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La Volpe e la BambinaLe Renard et l’Enfant - 1h 36'
Regia: Luc Jacquet C’è ancora bisogno di osservare il mondo con lo sguardo di chi la vita sta ancora imparando
a percepirla. A dieci anni ogni scoperta si carica di un particolare valore epifanico che nasce dal desiderio naturale e purissimo
di un confronto: a quello che appare, rivelandosi nel suo impenetrabile mistero, si vorrebbe attribuire un nome. Quella dell’adolescenza
è innanzi tutto l’età dello stupore. Ed è un privilegio ormai di pochi quello di cominciare a leggere le cose confrontandosi
non coi panorami ingorgati della contemporanea civiltà urbana bensì con quelli, ancora incontaminati, della Natura selvaggia.
Così l’incanto si trasforma in inquietudine svelando l’armonia irregolare e frastagliata che governa la Realtà.Capita alla piccola interprete, dolce (ma non leziosa) e dotata di graziose lentiggini, di poter alimentare la propria ansia di conoscenze incontrando una volpe, il cui sguardo furtivo incrocia durante una passeggiata nella foresta: per lei quello diventa il dominatore incontrastato del luogo, principe selvaticamente fiero del proprio potere, animalesco viatico per un faccia a faccia con la dimensione altra di quel nuovo mondo. Da questo spunto si sviluppa La Volpe e la Bambina, la nuova impresa del documentarista Luc Jacquet, premio Oscar per il fortunato La Marcia dei Pinguini. Dai ghiacci dell’Antartide agli anfratti reconditi ed ammalianti dei boscosi paesaggi dell’Ain: per il regista, questa incursione nei territori della fiction segna pure un ritorno alla regione natale (l’Ain, appunto) assieme agli altri meravigliosi scenari naturali dell’altopiano del Retord e del Parco nazionale dell’Abruzzo, le indovinate location del film. Come la precedente, anche questa è la storia di un apprendistato condotto dalla Natura: lì era il pinguino che si appropriava del suo status d’imperatore, qui è la piccola protagonista che progressivamente scopre il fascino e le asprezze di foreste, laghi e montagne coi loro codici segreti ed illuminanti. E’ una fiaba partorita dalla fantasia di Luc Jacquet, che l’ha adattata, in sede di sceneggiatura, con la complicità di Eric Rognard. Una lezione sulle capacità percettive e su quelle di adattamento, da parte della natura umana che si conforma ai cicli delle stagioni ed all’asprezza insidiosa degli elementi in un divenire incessante qui sottolineato dalle screziature cromatiche che regalano continuamente ai paesaggi la possibilità di sorprendenti metamorfosi, ad incontrare l’estasi di uno sguardo infantile inteso come testimonianza della incontenibile disposizione di ogni creatura nei confronti della Bellezza, l’attimo che dispone la visione estetica ad incidere, come magico riflesso, la superficie stessa della coscienza. La Bambina senza nome, incarnata con i tutti i suoi timori e stupori della brava Bertille Noël-Bruneau, abita una casa che
ricorda quella della mitica Heidi e del mieloso orsetto Winnie the Pooh: fascino di una rusticità senza tempo, il cui paesaggio
rimanda all’intenzione del Bosco dei Cento Acri dei racconti di Alan Alexander Milne (1882–1956) che proprio di Winnie e dei
suoi deliziosi comprimari è stato il demiurgo. A seguire l’autunno del fatale incontro, segue il severo inverno debitamente
innevato. La piccola, immobilizzata da un infortunio alla gamba, si sente prigioniera della propria costrizione casalinga. La
Volpe, invece, prova a difendersi dagli aspri rigori meteorologici assecondando la propria femminile natura che la conduce a
cercare l’amore: un afflato risolto nella lotta per l’affermazione di un primato d’affezione, un approccio tenero quanto selvaggio
che trova compimento nella sequenza notturna di una fuga dove l’animale è inseguito lungo i confini di un regno naturale che
evoca i ritmi e le poetiche geometrie dei grandi classici dell’infanzia, i romanzi del sommo Jack London prima di tutto. Con
l’arrivo della primavera, tutto sembra sciogliersi, insieme alla neve, nel desiderio di nuove sintonie ed inedite rivelazioni:
si racconta così la nascita dei cuccioli volpini che la neo–madre protegge nel suo rifugio regalando un calore esaltato dalla
pudica contemplazione, a macchina da presa ferma, in una tenera sequenza di risvegli e sommovimenti minimali indicanti una
trepidante partecipazione.Anche la Bambina, ormai liberatasi dal proprio handicap, ha l’occasione di alimentare, in esoterica consonanza col brillio naturale invaso da nuova luce, l’incontro iniziatico con la sua Volpe disposta, non senza qualche riottosità, a farsi accarezzare. Ma quel paesaggio mitologico elabora le sue insidie più minacciose ed alla protagonista capita pure di perdersi nelle notturne escrescenze spettrali di ombre incombenti e voci sinistre che sono l’organico singulto del lato oscuro di quei luoghi inesplorati. E’ la temperatura di una paura atavica ad alimentare la naturale dialettica dei pieni e dei vuoti, riflesso suggestivo di un
vivere che si riappropria dei suoi tempi e dei suoi spazi originari, all’interno di uno scenario immaginifico esaltato dal tono
impressionisticamente lavorato dell’efficace fotografia di Gérard Simon (in collaborazione con Eric Dumage e François Royet),
osservatore attento e sensibile che sa cogliere le mutazioni climatiche connettendole a quelle psicologiche.
Il regista Luc Jacquet, del resto, sembra aver ben compreso le possibilità, non solo didascaliche o moralistiche, che ogni fiaba
deve saper imporre. Il suo è un cinema di percezioni che si mutano in appercezioni, dove lo stupore serve ad indicare il valore
di una condizione naturale che il genere umano non può permettersi di smarrire. Anche la colonna sonora partecipa a questa
progettata intenzionalità, eticamente assai pregnante, che il film propone, sottolineando i passaggi emotivi di questo percorso
di reciproca conoscenza con brani elegiaci, ora lievi ora drammatici, che si devono alla perizia di Evgueni Galperine, Alice
Lewis e David Reyes.La Volpe e la Bambina ha il dono di echeggiare la grazia speciale delle fiabe di Jean de La Fontaine, restituendoci la colorata suggestione dei classici Disney (come L’Incredibile Avventura del 1963 dove due cani e un gatto ammaestrati si confrontavano con la Natura dominante, o come il sempiterno Bambi). In questo racconto fuori dalle minimalistiche coordinate spazio–temporali, la Bambina diviene archetipo d’infanzia, spinta ad inoltrarsi nel fascinoso mistero di un’amicizia possibile, disposta a superare gli inciampi e i traumi di un vorticoso divenire naturale che le regala momenti di puro gioco (come quando si diverte con le rane che sguazzano veloci sotto la superficie dell’acqua in una scena che esalta la componente sinfonica dei ritmi naturali) assieme a tesissimi istanti di drammatica sospensione (come quando si ritrova immobile di fronte ai lupi che hanno circondato la sua Volpe – a cui lei dona il nome di Titou – e trova il coraggio di produrre un urlo in grado di farli fuggire). Così va compiendosi il ciclo di una crescita progressivamente consapevole, un cerchio che si chiude seguendo il filo sottile della voce fuori campo (in italiano, quella di Ambra Angiolini che doppia l’Isabelle Carré dell’originale), svelando nel finale la piccola ormai cresciuta e madre di un bambino, al quale racconta la storia prima della buonanotte. Non ci resta che ringraziare Luc Jacquet e il suo stile che non indugia in inutili zuccherosità da repertorio "per ragazzi" ma che ci fa sentire più adulti a confronto con questo poemetto sull’assoluto naturale, capace di farci identificare con lo sguardo regale di una volpe, costringendoci ad assumerne l’irresistibile dignità. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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