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Dear Wendy

1h 45'

Regia: Thomas Vinterberg



La Storia che Martin Scorsese rappresenta con Gangs of New York, è una storia di lupi, di uomini che mangiano uomini. La vita, insomma, nella sua totale crudezza, il campo di lotta tra forti e meno forti, in cui i deboli sono destinati a scomparire secondo la legge darwiniana di evoluzione della specie. Lars Von Trier e Thomas Vinterberg con un manifesto del cinema, il Dogma, sempre più spinto alla corrosiva astrattezza della figura umana, al più lucido pessimismo, ci dicono che son tutte balle. Gli uomini sono stupidi e la loro vita è una pantomima tanto buffa che si può rappresentare inuna qualunque superficie quadra, come quella di Dogville, per intenderci. E in questo caso, con un’altra cartina di una qualunque cittadina in una anonima provincia americana, laddove le distanze tra l’emporio, il comando di Polizia, la scuola, la miniera ecc., sono risibili. La società (umana) è tutta qui, in quel fazzoletto di metri e non c’è bisogno di immaginare altri spazi. Se in Dogville le scenografie erano ridotte all’osso proprio per evidenziare la provocazione, nessun bisogno di messa in scena, nessuna "finzione", qui invece si gioca all’ennesimo sociologismo. Una storia di quelle che andavano bene per tutte le letterature adolescenziali di due secoli fa e non a caso il protagonista di Billy Elliott, Jamie Bell, qui incarna un ragazzino figlio della sfortuna. Prima il fantasma della spaventosa miniera,nella quale ovviamente perde la vita il padre, ma il protagonista Dick afferma di non provare niente di particolare di fronte alla morte del padre, il cui cadavere è trascinato in campo lungo, quasi in dettaglio marginale, in uno spazio ridotto dell’inquadratura. E poi la formazione da orfano con una balia nera che presto rimbambisce.

Tutti questi preamboli non devono ingannarci. I pretesti sociali sono infatti fuorvianti. Dear Wendy è la storia di un’ossessione comunissima, quella per la potenza, qualsiasi potenza, qualsiasi sogno di supremazia sugli altri. E le armi le incarnano tutte. Come le più puerili (e insospettabili) dei "proprietari" di cani "feroci" o quelli di jeep gigantesche in giro tra le strade cittadine per occupare territori. Le ossessioni falliche si propagano, soprattutto in ambito maschile, mentre le femmine ne sono attratte per la passionale fobia, o per l’innato bisogno disicurezza al fianco del maschio più forte del branco. Non a caso, Dick eletto a capo della setta dei Dandies, è in crisi per la leadership insidiata dal nero Sebastian, il quale incarna un altro tipo di forza, di dominio del nero selvaggio e diverso. E Susan è ovviamente attratta dai due modelli. Il pacifismo ipocrita di Dick (Bush) o le maniere rudi di Sebastian (Bin Laden) che sono poi due forme di potere.
Il mondo di Vinterberg e Von Trier è un mondo intriso del più becero ebetismo, della imbecillità estrema. Come non considerare tale, la surreale e poco epica (e poco western naturalmente, una parodia!) sparatoria finale, che sembra un po’ il rovescio del Peckinpah di Il Mucchio Selvaggio. C’era lì ancora il dolore, il tormento, per la condizione umana, ma la violenza era in qualche modo ammessa come caratteristica storica, o di appartenenza di classe. Ora non più. La violenza è il segno di una perversione penetrante. E Dear Wendy ne analizza gli aspetti più torvi, tra elaborazione di falsi mirabolanti, come i resti della miniera trasformati in "tempio" o i rituali dei dandies mutati in segni di bellezza, come i fori di entrata e d’uscita delle pallottole o i millimetri delle varie pistole. In questa attrazione si può già riscontrare un segno greve di debolezza, non già una precisa situazione di vita, ma l’essenza stessa della condizione umana, di una natura irredimibile che non può costruire alcuna civiltà, solo quella della prevaricazione e dell’assassinio travestiti di pensiero, in nome di falsi ideali come il progresso.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna