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Zatoichi

1h 55'

Regia: Takeshi Kitano



Kitano Takeshi continua a divertirsi e a divertire nel senso più stretto del termine. Articola un’opera in grado di intrattenere lo spettatore attraverso l’incessante verve comica delle gags e, dall’altra parte, segue alcuni percorsi "diversi", paralleli e trasversali rispetto alle storie tradizionali chambara. Zatoichi è il recupero di un personaggio molto famoso in Giappone, uno degli eroi più celebri del dramma storico giapponese, apparso pure in una lunga serie televisiva e cinematografica (dal 1962 al 1989). Le caratteristiche principali erano la serietà e la lotta eterna tra Bene e Male. Kitano rielabora questo schema serioso, modificando i tratti della sceneggiatura, i costumi dei protagonisti, la spada di Zatoichi è custodita in una canna di bambù rosso sangue, i capelli sono molto più eccentrici per quel colore biondo platino così in contrasto rispetto alle capigliature austere del Sol Levante.
Su questa feconda rielaborazione, Kitano costruisce la sua parola intima, la gestualità quasi fissa che esplode in azioni fulminee; Kitano mette in scena il pensiero naturale del suo cinema: d’estrema frontiera dell’essere, eppure sempre "umanamente" vicino al dolore e all’emarginazione di handicappati e bambini, tanto da rappresentarne una plateale, spettacolare, rivincita. Sfruttando proprio le caratteristiche fisiche del protagonista, un handicap: la cecità. L’universo percettivo di Zatoichi, allargato verso una dimensione surreale ed inverosimile e per questo ancora più affascinante, costituisce la cifra espressiva del film, nel senso che la messa in scena compone i movimenti, le pause, le parole e i silenzi, gli sguardi, subordinandoli strettamente alla condizione "altra" del protagonista. Zatoichi che gioca a dadi, capace di udire i più piccoli ticchettii dei dadi che rotolano. Zatoichi che combatte contro avversari che lo incalzano da ogni parte e alle spalle.

Siamo dunque in presenza di una facoltà "soprannaturale" di vedere le cose del mondo, o almeno oltre le possibilità umane o forse oltre il consueto modo di vedere e considerare le cose. Un vero e proprio sovvertimento della gerarchia dei sensi, l’iperestensione della percezione fa a meno del senso più forte, ma anche più sottomesso alle illusioni, alle allucinazioni: la vista. Cecità ambigua. Occhichiusiaperti kubrickiani, privi dell’angoscia sempiterna, di un cuore di tenebra "romanzesco", ma solo dispositivi eccezionali della visione, così perfetti, illuminati, da modificare il corso degli eventi attraverso la spada. Zatoichi è anche una figura angelica, distaccata da tutto e tutti, che interviene per una possibilità misterica dell’agire (per il Bene?).
Le coreografie dei combattimenti hanno l’obiettivo preciso di esaltare la dimensione trascendente del personaggio, che non trova alcuna collocazione storica, se non quella mitologica e simbolica. D’altra parte le innumerevoli risse hanno una funzione spettacolare che infine è connessa con il balletto tip tap dell’epilogo. Una variazione non tanto postmoderna, ma un "cambio di direzione" che coincide con lo stile di Kitano: semplice movimento, e semplice esaltazione del movimento, ralenti o accelerati dei combattimenti o immobilità espressive del protagonista, accelerazione di flussi sanguigni, svolazzanti arti mozzati, come in un classico splatter.

© 2003 reVision, Andrea Caramanna