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Don Vitaliano54'
Regia: Paolo Pisanelli Ribelle, no-global, zapatista, barricadero: stampa e televisioni gli hanno affibbiato le etichette più pittoresche. Parroco di Sant'Angelo
a Scala (seicento anime in provincia di Avellino), Don Vitaliano della Sala è uno dei preti più conosciuti in Italia, per le sue battaglie di pacifista senza compromessi,
l'impegno nella ricostruzione delle chiese in Irpinia dopo il terremoto, la solidarietà al movimento gay-lesbico durante il Giubileo, le azioni di disobbedienza civile al G8
di Genova... In perenne conflitto con il vescovo della sua diocesi e le alte gerarchie ecclesiastiche, fino alle minacce di sospensione a divinis, Don Vitaliano rinnova il pensiero
non conciliatorio di Don Milani: "L'obbedienza non è più una virtù". Con programmatica lucidità, Paolo Pisanelli mette in scena un'antologia di contrasti, di oppressioni del "grande" sul "piccolo": del Vaticano contro la parrocchia di paese, della città contro la campagna, della polizia contro i no-global, dei "normali" contro gli omosessuali, del primo mondo contro il terzo e il quarto, dei mass-media contro le realtà senza voce. E forse anche del cinema di finzione contro il documentario. Un potere fondato sulla disuguaglianza e prosperante sull'immobilismo. Minimo comune multiplo di questa ingiustizia globalizzata, punto d'incrocio di questi traumi, è la figura di un piccolo prete campano. Pisanelli rinuncia a scolpire un eroe per limitarsi a seguire una "guida", persona come tante che (forse senz'averlo mai desiderato) si è trovata a concentrare su di sé lo spirito di un'epoca. Per questo, il vero fulcro
del documentario non risiede nel suo protagonista, bensì nello sfondo che il regista pone di volta in volta alle sue spalle: i vicoli di Sant'Angelo e i viali turbolenti di Genova;
gli allegri bambini della parrocchia e le sfilate del Gay Pride a Roma; i ragazzi sanguinanti che emergono dal buio della Scuola Diaz, e il Gesù Bambino che il prete frantuma
simbolicamente in tanti pezzi e dispone davanti all'altare della chiesa. Spazi-tempi distanti e inconciliabili, ma sui quali spicca come una luce l'indomabile sorriso appena
abbozzato, tra sereno e triste, di Don Vitaliano. Le due grandi virtù di Pisanelli si chiamano: condensazione (montaggio sapiente che comprime ore e ore di girato) e parallelismo (correlazione tra eventi diversissimi). E il risultato è che Don Vitaliano non contiene una sola inquadratura innocente: ogni immagine ha la sua motivazione, il suo messaggio, la sua vena polemica, il suo sottofondo ironico. Una tecnica che esplodeva estroversa nei suoi precedenti lavori, veri e propri affreschi di satira sociale: Roma A.D. 999 (la fabbrica di allestimento del Giubileo) e Roma A.D. 000 (il ciclone del Gay Pride nella Città Eterna). Meno "divertente", più sommesso, Don Vitaliano è cinema di pedinamento. Viaggio in Italia, anno di disgrazia 2001. © 2003 reVision, Dante Albanesi |
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