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La Ville Est Tranquille2h 34'
Regia: Robert Guediguian Non c'è via di mezzo per Robert Guédiguian. La città di
Marsiglia, il quartiere Estaque in cui è nato, sono descritti con infuocata
passione. Tutto è sopra le righe: la politica, il sociale, la borghesia intellettuale,
il proletariato, i grandi temi dell'etica, l'aborto e la droga, il lavoro e il
crimine, l'economia del passato, le fabbriche, gli operai, la globalizzazione,
il melting pot etnico, l'emancipazione, la prostituzione, il razzismo. In
questa furiosa accumulazione di elementi i personaggi diventano semplicemente
gli strumenti per tracciare una salda morale. Morale evidente, dichiarata,
ostentata fino ad apparire inopportuna, rischiando di scivolare in ottuso
moralismo. Così va valutato con attenzione il percorso che il film sceglie per
tirare le sue conclusioni. Le storie che compone per ricavare le prove, il
momento favorevole per inserire la battuta, il dialogo chiave, o più
drammaticamente l'atto esemplare: il suicidio, l'omicidio di una figlia da
parte di una madre che per tutto il film è stata il punto di riferimento per
quella resistenza auspicata di fronte ad un ritratto così cupo e pessimista
della società occidentale alla fine del ventesimo secolo.
La struttura drammaturgica del film è costruita come cerchi concentrici, che oscillano, toccandosi, creando spazi comuni e nella diegesi s'incrociano improvvisamente personaggi diversi ai quali corrispondono storie parallele. È il pathos che aumenta in questo pedinamento multiplo dei personaggi, come se il triste gioco delle varie esistenze li costringesse ad inseguire un orizzonte indefinito. L'azione corrisponde al tentativo di superare il momento critico. Così l'operaio Paul preferisce abbandonare lo sciopero, prendere l'indennità di licenziamento e tentare l'indipendenza, pur addossandosi una montagna di debiti, con una licenza di tassista. Michèle, invece, appare ferma nel suo sacrificio. Lavora duramente alla catena di smaltimento del pesce, accudisce alla nipotina che la madre adolescente, sua figlia, pressoché annichilita dalla droga, ha abbandonato. La giovane, infatti, si prostituisce per racimolare la somma di denaro sufficiente alla dose giornaliera di stupefacente. Una coppia
borghese intellettuale, secondo il vecchio stereotipo, è stanca della propria
vita inutile ed ipocrita. Lui, architetto, s'illude ancora di avere un ruolo
nello sviluppo del paese, ma sottostà ai dogmi della globalizzazione. Lei,
invece, impara a guardare attraverso il punto di vista di un nero africano. Illuminante
il primo dialogo tra i due in cui Abderamane ricorda come può cambiare la
percezione del mondo in base ai ruoli che si rivestono. Quando si sono
conosciuti la prima volta lei era maestra, lui allievo. C'è anche l'ex amante
di Michèle, Gèrard - li vediamo peraltro nell'"insert"di un vecchio
film di Guédiguian, "Dernier été" -, che il tempo sembra aver
definitivamente indurito, bloccato in una monoespressione del viso, è un killer
disincantato della vita e sulla possibilità del genere umano di sottrarsi a una
maledizione che forse coincide con un destino oscuro.
Non c'è, in questo film, possibilità di articolare il pensiero, di elaborare dubbi, perché la conclusione del racconto, di tutte le storie che s'intrecciano, è fissata ad una rigida visione del mondo. La sfiducia, probabilmente definitiva, nel genere umano, nella sua intima forza di reazione alle condizioni brutali della sopravvivenza e all'insensatezza dell'esistenza in mancanza di una qualsiasi fede. Al contrario di certe analisi sociali-politiche più distaccate, come quelle di Ken Loach o Cantet, sembra che il cinema di Guédiguian sia sempre più dipendente da un particolare umore, da un sentimento affranto della vita umana che si traduce in immagini pose, primi piani che esaltano l'espressione di dolore sui volti dei personaggi e le panoramiche iniziali sulla città e la mdp che nel finale si stacca da terra per guardare dall'alto il giovane pianista, appaiono congiunte ad uno sguardo di remissiva commiserazione di un mondo cinico e indifferente. © 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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