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The Village

1h 48'

Regia: M. Night Shyamalan



DOG-VILLAGE. Stupendo quel cinema da cui sembra vietato fuggire. Che ti intrappola in un lembo di spazio ristretto e di tempo stagnante. Dove ogni passato è un’oasi in cui ripararsi, la più disperata delle allucinazioni. L’ultimo Shyamalan è la chiosa perfetta alle messinscene metastoriche di Dogville, The Others, Truman Show: non a caso, tutti film realizzati da stranieri, che pensano l’America con gli occhi di chi ha conosciuto un confine da entrambi i lati. Sguardi alieni, con un’intima ossessione: il fascino/rigetto per il Diverso, per chi è rimasto fuori.

SOTTRAZIONI. Le favole di Shyamalan crescono su due temi centrali: il Divieto e la Mancanza. Divieti: limiti da non attraversare, scatole da non aprire (il VHS de Il Sesto Senso), liquidi da non toccare (l’acqua in Unbreakable e Signs)... Mancanze: bambini affetti da asma (Signs), dalle ossa fragilissime (Unbreakable), privi della vista, della ragione, della parola, o semplicemente di un genitore. Menomazioni che spesso trovano un contraltare in facoltà sovrumane, come la cieca Ivy che percepisce i “colori” di cui è fatto un uomo.

STILE. Tale struttura “in levare” è il cuore della regia, che cosparge ogni sceneggiatura di buchi ed ellissi, e ogni scenografia di ripostigli e zone d’ombra. Gli interni non sono mai rivelati in totale: dominano le porte chiuse, le scale, le botole, tutto ciò che scinde un luogo dal suo oltre. Il fuoricampo come (atterrita) visione del mondo. La disgiunzione tra parola e volto è impiegata sistematicamente, con una coerenza e una profondità che nel cinema contemporaneo ha uguali forse solo in Wong Kar-Wai. La trama si cristallizza nel non-evento, dove anche l’atto più feroce viene smussato dal passo sincopato delle inquadrature. Vedi la scena in cui lo squilibrato Noah riduce Lucius in fin di vita: era dalla morte del figlio di Macduff nel Macbeth di Polanski che non assistevamo ad una coltellata così “antidrammatica”. Giocando a nascondere le cose, la cinepresa non si avvicina mai a quelle già note: rinuncia quasi completamente al primo piano, seguendo i personaggi alle spalle con lunghi piani-sequenza di lineare purezza che sanno catturare un universo. Ivy e sua sorella ramazzano allegre il portico, come se stessero ballando, quando si accorgono che dall’erba spunta un fiore rosso (il colore proibito); una di loro si china, strappa il fiore e lo sotterra poco lontano; tornano poi al lavoro, ma ora sono tristi e cupe.

CERCHI CONCENTRICI. Lo scaltrissimo talento narrativo di Shyamalan somiglia a un disegno tracciato nel grano dagli UFO. L’involucro esteriore (buono per il botteghino e le locandine) è ricoperto da un aneddoto di genere fantastico, basato su una progressione classica e una rivelazione finale. Al di sotto di questa “buccia” si sviluppa una commedia sentimentale, imbevuta di ritmi rarefatti e impervie attese: una delle inquadrature più belle degli ultimi anni è l’impacciata conversazione amorosa tra Ivy e Lucius, seduti nel cortile della casa, mentre sullo sfondo galleggiano pesanti le brume grigie che assediano la comunità. Per giungere infine al nucleo centrale del labirinto, dove si cela la doppia chiave del cinema di Shyamalan: la Casa e la Famiglia. Un attaccamento disperato, morboso, quasi infantile, per le figure del Padre, della Madre, del Figlio: simulacri che hanno la loro connotazione primaria nella parentela e nel domicilio, nei due grandi uteri che li legano al sangue e alla terra, e dunque alla loro Storia.

FUGHE. Circondarsi di confini concentrici serve solo per poterne evadere al momento giusto, in splendide incursioni nel cinema puro, libere rapsodie di immagini e suoni che si consumano puntualmente a tre quarti del film. È Bruce Willis che in Unbreakable parte per la sua prima missione da “supereroe”. Sono gli extraterrestri di Signs che assediano la casa per un’intera notte senza mai concedersi alla cinepresa. É l’estenuante camminata di Ivy che attraversa il bosco maledetto, i rami nodosi e scuri che la opprimono, il meraviglioso ocra del suo mantello, l’altrettanto magnifico rosso porpora dell’orco cattivo.

BUGIA / PAURA. È la coppia di “valori” (che nel tempo si rafforzano a vicenda) sui quali si fonda quest’arcadia in esilio da una società crudele: come ne “La tempesta” di Shakespeare, c’è ancora un Prospero che indottrina, una Miranda da terrorizzare, un Calibano da odiare. Adulti che mentono ai giovani. Ivy che, dopo aver conosciuto la verità, mente ancora ai suoi amici. Il guardaboschi che nel finale nasconde l’incredibile scoperta al suo superiore. Il superiore che lo blandisce con l’ennesima falsità: è lo stesso Shyamalan, riflesso per un istante su un vetro (secondo il topos di ogni personaggio ambiguo). È lui il primo dei bugiardi, che promette un horror gotico e ci consegna una fiaba d’amore. In questo villaggio globale degli inganni, in questa catena di imposture, il cinema è il più diabolico degli anelli.

© 2004 reVision, Dante Albanesi