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Vincere2h 09'
Regia: Marco Bellocchio La Storia è per Marco Bellocchio un laboratorio dell’immaginario. Letteratura, teatro, arti figurative, musica:
il passato diviene fonte d’ispirazione per analisi socio–politiche capaci di riflettersi sui nodi della contemporaneità, ma
anche un’occasione per sperimentare il colloquio tra lo specifico cinematografico e le altri arti. Evidente è l’ispirazione
musicale che permea tutta la produzione del regista piacentino, il suo trasparente ed emotivo rapporto col melodramma (la
verdiana "Traviata" di quell’autobiografico viaggio alla ricerca delle proprie origini che è Addio del Passato), così
come rimarchevole è l’attenzione alla dimensione pittorica utilizzata per connotare ambienti e personaggi oppure come pregnante
elemento della costruzione drammaturgica del film. Sono tutti segni, questi, che ritroviamo nell’ultima fatica di Bellocchio,
impegnata nel recupero della lingua stessa del melodramma. La Storia appare trasfigurata in Vincere, trasposizione che
mette al centro il controverso personaggio di Ida Dalser, conosciuta come l’amante del giovane Benito Mussolini da cui ebbe un
figlio, Benito Albino, essendosi unita a lui in un probabile (ma non documentato) matrimonio religioso nel settembre del 1914.
L’emblematica vicenda privata è trasformata in una politica metafora delle perverse ragioni del Potere dando lustro a questa
pellicola, unico titolo italiano (ma non premiato) all’ultima edizione del Festival di Cannes.Vincere prende spunto dal bel documentario televisivo (messo in onda anni orsono), "Il Segreto di Mussolini" di Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli, e da documentati saggi come "La moglie di Mussolini" di Marco Zeni e "Il figlio segreto del duce" di Alfredo Pieroni. Ma solamente di spunti per l'appunto si tratta, visto che, nel ricostruire il tragico calvario della protagonista, Bellocchio e la sua fidata complice Daniela Ceselli costruiscono una sceneggiatura veloce e fin troppo densa di spunti e di rimandi che conferisce un’aura teatrale ed una cornice aberrata alla parabola esemplare, con il contributo della splendida colonna sonora composta da Carlo Crivelli, utile ad esaltare il tono melodrammatico dell’intera operazione. Decisa nel dare una sovraesposizione espressiva al film, la fotografia di Daniele Ciprì incappa in un difetto d’estetismo, assecondando simbolismi e metonimie, infarcendo il gioco dei cromatismi così come il ricorso al bianco e nero dei documenti d’epoca esposto ad un viraggio un po’ troppo ricercato ed effettistico (si veda la scena all’ospedale dove il giovane Mussolini giace in un letto con una benda che copre le sue ferite al viso mentre si proiettano le sequenze di Christus, un film del 1916 diretto da Giulio Antamoro, che funzionano da ammonimento per i destini del crocifisso popolo italiano prossimo al tragico giro di vite della dittatura) oppure l’esercizio del pittoricistico chiaroscuro che avvolge i corpi nudi degli amanti. Pur preferendo, a questo, altre e più contenute indagini immaginifiche di Bellocchio, implacabile analista dei nessi vibranti e delle contraddizioni brucianti della nostra comune Storia (si pensi al terrorismo affrontato in chiave psicoanalitica ed esistenzialista del Diavolo in Corpo e di Buongiorno, Notte), riconosciamo in Vincere l’intenzionalità assai sincera di scovare, con coraggio e passione (due qualità che a Bellocchio non sono mai mancate), le profonde affinità che legano lo sviluppo di un’identità individuale alle pulsioni ed alle ragioni di un’intera collettività. Più che ad una paradigmatica anatomia di un dittatore da giovane, assistiamo dunque allo speculare, minimalistico confronto
del futuro duce con la sua Ida, simbolicamente elevata a rappresentare il ruolo di vittima della propria stessa infatuazione
amorosa (così come accadde agli italiani che prima amarono e poi, quando traditi, cominciarono ad odiare Mussolini). I due,
dopo un primo incontro a Trento, vivono i fatali sommovimenti della loro storia d’amore a Milano, mentre lui dirige il quotidiano
socialista l’"Avanti!", sviluppando nel contempo quelle idee che lo condurranno al decisivo strappo ideologico ed alla fondazione
del partito fascista. L’infuocata passione che travolge la giovane legandola al carismatico sovversivo è descritta in brevi
quanto esplicite sequenze. Ida arriva a vendere tutti i propri beni (l’appartamento assieme ai mobili e ai gioielli, il salone
di bellezza) per aiutare il suo Benito deciso a finanziare le camicie nere ed il giornale del nuovo partito, "Il Popolo d’Italia",
prima di partire per la Grande Guerra, sul fronte del Cairo, rimanendo ferito e ricoverato all’ospedale di Treviglio dove
conosce la crocerossina che diventerà la moglie ufficiale, Rachele Guidi (sposata con atto civile nel 1915 e con quello religioso
nel ’27). Alla figlia Edda, nata da Rachele nel 1910 (e considerata per un po’ di tempo illegittima), si aggiunge in seguito
un figlio "non riconosciuto", il Benito Albino partorito da Ida l’11 novembre del ’15. L’irresistibile ascesa al potere del
tiranno attiva letali meccanismi di rimozione e terremoti emotivi. Il "decoro di Stato" miete le sue vittime: il passato del
leader viene riscritto ad uso e consumo dei sudditi e Mussolini, a partire del 1929, scompare dalla vita della Dalser, donna
abbandonata che non intende rassegnarsi al proprio destino di esclusa. Dopo lo scontro con Rachele, avvenuto in seguito alla
scoperta del primo matrimonio "ufficiale", la donna lotta per affermare le proprie ragioni e per questo viene prima sorvegliata
e poi punita con la reclusione in un manicomio dopo essere stata separata a forza dal figlio che, ricoverato in un istituto
religioso, finirà per condividere la sua stessa tragica sorte. Undici anni di calvario alimentati solamente dall’illusione di
una possibilità d’affermazione del proprio diritto di donna e di madre: le lettere ora imploranti ora minacciose di Ida segnano
lo straziante percorso che la condusse dal manicomio di Pergine, vicino Trento, a quello di San Clemente fino alla morte avvenuta,
dopo inenarrabili sevizie, per un’emorragia cerebrale il 3 dicembre del 1937. Albino, dopo l’infanzia al collegio dei Barnabiti,
da adulto venne arrestato e condotto, nel 1936, prima nel manicomio di Mombello a Limbiate e successivamente nell’ospedale
psichiatrico di Milano, sottoposto a torture spacciate per terapie e lasciato morire nel suo "marasma psichico" (questa fu la
diagnosi dell’epoca) il 26 agosto del 1942. Il Duce ignorò sempre gli appelli della sua antica amante e permise che il suo
corpo, assieme a quello del figlio (riconosciuto dal padre l’11 gennaio 1916 nello studio del notaio Angelo Buffoni a Monza
ed in seguito denominato come Bernardi, dal commissario prefettizio di Trento scelto come suo tutore), venisse seppellito in
una fosse comune.
Giovanna Mezzogiorno restituisce al personaggio di Ida Dalser una speciale dignità tutta al femminile, la malinconia
e la rabbia dell’offesa esposta al ludibrio in nome della ragione di Stato: lo fa con sapiente pudore di attrice interpretando
con ispirata partecipazione scene pericolose come quella della commozione di fronte allo schermo dove si proietta Il Monello
di Chaplin o come la scena del suo affacciarsi dietro le sbarre nel manicomio ad assistere allo spettacolo della nevicata, di
fuori.Filippo Timi, rinunciando a un’adesione al ruolo del Duce da museo delle cere, incarna con geniale vigore l’essenza psicologica del proprio difficile personaggio: la sua è una performance simil–artaudiana che punta con estrema intelligenza sulla fisicità (si vedano le scene nelle quali l’erotismo amoroso si sovrappone a quello dell’ipertrofia narcisista consumata nel delirante, iniziale desiderio di potere) fino alla deriva finale nella quale l’attore è chiamato a incarnare Albino divenuto adulto mentre è invitato dai compagni a imitare gli eccessi espressivi del potente padre, in un liberatorio rituale straniato quanto grottesco. L’immagine del vero Mussolini appare di conseguenza in tutta la sua ineffabile "irrealtà" nei lacerti di repertorio mescolati alle sequenze di Vecchia Guardia di Blasetti, sublimato manifesto dell’ideologia fascista girato nel ’35. Tra i molti attori del film ricordiamo l’intensa Michela Cescon nell’impervio ruolo di Rachele Guidi, Piergiorgio Bellocchio nella parte di Pietro Fedele e il palermitano Fausto Russo Alesi (che aveva già diviso con Timi il set di In Memoria di Me di Costanzo) in quelli di Riccardo Paicher. Nel coniugare un’intensa prima parte, densamente cinematografica nel citare il ritmo stesso dell’energia "futurista" dell’epoca, ed una seconda più narrativa nell’accentuare le patetiche tonalità della vicenda, Vincere rivela una sua toccante fragilità da opera generosamente votata allo squilibrio. Bellocchio si conferma comunque uno dei pochi cineasti–artisti rimasti in campo nel panorama desolato della cultura italiana, cantore visionario di un minimalismo epico capace di estendere la forza della sua metafora fino alle soglie dell’attuale inferno governato dai nostrani ducetti nevrotizzati intenti a giocare la partita post–ideologica credendosi Napoleone o Mussolini. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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