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Volevo Solo Vivere1h 18'
Regia: Mimmo CaloprestiAd Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento... Francesco Guccini: La canzone del bambino nel vento (Auschwitz) Al cinema basta uno sguardo per raccontare il dolore di una intera comunità di uomini. Quando poi questo dolore è il riflesso della Storia,
la conseguenza di un progetto di morte, della pianificazione, lucida e implacabile, di una volontà devastante, allora basta un primo piano ad evocare l’epica dimensione
del Male assoluto. Gli sguardi delle vittime, contrapposti a quelli dei carnefici, possiedono una grazia infantile, rivelando la concreta fragilità dell’essere. Nel manifestare
un insopprimibile, naturale attaccamento alla vita, quando la minaccia della morte si fa concreta, questi sguardi esprimono la fatalità di un’epoca nella quale, per citare
un filosofo, "solamente un Dio ci può salvare". Abbiamo conservato la memoria di quell’incarnazione d’innocenza che è il piccolo Gyuri, protagonista di Senza
Destino, il toccante e coinvolgente film di Koltai. E la stessa qualità emotiva la ritroviamo nell’evidenza documentaria di un’addolorata testimonianza, quella dei nove
italiani reduci da Auschwitz le cui storie sono raccontate con appassionato pudore dal regista Mimmo Calopresti in Volevo Solo Vivere, piccola e meritevole impresa sorretta
dalla prestigiosa produzione di Steven Spielberg che ha messo a disposizione del nostro autore i preziosi archivi della Shoah Foundation, l’imponente cassaforte della memoria di
un orrore gestito con modalità imprenditoriali, con l’efficiente tracotanza di chi voleva imporre l’assurda ideologia di una superiorità razziale e non ha fatto altro che rivelarci
fino a quale punto può spingersi la banalità del male.Ed è proprio nel giorno della memoria, il 27 gennaio di quest’anno, che Volevo Solo Vivere è uscito in poche sale, con una distribuzione insufficiente che ha impedito un’adeguata diffusione di quest’altro importante capitolo dell’epopea tragica dell’Olocausto. A togliere il film dall’oblio non è bastato l’apprezzamento della critica e del pubblico di Cannes, dove è stato presentato Fuori Concorso. Il vero miracolo, ci dice Calopresti, è che questi sopravvissuti abbiano conservato qualcosa della loro innocenza, dopo che la loro gioventù è stata consegnata alle implacabili regole del tormento: la lucidità con la quale, da testimoni, riescono a rievocare gli episodi più drammatici della loro esperienza, è la prova del grado di resistenza che la natura umana riesce a manifestare. Luciana Momigliano, ottantenne vigorosa, prova a restituirci il senso e il sentimento della sua discesa agli inferi, prigioniera in uno di quei famigerati treni della morte che la condussero ad Auschwitz, parlandoci con superiore consapevolezza di "un viaggio verso la vita, non verso la morte". Parole che rimandano a quelle del capolavoro letterario dell’ungherese Imre Kertèsz, "Essere senza destino", che ha ispirato il recente film di Koltai. Parole di afflato e di passione per la vita, utili a far comprendere la dimensione estrema della "felicità nei campi di concentramento" descritta da Kertèsz, il paradosso vertiginoso capace di mutare il significato di un orrore supremo convertendolo in un segno di speranza, quella speranza a cui le vittime si aggrapparono anche quando il fumo nero dei forni sporcava la neve bianca dei campi. Volevo Solo Vivere si apre mostrandoci le immagini, tratte dall’archivio dell’Istituto Luce, di Mussolini a Trieste quando, nel ’38, proclamò l’italica adesione alle leggi razziali
già messe in atto dall’alleato germanico. Quella fu la fine di ogni illusione di neutralità per gli ebrei italiani. Fuggire sembrava impossibile, eppure non furono pochi quelli che cercarono
di sottrarsi alle retate degli aguzzini. Calopresti lascia spazio al racconto di Settimia Spizzichino, una signora romana arrestata il 16 ottobre del 1943 assieme al resto della famiglia:
inutile fu il suo tentativo di fuga, suggerito dalla più giovane sorella Giuditta, riparandosi nell’ultima stanza del proprio appartamento, lasciando aperta la porta per non destare sospetti.
Anche per la milanese Liliana Segre, all’epoca tredicenne, la speranza di averla scampata durò fino a quando venne fermata da un ufficiale svizzero. È appassionante assistere a queste ricostruzioni,
a questi rigurgiti di emozioni mai completamente sepolte, il tutto affidato alla narrazione di particolari, frammenti di azioni ed emozioni che indicano la misura, forse irrappresentabile,
di un dramma nello stesso tempo privato e collettivo. Tra le testimonianze più impressionanti c’è quella del fiorentino Nedo Fiano, che quando finì ad Auschwitz aveva 18 anni, costretto a
stare in piedi al gelo per ore, privato delle sufficienti razioni di acqua e cibo, ridotto a lavare i vagoni con i rifiuti delle vittime suoi simili. Altro momento assai intenso è l’evocazione
di quella sorta di simbolo della malvagità applicata ad una grottesca concezione scientista incarnato dal dottor Josef Mengele (lo interpretò Gregory Peck ne I Ragazzi Venuti dal Brasile)
fino al recente My Father di Egidio Eronico, attraverso l’allusivo personaggio di Charlton Heston: la signora Settimia ha incrociato lo sguardo determinato di quel criminale, che provò
a coprire il suo sadismo con le ragioni di dissennati esperimenti chirurgici, quando si è ritrovata ad essere la cavia di un particolare trattamento antiscabbia. Shlomo Venezia rievoca poi
la terribile esperienza nel Sonderkommando, quando vide il cugino Leone avviarsi verso il martirio, vittima dell’ormai paradigmatica procedura delle camere a gas mascherate da docce ristoratrici.
La descrizione di questi rituali di morte ormai conosciuti ed infinite volte messi in scena, conserva una sua clamorosa concretezza: le parole funzionano più delle immagini proprio perché conducono
la verità del vissuto e provocano fino allo spasimo la nostra ansia di conoscenza senza mai esaudirla.
L’emozione dei condannati ad una morte ingiusta e pretestuosa possiamo solamente immaginarla, in una sorta di trasmigrazione dell’esperienza: documenti come questi sono un rituale necessario a prendere atto dell’ammonizione suprema rispetto al male che esiste e che bisogna continuare a combattere. Il pregio del film di Calopresti è nella misura con la quale questo rituale viene compiuto: una serie di fotografie in bianco e nero, reperti familiari di vite interrotte, introducono ogni testimonianza, mentre altre immagini dello sterminio e dello scempio dei corpi sacrificati sull’altare dell’ideologia nazista servono ad evocare il vergognoso apice di una delle più infamanti guerre inutili che la Storia ricordi. La memoria degli orrori vissuti da parte di questi nove italiani è soprattutto l’occasione per riproporre alcune domande fondamentali, i nodi mai sciolti di questioni filosofiche legate alla Shoah su cui si sono esercitati sommi pensatori. E se di recente perfino la Chiesa, attraverso l’autorevole parola di Papa Benedetto in visita proprio ad Auschwitz, ha agitato come necessaria la domanda sul silenzio di Dio di fronte a tanto scempio, alcune più laiche riflessioni non hanno smesso di ribadire la componente "umana" di tanta disumanità. Per tale motivo, testimonianze come quelle presenti in Volevo Solo Vivere superano i motivi della semplice necessità documentaria e diventano l’occasione per dare consistenza alla nostra sensibilità di esseri sociali, di cittadini dell’Occidente offeso. Quei volti, quegli sguardi ci implorano di non dimenticare. Ci impongono la misura di una verità superiore, di un imperativo morale che passa attraverso l’attivazione della memoria. La memoria infinita di chi è sfuggito alla morte fisica ma ha subito l’indelebile offesa di privazioni insopportabili non può che diventare la nostra memoria. Una esperienza da affrontare con lo stesso coraggio con il quale queste donne e questi uomini, nostri concittadini, hanno elaborato, con esemplare consapevolezza, l’orrore che hanno visto e vissuto. Lo hanno fatto in nome dei tanti innocenti le cui parole non sono mai arrivate, dei 230 mila bambini che non hanno avuto il tempo necessario di affacciarsi alla vita perché vittime della sadica architettura di una insulsa, diabolica utopia. C’è una frase in Volevo Solo Vivere che, verso il finale, sintetizza l’unica logica possibile di questa esperienza: "Da Auschwitz si esce con le gambe ma si resta con l’anima". Dare corpo all’anima di queste vittime, dare peso alle parole dei sopravvissuti: condividere l’impegno di Calopresti e della sua opera (che gli è costata mesi di intenso lavoro ad indagare e ricostruire con sottile coerenza il suo pamphlet) significa partecipare, non solo con l’emozione, alla constatazione di quell’incubo a cui può ridursi l’umano vivere quando la Storia si fa complice dell’insano desiderio di potere da parte di un gruppo di abili criminali capaci d’imporre, con la tirannia, la propria volontà di dominio. Un pericolo che ancora oggi, come sempre, continuiamo a correre tutti, nessuno escluso, in qualunque parte del mondo. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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