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Volver1h 59'
Regia: Pedro Almodòvar Di che cosa si nutre un autore fantasioso, ironico, iconoclasta come Almodòvar? Naturalmente, si nutre di cinema, di tutto il cinema ma soprattutto di quello
"mitologico" di genere (il noir, il melò, etc.). E questo perché un autentico visionario come lui è innanzi tutto uno spettatore appassionato, un mangiatore di film,
esattamente come lo erano gli indimenticabili maestri del passato. Così è possibile vedere un Almodòvar con la stessa emozione intensa dispiegata quando ci troviamo
di fronte ad una soap ma con una consapevolezza maggiore, con un divertimento intellettuale che ci libera le testa e i sensi. Cinema sensuale, quello del prolifico
cineasta spagnolo, come lo erano i film di Hitchcock e Buñuel (ricordate le citazioni spiazzanti di Estasi di un Delitto contenute in un piccolo capolavoro
d’ironia come Carne Tremula o i misurati richiami de L’Uomo che Sapeva Troppo in La Mala Educaciòn?). Per Almodòvar,
nonostante il predominio televisivo che ha deprezzato il valore delle immagini, è ancora il cinema a farla da padrone per quanto concerne il nostro comune immaginario.
È il cinema che veicola le emozioni forti, che dà valore alle icone e alle tendenze culturali del nostro tempo facendocele apparire ancora vive. Seduti davanti al grande
schermo abbiamo ancora la possibilità di rigenerarci con la catarsi del sorriso e delle lacrime, attraverso i volti allusivi ed intensamente umani degli attori e delle
attrici. La Bette Davis evocata in Tutto su Mia Madre è il simbolo delle resistenti possibilità dell’emozione binaria che il cinema sa
ancora procurarci: cervello e cuore, passione e riflessione. Rispetto alle sue prime, clamorose prove, Almodòvar ha imparato a provocarci sempre più sottilmente. Il
suo cinema è diventato più fluido e fenomenologico: basti vedere il poco ricordato Il Fiore del Mio Segreto dove si parla di dolore e desiderio usando lo stesso
disincanto che Rossellini animò per il suo memorabile Viaggio in Italia (la scena dell’abbraccio tra la folla che richiama quella, mitica, tra Sanders e la Bergman
non è solamente un omaggio al grande autore).
La suggestione del grande cinema italiano, quello dell’epoca forte coi suoi irresistibili ritratti di donne, è ben presente in quest’ultimo teorema almodòvariano, Volver
(che significa "tornare" per rivivere), presentato in concorso a Cannes e subito arrivato con successo nelle nostre sale. Uno sguardo appassionato ed ironico sull’universo
femminile segnato, fin dall’inizio, da una condizione climatica molto mediterranea, da un vento caldo che spazza via le foglie dalle tombe di un cimitero dove molte vedove
sono intente a pulire le lapidi. Capiamo subito che della morte vuole parlarci Almodòvar e, insieme, di quella breve festa che è, che può essere, la vita.Siamo in un villaggio della Mancha (luogo di origine del cineasta ma anche di Don Chisciotte e l’azione poi si sposta a Madrid) dove soffia il vento della pazzia, il solano che alimenta gli incendi dei boschi, che favorisce il mutare scomposto delle pulsioni. Per Raimunda (una Penelope Cruz qui alla sua più intensa prova d’attrice) la quotidianità è sinonimo di palpabile sofferenza: un lavoro duro, un marito disoccupato, una inquieta figlia adolescente (la giovane ed assai espressiva Yohana Cobo), il tutto da affrontare con quella forza impastata di fragilità che solamente le vere donne sanno esibire. La sorella di Raimunda, Sole (la Lola Dueñas vista in Mare Dentro di Amenàbar), si barcamena anch’essa, dopo l’abbandono del marito, gestendo un’attività di parrucchiera dentro casa. Alla triste, solitaria, malata Augustina (Blanca Portillo che è la vera rivelazione di questo film) spetta il compito di comunicare a Sole la morte dell’anziana zia Paula (Chus Lampreave). Raimunda, pur essendo molto legata alla vecchia, non può andare al suo funerale perché, nel frattempo, la figlia ha ammazzato con una coltellata il padre che la molestava. Raimunda svolge lo stesso macabro compito di Carmen Maura in Che Ho Fatto Io per Meritare Questo?!, rinchiudendo (per vendetta postuma scopriremo poi) il cadavere del marito in un congelatore, questa volta appartenente ad un ristorante che le è stato affidato dal proprietario. Ma ecco che dopo il funerale della zia Paula, arriva a concretizzarsi il fantasma della madre di Raimunda, morta alcuni anni prima in un incendio assieme al marito, lo stesso giorno in cui scomparve la madre di Augustina. Così ritroviamo, invecchiata ma sempre splendida, una Carmen Maura che non incontrava più Almodòvar dai tempi di Donne sull’Orlo di una Crisi di Nervi: il suo è un personaggio di fantasma simile a quelli di Bergman, davvero fin troppo concreto (e il film ci racconterà più avanti della sua consistenza). L’intrigo è di quelli aggrovigliati (si scioglierà tutto a poco a poco, coi suoi risvolti anche incestuosi), da romanzo rosa con venature da letteratura sudamericana,
con lacrime e sorrisi, con colpi di scena che si avvicendano morbidamente ma che funzionano (è bene sottolinearlo) solo da pretesto. Perché Volver ci parla di famiglie
terribili, di morte, di peccato e di redenzione con esibita nonchalance e Almodòvar, da umorista consumato, utilizza il plot per concentrarsi sui particolari, sul ritratto
psicologico della sua ideale galleria di donne allo sbando capaci (solo esse, perché gli uomini in un’epoca come la nostra, non possono che farsi da parte, deboli e sconfitti)
di un riscatto luminoso. Per il cineasta spagnolo l’anima femminile sembra non avere segreti ed egli riesce ad esplorarla con ammirevole acutezza, con una grazia speciale. Basti
vedere come ha costruito il personaggio della Cruz che incarna le qualità di molte eroine del cinema italiano che fu: la camminata ad esibire le forme giunoniche di fianchi e
glutei prosperosi (qui corretti dall’ausilio di cuscinetti rinforzanti strategici) ricorda quella della conturbante pizzaiola di Sophia Loren ne L’Oro di Napoli; il taglio
di capelli è uguale, invece, a quello dell’ammaliante Claudia Cardinale ne La Ragazza con la Valigia di Zurlini. E poi, come dimenticare, la Cruz che interpreta Volver,
una canzone scritta da Carlos Gardel, anche se la voce non è la sua ma di Estrella Morente (nome evocativo dello spirito del film e questa sembra una coincidenza alla Kieslowski),
anche se la stessa canzone è utilizzata dall’ultimo Kaurismaki di Les Lumières du Faubourg (anch’esso presentato a Cannes). Ma questo personaggio della bella Penelope,
così solida ed ambigua e funambolica, così innocente e perversa insieme, così appassionatamente femmina, ci ricorda soprattutto quello di Joan Crawford ne Il Romanzo di Mildred.
Che bel regalo le ha fatto Almodòvar per il suo complotto di famiglia che evoca quello di Hitchcock e che ha un retrogusto grottesco da Congiura degli Innocenti! Sembra
che alla forza terrestre ed irresistibile della natura femminile, questo Volver magnificamente scritto e diretto, voglia affidare il destino della specie umana. L’utopia
della Storia, gestita alla maschile, non ha fatto altro che consumare orrori: dalle sue macerie risorge, come una fenice (la metafora dell’incendio è chiara!), la donna, un po’
Giovanna D’Arco e un po’ Lady Macbeth, a cui spetta il compito di gestire i miracoli quotidiani preparatori di un nuovo corso della Storia, forse da giocare sulla forza della debolezza,
sulla grazia del sogno liberatorio.Ecco perché nella sua ammirevole sonata di fantasmi reali, Almodòvar allude direttamente al cinema nel cinema (una troupe lavora fellinianamente nei pressi del luogo dove si consumano gli eventi) citando direttamente le sequenze di un film di Visconti, i primi piani di quella splendida creatura mitologica che è stata (che sarà sempre) la Anna Magnani di Bellissima: la madre per antonomasia capace di far rigenerare i propri figli e che, dopo averli "divorati", li lascia liberi di girare per il mondo. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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