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X-Men 2

X2 - 2h

Regia: Bryan Singer



Frastornati dal talento visivo dei due Batman di Tim Burton, molto spesso capita che di fronte ad un ennesimo adattamento cinematografico di un fumetto di super-eroi ci si scandalizzi se il film, è questo il caso di X-Men 2 di Bryan Singer, si limita ad avere nel cast attori di indiscusso talento, una regia dal piglio sicuro, un ritmo incalzante, ed una struttura narrativa aperta e variegata. Accade così che ad una prima affrettata visione X-Men 2 presenti essenzialmente lo stesso problema che afflisse a suo tempo X-Men: troppi personaggi, con il risultato che ciascuno risulta avere una porzione di pellicola troppo esigua per poter raggiungere un qualche spessore psicologico-narrativo. Ed il film può dare l’idea di non funzionare bene come Batman, Spider-Man o Superman. La ragione è apparentemente semplice: in quei film arriviamo a cogliere al meglio lo schema mentale che guida i protagonisti, mentre nei due X-Men ci sono troppi eroi saltellanti in qua e in là sullo schermo e tutto appare più indefinito e inquietante.
In realtà, rassicuranti non erano neppure i due Batman con la loro discesa neo-gotica, dall’esasperato individualismo, nel cuore di tenebra del fumetto di super-eroi, mentre il Superman di Richard Donner e Richard Lester ne rappresentava il lato solare e bambinesco. Con Spider Man la cosa si complica, in quanto Sam Raimi partendo dalle pagine del fumetto - grazie anche al lavoro di concept del disegnatore Alex Ross - ha assunto, con precisione maniacale, le posture dei personaggi e le ambientazioni metropolitane trasportandole sullo schermo in una sorta di affresco iperrealista che richiama l’opera di pittori del calibro di Richard Estes (intendendo con "iperrealista" non tanto una accentuazione della qualità illusionistica dell’immagine, quanto piuttosto il suo divenire, attraverso la mediazione dell’illustrazione a fumetti, immagine "seconda" sulla realtà). Bryan Singer evita di ridurre i suoi X-Men a burattini senz’anima come Superman. Non li racchiude in un loro mondo fantastico alla Tim Burton, né li assume ad un secondo grado di realtà come fa Raimi, ma realizza un film che è mutazione del fumetto originale, una coreografia del visivo in cui gli elementi costitutivi del cinema, spazio e tempo, vengono manipolati, distorti, asserviti a meccanismi funzionali che vanno al di là di qualsiasi legge fisica che siamo abituati ad esperire.

Nel primo film sceneggiatori e regista avevano l’ingrato compito di introdurre una gran quantità di elementi e personaggi dell’universo mutante della Marvel. Per di più dovevano muoversi in punta di piedi da una parte per non contrariare i fans sfegatati e dall’altra per venire incontro ai newbies, a coloro che non avevano mai preso in mano un albo delle varie serie a fumetti dedicate ai mutanti. Nel frattempo dovevano dar vita a un film compiuto con un inizio, uno svolgimento e una fine. Ma soprattutto dovevano realizzare un film adatto ad un ampio target (dall’adolescente all’adulto). Nell’affrontare tutti questi problemi il primo X-Men era sufficientemente arrabattato - niente più che un episodio pilota di una eventuale serie televisiva e una regia scialba e anonima che non lasciava il segno - e per certi versi pleonastico con gran parte della pellicola (e della pazienza di coloro che già sapevano ogni cosa dei loro beniamini) utilizzata per presentare i vari personaggi e i relativi super poteri.
La storia di X-Men 2 riprende là dove terminava X-Men, mantenendo così la continuità narrativa, ma nel senso che è tipico delle serie a fumetti. Come un albo che fa parte di una serie infinita, il film vive di vita propria, sospeso nel momento della visione, così come i vari albi che mese dopo mese risultano sospesi nel loro universo fantastico. X-Men 2 non ha necessità di strutturarsi in modo rigido, ma rimane fluido, poiché, una volta creata con il primo film una memoria filmica (autonoma rispetto al fumetto), un universo con le sue regole e leggi, un database di personaggi su cui lavorare e da poter aggiornare di volta in volta (l’entrata in scena di Nightcrawler, Pyro e Iceman in X-Men 2 ne è un esempio), i realizzatori hanno potuto giocare finalmente a mani libere con gli stati d’animo dei personaggi, i sub-plot, i triangoli d’amore, le implicazioni psicologiche sviluppate quel tanto da giustificare l’azione - azione nel senso di action allo stato puro - che questa volta è finalmente fluida e coinvolgente.
Semmai possiamo dire che, come nel primo film, il cast si presenta come una lama a doppio taglio. Halle Berry rimane costantemente a livelli minimi di espressività nei panni di Tempesta, un personaggio scritto in modo talmente blando da risultare evanescente; James Marsden non è credibile come Ciclope e di conseguenza (colpa anche degli sceneggiatori) ne viene a risentire il carisma di colui che dovrebbe essere il leader del gruppo; Anna Paquin con la sua Rogue non fa molto di più che giocare il fattore "Dawson’s Creek" in un sub-plot romance-adolescenziale con l’Uomo Ghiaccio (Shawn Ashmore). Ma a controbilanciare queste sbavature troviamo Patrick Stewart (Charles Xavier) e Ian McKellen (Magneto). Brava anche Famke Janssen nei panni di Jean Grey - il personaggio meglio riuscito di questo secondo capitolo - convincente nel mostrare la difficoltà che la dottoressa ha nel controllare efficacemente l’immenso potere che la natura le ha donato.

© 2003 reVision, Maurizio Giometti