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Waitress - Ricette d'AmoreWaitress - 1h 47'
Regia: Adrienne ShellyAlla memoria di Adrienne Shelly (24 Giugno 1966, Queens, New York, USA – 1° Novembre 2006, Manhattan, New York, USA) Era il primo Novembre del 2006, quando Andrew Ostroy dello studio Belardi/Ostroy rinveniva,
alle 17.45, il corpo della moglie penzolante dal tubo della doccia nel loro appartamento di Abingdon Square, nella zona ovest
del Greenwich Village, a Manhattan. Tutto faceva pensare ad un suicidio, ma cinque giorni dopo veniva arrestato Diego Pillco,
un immigrato clandestino reo–confesso del delitto, compiuto per futili motivi (così hanno voluto rubricarlo gli inquirenti).
L’inquieto Diego aveva ammazzato la vicina del piano di sopra, solamente perché questa si era più volte lamentata dei rumori
che provenivano dall’abitazione dell’operaio. Smisuratamente banale è stata, dunque, l’atroce fine dell’attrice–regista Adrienne
Shelly, musa del cinema indipendente, la cui intensa personalità è stata utilizzata da Hal Hartley in L’Incredibile Verità
e Trust – Fidati. Per la tv, la quarantenne Shelly aveva partecipato ad alcune serie, tra le quali Law & Order
che, in un episodio della sua diciassettesima stagione, racconterà un "caso" ispirato a quello per lei fatale.A volere sottolineare la coincidenza, l’ultima commedia agrodolce firmata per il cinema da Adrienne ha per oggetto proprio la violenza tra le mura domestiche. S’intitola Waitress – Ricette d’Amore ed è stata presentata nelle recenti edizioni festivaliere del Sundance e di Locarno. L’ambientazione in una tavola calda, il Joe’s Pie Diner, di una cittadina della provincia nascosta negli Usa, rimanda immediatamente alle atmosfere del memorabile Alice Non Abita Più Qui, uno dei più acuti ritratti femminili che il cinema degli anni ’70 ci abbia regalato, diretto da Martin Scorsese. Le ricette del titolo sono quelle delle magnifiche, variegate torte (da mangiare con gli occhi fin dai titoli di testa) alle quali la protagonista Jenna (una Keri Russell luminosamente malinconica), attribuisce nomi allusivi come "Brivido d’amore". Per la donna far lievitare i suoi preziosi ingredienti è l’unico punto di fuga della mediocre quotidianità alla quale la costringe una gravidanza non programmata e la rabbiosa alienazione del marito Earl (Jeremy Sisto). Da uno come lui, violento e soffocante, non si può che scappare ed è quello che Jenna intende fare, elaborando il fallimento del rapporto e l’iniziale disagio nei confronti del nascituro in grembo, mettendo denaro da parte per i suoi propositi. In attesa di compiere il passo decisivo, si concede pure una infuocata relazione con il nuovo ginecologo venuto dal Connecticut, il dottor Pomatter (Nathan Fillion), una riscoperta della passione vissuta sul filo del rasoio dato che anche il dottore è sposato e che il geloso Earl alterna, nella sua nevrosi, momenti aggressivi ad altri di sconforto (con relative crisi di pianto). Ma nel microcosmo in cui il fulcro è il Joe’s Pie Diner, si agitano le umanissime inquietudini di altri personaggi. C’è Becky (Cheryl Hines), collega di Jenna che ricorda il personaggio di Flo nel già citato Alice, donna infelice vissuta nella noia e nella solitudine a cui la costringe il marito disabile, complessata per dei seni che ella ritiene avere irregolari (uno più su e l’altro più giù), disposta però ad una liberatoria "piccola avventura" (come la definisce) con il rude cuoco Cal (Lewis Temple), uno che non esita ad alzare la voce con le cameriere del "Diner". E ci sono anche la sognatrice, occhialuta Dawn, altra impiegata ai tavoli alla quale presta il volto la stessa Shelly, insieme all’anziano Joe (un grande Andy Griffith), proprietario del posto e burbero benefico abituato a consumare, giorno dopo giorno, lo stesso menù. Nonostante i colori pastello da fiaba concentrata ad illustrare un paesaggio in via di
mutazione (la fotografia è del bravo Matthew Irving), Waitress non alterna i toni cupi da commedia esistenziale, descrivendo
con realismo molto anni ’70 il malessere dei suoi personaggi. La Jenna che tenta di riappropriarsi dei propri giorni perduti,
attraverso il desiderio d’abbandono del marito e il nuovo più erotico legame, combatte soprattutto in nome della propria bambina
che sta per nascere, segno d’identità sempiterno per una donna costretta dagli eventi ad affermare con forza la propria presenza.
E’ una lotta, la sua, che trova le sue ragioni nelle lettere che la madre scrive alla futura figlia, un riflettersi d’identità
foriero di scelte decisive. Mescolare gli ingredienti significa articolare i sapori, stemperandone alcuni per farne sorgere
altri: la metafora delle torte riguarda il dolce e l’amaro della vita comune, l’equilibrio di una composizione che è difficile
costruire, com’è difficile ricominciare a gustare il piacere dei sentimenti confrontandosi con le emozioni degli altri. Una
lezione di futuro che Jenna impartisce a se stessa, in nome della maternità, liberandosi del marito e troncando il rapporto
con il suo dottore, invitato a tornare dalla moglie perché è bello e giusto poter condividere l’affetto con chi dispensa
rispetto e amore.Commuove non poco che il testamento involontario di Adrienne Shelly, sceneggiatrice e regista di questo film minimalista elegantemente ironico e pudico, sia l’invito a coltivare il rispetto delle passioni e la sostanza della interiorità propria insieme a quella altrui. E commuove perché Adrienne non potrà più regalarci un’altra delle sue ricette, travolta dall’improvvisa irruzione del male sottile dell’alienazione, quel male che film come il suo tentano continuamente di esorcizzare. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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