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Waking Life1h 37'
Regia: Richard Linklater Waking Life nasce da un vecchio marchingegno chiamato “rotoscopio”, brevettato nel 1917 dai geniali
Max e Dave Fleischer (padri di Braccio di Ferro e Betty Boop), il quale attraverso la retroproiezione di un’immagine fotografica, permetteva
all’animatore di disegnarla su carta o su gel, copiandone fedelmente i contorni. Il rotoscopio conferì ai lavori dei Fleischer un ineguagliabile
verismo, spingendo il duo a ulteriori traguardi: la commistione di personaggi reali e disegnati, il primo lungometraggio (nonché primo
cartone "didattico": The Einstein Theory Of Relativity, del ’23), il primo cartone sonoro (la serie “Song Car-Tuns”, del
’24). Ma l’impero Disney era alle porte. Dopo il trionfo planetario di Biancaneve e I Sette Nani (1937), il Fleischer Studio rispose
con creazioni analoghe ma meno fortunate: si indebitò pesantemente e nel ‘42 venne rilevato dalla Paramount.
Grazie al programma di animazione ideato dall’artista Bob Sabiston, Waking Life rinnova in modo sensazionale l’invenzione dei Fleischer: il risultato è un cartone animato realizzato con attori veri. L’unica strada rimasta, sembra dirci Linklater, per un film d’animazione raffinato ma economico (ed è in fondo solo per questo motivo che i cartoni vengono concepiti per i bambini: perché sono l’unico pubblico che garantisca di recuperare le spese). Il giovane protagonista di Waking Life ha un problema: non riesce a svegliarsi, e scivola ripetutamente da un sogno all’altro, imbattendosi in una serie di strani personaggi con i quali intrattiene astruse e affascinanti conversazioni. Cosa pensa il cervello nei suoi dodici minuti di sopravvivenza dopo la morte del corpo? Il divario tra le scimmie e la gente comune è minore di quello tra la gente comune e Sartre? C’è una memoria collettiva che guida i progressi dell’umanità? Siamo vivi, o stiamo solo sognando nella sala d’aspetto della vita? Prigioniero dell’incubo, il ragazzo scopre di poter compiere qualsiasi azione, tranne due: spegnere o accendere le luci e leggere le cifre di un orologio. L’atmosfera è dunque tra un Don De Lillo semplificato e un Woody Allen con meno umorismo. Ma al di là del testo (denso di echi e rimandi interni),
è soprattutto il contrasto immagine/suono a creare inedite suggestioni. Mai forse si era visto un film di animazione così iperrealistico dal punto
di vista dei dialoghi (pause, indecisioni, anafore, colpi di tosse), dei rumori di fondo (locali pubblici, traffico cittadino), delle “micro-sonorità”
(fiamme, lenzuola stropicciate)… Una magia sottile che avvicina Waking Life ad un altro recente prodigio come La Nobildonna
e Il Duca, dove le rielaborazioni digitali di antiche piazze e strade parigine si associano ad un finissimo tappeto auditivo di folle in rivolta,
versi animali, carrozze cigolanti, acqua che scorre lungo i canali, echi di trambusti lontani. (I suoni che si agitano dentro/dietro i quadri: era
anche la geniale intuizione di La Sindrome Di Stendhal, poi ignobilmente sprecata). Ognuno a suo modo, Rohmer e Linklater denunciano il
cinematografo come puro lenzuolo colorato, sipario illusorio dietro cui si inscrive la fitta partitura dei rumori e delle voci. L’indefinita astrazione
della vista contrapposta alla materica concretezza dell’udito.
Ma per quanto fantasioso, tale formalismo non è mai “casuale”. Grazie alla scelta di affidare ogni personaggio ad un diverso animatore, Waking Life attraversa le più sottili sfumature del rapporto tra realtà e interpretazione visiva: sequenze di rigore quasi fotografico si alternano ad altre dove la distorsione ottica deturpa con sarcasmo il personaggio parlante; alcuni corpi si abbandonano ad una scomposizione cubista dei volumi, altri vedono materializzate le proprie parole, altri ancora approdano ad una linearità quasi matissiana... Qualsiasi giudizio si voglia dare a un simile esperimento, è comunque una gioia incontrare un film che si affida completamente e lucidamente all’antica meraviglia del vedere. Un film composto da immagini “volute” che testimoniano un pensiero e una ricerca, e che non cadono semplicemente dal nulla davanti alla cinepresa, come nel 90% del cinema contemporaneo. Immagini che (sulla scia di altri splendidi giocattoli come Memento, The Cell o Matrix) si fermano al confine di una rara ambiguità: darsi contemporaneamente come specchio del vero e come costruzione mentale. © 2001 reVision, Dante Albanesi |
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