ha spinto a Rimini: celebrare il "compleanno" di un amico morto il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, un amico un po' defilato dal gruppo, un sedicenne che avrebbe dovuto raggiungerli vent'anni prima per quel "mitico" fine settimana. Sin dall'inizio Ligabue afferma il legame con RadioFreccia. Giove è il fratello di Ivan Benassi, detto Freccia, una leggenda a Correggio, cittadina
nativa di Ligabue. I vecchi filmati famigliari che aprono il film ne denunciano fuggevolmente la presenza - il bimbo con la voglia di freccia sulla tempia -, per poi dichiararlo
apertamente con la voce off di Giove e le contemporanee immagini del film precedente. Da Zero A Dieci non sortisce però lo stesso effetto, anche perché cerca altri legami,
altri rimandi - il personaggio stravagante che "pescava" voci dall'aldilà qui è duplicato da un più terreno "pescatore" che appare all'alba per recuperare oggetti preziosi persi
in mare dai villeggianti. Mentre il film di debutto divenne un caso, quello di un cinefilo di lusso che si provava senza pretese dietro la m.d.p. affermando che quello sarebbe
stato un caso unico, questo appare come la sua copia sbiadita, una ripetizione che fa del Liga un regista, ossia qualcuno che non passa per gioco nel cinema, ma sembra cercarvi
spazio - le insistenze di Procacci si sono rivelate una tentazione troppo forte?L'ampio impiego di virtuosismi tecnici raramente armonizzati con la narrazione - eppure alcune visioni di Ligabue sono interessanti -, i giochi grafici - la spiaggia di Rimini che si trasforma in una campana di vetro da souvenir, come la bici intrappolata in una biglia in RadioFreccia -, non arrivano a divenire stile, certo ricerca, certo frutto dell'amore per il blues, musica che nasce da un insieme di parti, dove c'è un po' di tutto, come afferma il regista per bocca di Giove. Il punto è che questo tutto in un film deve compenetrarsi con la storia e non è storia esso stesso. Il punto è che questa storia fatica a divenire tale - i dialoghi spesso imbarazzanti tanto sono ingenui e forse troppo genuini per molti di noi smaliziati ascoltatori di teorie più complesse, di bizantine espressioni del vivere. L'ingenuità, forse è questa la parola d'ordine e sia percepita nel modo più esatto del termine, di un rockbluesman abituato ad incontrare la gente nei concerti, dove ci si lascia andare alle sensazioni, trasportati dal cuore con semplicità. RadioFreccia mi era piaciuto, forse perché doveva essere un'isola nella carriera di Ligabue, mi era piaciuto perché lontano da tanta ostentata pretesa di divenire il regista salvatore del cinema italiano - e alcuni potrebbero abbandonare la presa senza lasciare un vuoto incolmabile. Da Zero A Dieci poteva essere una canzone, un ennesimo successo discografico, un giro di blues, invece è un film, in ogni caso né meglio né peggio di tanto cinema nostrano. © 2002 reVision, Emanuela Liverani |
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