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La Terra dei Morti ViventiLand of the Dead - 1h 32'
Regia: George A. Romero Gli zombi hanno ormai preso possesso del nostro mondo, e avanzano lenti ma inarrestabili, guidati dal ricordo della loro umanità, e da un’insaziabile
appetito di carne umana. I pochi sopravvissuti si sono rintanati in città difese dal filo spinato e da eserciti mercenari. All’interno, i poveri vivono in strada tra mille
difficoltà mentre i ricchi hanno ricreato un mondo privilegiato verticale e verticistico, esercitano potere, guadagnano, sfruttano le perversioni altrui. Ma gli zombi hanno
ormai coscienza di sé, e basterà poco per farli arrivare all’interno di questo mondo protetto: quello che ignori, che non vuoi conoscere, finirà per divorarti. Letteralmente.Questa, in poche parole, il semplice e allo stesso tempo geniale assunto di La Terra dei Morti Viventi, che trasforma la celeberrima trilogia degli zombi romeriana, dopo vent’anni, in una tetralogia. E se ne sentiva davvero il bisogno, di questo film. Nel 1985 Il Giorno degli Zombi lasciava aperte molte domande, che oggi trovano una risposta. E grazie al cielo George A. Romero, a 65 anni, è tornato a mostrare la differenza, alle giovani generazioni, tra i remake dei suoi film e l’opera originale. Intanto affonda le mani e i denti nelle viscere senza paura di sporcarsi, né di incorrere in divieti. Nei film di zombi l’insistenza sul particolare gore non è fine a se stessa, ma rafforza la metafora di cui questi underdog dell’universo teratologico sono portatori. Coloro che in vita sono stati vittime di un sistema di sfruttamento inumano, deprivati della loro stessa umanità, divorano adesso coloro di cui sono pallidi simulacri, e forse mangiando le loro carni, come in un rito cannibalico, si appropriano della loro essenza. Nell’universo romeriano l’unica massima è sempre stata: "gli zombi siamo noi": Ecco dunque fin da Zombi i morti viventi mostrare un pallido riflesso di umanità, quasi costretti a ripetere all’infinito i gesti che li definivano da vivi. Eccoli sulle scale mobili del centro commerciale, in un luogo che per loro era importante: metafora estrema delle masse sfruttate dal capitalismo neoliberista, la cui funzione principale, se non l’unica, è acquistare e consumare. Ne Il Giorno degli Zombi Bub, lo zombi sottoposto a esperimenti da parte di uno scienziato pazzoide, dimostra di avere coscienza di sé. Adesso le masse dei paria, degli esclusi, dei puzzolenti - come vengono chiamati nella versione originale -, si uniscono sotto la guida di un leader, e vanno in cerca della loro terra promessa. Tra i ribelli umani, i poveracci e gli zombi, la solidarietà è inevitabile: "lasciali stare" - dice il leader dello sparuto gruppetto di eroi controvoglia nel finale, quando uno dei suoi sta per sparare agli esseri che hanno preso possesso della città. - "vogliono solo un posto in cui stare". Certo, non siamo più negli anni Settanta, e le metafore vanno esplicitate, soprattutto per il pubblico americano, ormai zombificato da vent’anni di cibi precotti e rimasticature di celluloide mal digerite. Questo potrebbe togliere forza al film, ma l’intelligenza di Romero è tale che è proprio l’aspetto formale a contrastare il rischio del troppo ovvio. La Terra dei Morti Viventi è sicuramente, da un punto di vista tecnico, il miglior film di George Romero. E’ un film dark, perché ambientato e girato di notte. La notte tessuto dell’incubo, di un mondo senza sole e senza gioia, in cui l’unico imperativo è sopravvivere per alcuni, affogare ogni pensiero nel vizio per altri. E’ un film in cui, pur mancando la magia degli effetti di Tom Savini, Greg Nicotero non abusa del digitale e inventa zombi, assalti e morti davvero spettacolari. In più Romero non ignora quello che c’è stato nel genere in questi vent’anni: ci sono echi della migliore letteratura horror, ad esempio la suggestione di un bellissimo racconto di Joe Lansdale, "Nel deserto delle Cadillac col popolo dei morti" nella sequenza delle persone buttate in una gabbia a combattere con gli zombi, o dell’uso perverso che viene fatto di questi ultimi. Ci sono rimandi a un grande maestro dell’assedio come John Carpenter. Ma c’è anche la riappropriazione di un genere con tutta la forza di idee e lo spessore di chi ha infuso vita a una creatura morta. Vedendo questo film si capisce perché Romero è considerato il padre degli zombi. Perché riesce a rappresentare in questa antica figura lo spirito del tempo in cui
ambienta i suoi film. Perché lo zombi non è un vuoto involucro che fa paura per l’intrinseca crudeltà delle sue azioni, ma è un portatore di istanze che minacciano la società.
E’ impossibile non vedere nelle masse di morti del film - che a un certo punto emergono dalle acque come un capitano Willard moltiplicato all’infinito che va a uccidere il suo Kurtz
-, tutti i diversi, i profughi, gli immigrati, gli stranieri, i mussulmani, quelli che preferiamo non vedere, che non conosciamo, che ci fanno paura, che vogliamo fuori dal nostro mondo,
emarginati perché minacciano uno stile di vita che l’Occidente ha sempre considerato l’unico possibile. La società americana e mondiale che si sente sotto assedio è rappresentata
nel film grazie ad immagini di grande forza evocativa: la torre in cui si arroccano i potenti, il boss presidente la cui avidità finirà per perderlo, il veicolo blindato che protegge
le incursioni esterne dei procacciatori di beni materiali, il filo spinato elettrificato che non è, scopriremo, una difesa dall’esterno, ma una trappola mortale.Siamo tutti rinchiusi in un lager: a noi la scelta se morire con dignità, abbattere le barriere, o finire sbranati da quello che abbiamo scelto di ignorare, e che non siamo preparati ad affrontare. Ma non è del tutto cupa, la favola di Romero, intrisa com’è della consueta ironia del regista di Pittsburgh. Esalta l’appassionato l’attesa apparizione di un Tom Savini zombi, consola l’inguaribile ottimista la probabile storia d’amore tra losers, e il pensare che c’è un posto dove andare, fosse anche solo il Canada, per fuggire da tutta questa follia. Un somewhere over the rainbow, come cantava Dorothy nel Mago di Oz, o il somewhere dei due amanti condannati di West Side Story. Non stiamo gridando al capolavoro, ma parliamo di un film coraggioso, commovente per certi aspetti nel suo essere volutamente controcorrente e nel chiederci di ragionare con la propria testa. Al tempo stesso si tratta di un film divertente e pieno di tensione, cui forse nuoce la sbrigatezza di certi passaggi (più che un sospetto c’è la certezza che si sia girato molto di più di quanto è stato montato), come il brusco inserimento di alcuni personaggi, tra cui quello di Asia Argento, e il mancato approfondimento di altri. Ma proprio il cast è uno dei punti di forza del film, dal hijo de puta John Leguizamo al rumsfeldiano Dennis Hopper in un ruolo fin troppo esplicito, da Asia Argento in una delle sue migliori apparizioni, al protagonista Simon Baker, un bello e buono che suscita la nostra empatia senza mai risultare scontato e stucchevole. La Terra dei Morti Viventi è il film che gli appassionati dell’horror intelligente stavano aspettando, che gli ammiratori di Romero speravano di vedere, e di cui possono sperare adesso di vedere un proseguimento. Adesso che gli zombi non sono più bambini e non si lasciano più abbagliare dai fuochi di artificio - altra splendida metafora del film - cosa potremo mai fare per impedir loro di prendersi quello che vogliono? E gli zombi, ricordiamolo ancora una volta, siamo noi. © 2005 reVision, Daniela Catelli |
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