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La Vie en Rose

La Môme - 2h 20'

Regia: Olivier Dahan



Che lo straordinario, mostruoso talento della "môme" dall’ugola d’oro, diventata leggenda, avesse qualcosa a che fare con la singolare, epica magia del circo lo ha ben compreso anche Bigas Luna che, in una scena de La Teta y la Luna, ha fatto risuonare sulla pista le note di "Le mots de l’amour", una delle canzoni che quella voce rese celebre. Ed in effetti, al mondo circense Édith Piaf, nata a Belleville il 19 dicembre del 1915, fu legata e non solamente per via del proprio aplomb vagamente da "freak" (l’esilissima corporatura, la statura da scricciolo, le mani deformate dall’artrite) e per la sua aria da romantico e malinconico clown, ma anche perché il padre Louis Gassion fu contorsionista e la madre Anetta una cantante di strada. Da loro affidata in tenera età alla nonna proprietaria di un bordello, la futura regina triste della canzone francese prese a vagabondare come la felliniana Gelsomina arrivando fino alla Montmartre dell’epoca d’oro dove poté far fruttare le proprie eccezionali doti già allenate quando, col padre, intonava "La Marseillaise" davanti ad un pubblico disposto ad applaudirla. E sarebbe stato proprio il pubblico, via via più crescente, la sua vera, grande famiglia disposta ad accoglierla come una diva (a partire dagli anni ’40 nei palcoscenici più prestigiosi), facendole dimenticare le cogenti amarezze amorose, l’attanagliante senso di solitudine che la travolse, i malanni del suo fisico troppo fragile (provato fin da quando, ancora bambina, si ritrovò cieca a causa di una cheratite e poi miracolata durante un pellegrinaggio sulla tomba di Santa Teresa del Bambin Gesù, a cui fu sempre devota).
Una vita tormentata, quella della Piaf, ideale per un biopic destinato ai nostalgici di tutte le età (come non dar loro ragione?) e teso ad alimentare un mito per la verità ancora oggi rilucente. Ed ecco La Vie en Rose (titolo italiano che sostituisce l’originale La Môme derivato dal soprannome "marmocchia" affettuosamente attribuitole in patria), diretto da Olivier Dahan e presentato con successo in concorso all’ultima edizione della Berlinale. Usando tutta la retorica da agiografia critica che ha reso efficaci certe cinebiografie hollywoodiane e con uno stile da neo–neorealismo poetico di solido impianto artigianale alla Duvivier, il regista riesce a governare la materia, evitando i rischi consueti di queste pericolosissime operazioni di sublimazione del sublime spesso e volentieri destinate ad un ridicolo gioco di confronti tra mito e rappresentazione dello stesso. Il funambolico montaggio di Richard Marizy serve a meraviglia l’accorta sceneggiatura dello stesso regista che amalgama con sufficiente effetto melodrammatico le variegate tappe del glorioso calvario della piccola diva amata dai poeti. E la musica si mescola, com’è d’uopo, alla realtà della vita conferendo ad avvenimenti anche ordinari l’alone di eccezionalità (non è questo, forse, che accade nelle poesie?).

E così viene ripercorsa l’infanzia e l’adolescenza di Édith Giovanna Gassion (solo in seguito divenuta Piaf, ovvero "passerotto"), qui invece incarnata dalle bravissime Manon Chevallier (a cinque anni) e Pauline Burlet (a dieci). I primi dolori sono provocati dalla separazione, per via della Grande Guerra che incombe, col padre interpretato da Jean-Paul Rouve. I primi turbamenti dall’atmosfera morbosa del bordello in Normandia, esperienza dickensiana stemperata grazie all’amicizia protettiva con la prostituta Titine alla quale la brava Emmanuelle Seigner conferisce una malinconia dignitosa e non patetica. E al divino scricciolo, già pronto a gettare il proprio corpo inadeguato nella tragica lotta per la vita, regala le fattezze, intelligentemente disposte ad una mimesi straniata e mai fanatica, la straordinaria Marion Cotillard dotata di quella rara leggerezza che consente ad un’attrice di aderire ad un personaggio (e stavolta, che personaggio!) senza far dimenticare la propria personalità. Dopo la cecità miracolata, ecco la diva offrirsi allo sguardo ammirato dei primi estimatori, rappresentati da Louis Leplée (un carismatico Gérard Depardieu) passato alla Storia come il suo scopritore, nel Gerny’s, l’ormai famosissimo cabaret sugli Champs-Elysées, teatro dei primi trionfi e dove fu attribuito, nel ’35, il mitico soprannome. Ma fin da questo travolgente incipit di carriera, aleggiano le ombre di un destino da mélo: Leplée finisce misteriosamente assassinato ed Édith indagata e segnata dall’opinione pubblica per certe amicizie mafiose (accadde, per la verità con qualche motivazione in più, anche all’altra voce celebre del secolo trascorso, Frank Sinatra). Diciamolo subito: La Vie in Rose evita di rigirare il coltello nella piaga di un’esistenza fin troppo segnata. Non asseconda alcuna morbosa tentazione da gossip, concentrandosi invece ad esaltare emblematicamente le parallele e le tangenti del percorso esistenziale di un’artista che dalle proprie esperienze seppe trarre la particolarissima intensità interpretativa di uno stile unico ed irripetibile. Il film sposa la tesi di una Piaf incarnazione dello spirito stesso dell’esistenzialismo, non tanto come teoretica ma come prassi. E resta, di conseguenza, imperscrutabile il lento ma inesorabile tragitto di autodistruzione, la progressiva perdita di equilibrio che trova il suo contraltare solamente nella felicità dell’esibizione, nella catarsi della rappresentazione. Per la Piaf donarsi al proprio pubblico significò svelare la propria debolezza e farla riconoscere in quanto destino comune, di lei donna eccezionale simile a tante altre donne normali.

Dahan sorvola, nel disegnare la parabola della sua stella cadente, sulle tante relazioni mancate e mancanti di Édith con Yves Montand, Charles Aznavour e gli altri. Per tutte sceglie la più straziante e decisiva, la love story con il celebre pugile Marcel Cerdan (Jean-Pierre Martins) tragicamente interrotta dalla sua morte in un incidente aereo il 28 ottobre del ’49. Un capitolo doloroso che generò una delle più struggenti canzoni d’amore mai scritte, "L’hymne à l’amour", e che il cinema ha già provato a raccontare con Lelouch e il suo più intenso film degli anni ’80, Édith e Marcel. La sintesi di questa lacerazione, vissuta come un funereo presagio di perdizione, è l’urlo di dolore a cui presta la convincente sua espressività la Cotillard. All’esaltazione e ai momenti di felicità creativa sulla scena si alternano dunque i momenti di depressione e di smarrimento che conducono la Möme sulla via dell’alcol e della droga, in uno scivolamento verso la morte che le provocò un impressionante, precoce invecchiamento. Nessuno riuscì ad evitare la sua spaventosa metamorfosi in spettro vivente, in incarnazione del mito di artista maledetta che arrochì fino allo spasimo il timbro di quella voce che già lasciava trasparire il recitar cantato di una verità quasi scandalosa. Non vi riuscì Momone, amica di strada che accompagnò Édith per tutta la vita (nel film Sylvie Testud), né il manager Louis Barrier (Pascal Greggory) ostinatamente innamorato di lei. La storia di questo glorioso percorso sacrificale, avvolto nei chiaroscuri sapientemente giostrati dalla fotografia di Tetsuo Nagata, si conclude nell’allusiva rimembranza, sul letto di dolore, delle più tenere disillusioni infantili. Una cronaca di morte annunciata che ha per sigillo l’esibizione, all’Olympia di Parigi nel 1961, di "Non, je ne regrette rien". Fra le tante è questa che il regista ha scelto come simbolo di Édith Piaf, di colei la cui scomparsa addolorò talmente Jean Cocteau da provocarne la morte (il giorno dopo, fatale simbiosi!). La stessa canzone Bertolucci la elevò a testimonianza di eterno ritorno, nel finale del suo conturbante, magnifico The Dreamers. Ed in effetti vite come quella della Piaf sembrano fatte della stessa materia dei sogni e delle utopie, funambolicamente sospese sul filo, colorato d’oro, di un’esperienza che non possiamo non avvertire come nostra, rinnovata da un immaginario fatto degli ascolti ossessivi di una magica voce entrata, assieme a quella della Callas, nella gabbia larga del Novecento. La stessa voce che dunque non si spense, perché già si era fatta eterna, quel 10 ottobre del 1963 a Grasse quando il "passerotto" volò una volta e per tutte lontano dalla pista, ormai per lei fattasi troppo stretta, di quel circo alla Max Ophuls che fu la sua vita.

© 2007 reVision, Francesco Puma