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Vicky Cristina Barcelona1h 36'
Regia: Woody Allen Da ispirato cantore dei nevrotici bagliori crepuscolari di New York e dintorni a cineasta apolide impegnato in una
frenetica rivisitazione dei generi classici e delle somme scritture degli autori prediletti: su questa rotta progettuale si è
consumato il vivace tragitto professionale di Woody Allen, persistente e generoso narratore del corrente stato delle cose. Ora
che Hollywood sembra aver ripreso a corteggiarlo, lui si dichiara soddisfatto di quella esplorazione da girovago con la macchina
da presa che lo ha condotto a comporre i variegati capitoli di una personalissima commedia umana (alla Balzac) lungo la linea
Parigi – Venezia – Londra.E’ davvero invecchiato bene, questo vispo intellettuale della Grande Mela intestarditosi a guardare all’Europa ed alla sua cultura con l’avidità tipica di quelli come lui, misantropi e pessimisti quanto basta ed incapaci di perdersi l’occasione per buttar giù la battuta giusta al momento giusto. Fatto sta che uscendo dalla visione di un suo film, questo ci appaia (quasi) sempre migliore di quello precedente. E anche se tale sensazione fosse illusoria non farebbe che confermare la capacità affabulatoria filosoficamente persuasiva di questo prestigiatore ammaliante col suo cilindro perennemente in eruzione. Dopo aver interpretato proprio questo personaggio in Scoop, svelando la sorprendente nuova sua attrice–feticcio Scarlett Johansson, a seguire il primo capitolo della sua incursione londinese di Match Point che si è chiusa con il precedente Sogni e Delitti, ha deciso di tuffarsi nelle fascinose spire dell’allure ispanica per questo suo ultimo Vicky Cristina Barcelona (titolo geniale che coniuga due nomi femminili e quello dell’irresistibile capoluogo della Catalogna). Come il Cairo della "rosa purpurea" e la Manhattan del suo peana cinematografico, anche Barcelona è per Allen soprattutto un luogo dell’anima, sulfureo ed assolato teatro ideale per una "commedia sexy" che all’allusione metaforica di marca shakespiriana e all’ambientazione ottocentesca "di mezza estate" preferisce la malizia più puntuta, matura, cinica attualizzando Pierre Louÿs (sublime scrittore erotico da cui Buñuel trasse il suo ultimo capolavoro, Quell’Oscuro Oggetto del Desiderio). Si narra, dunque, a partire dall’entrata in scena delle due protagoniste, Vicky (Rebecca Hall, già ammirata in The Prestige)
e Cristina (la Johansson, alla sua terza performance alleniana), entrambe turiste americane arrivate nella rovente Barcelona
di piena estate. Attraverso una funzionale voce off seguiamo il loro barcamenarsi dialettico rivelatorio d’interessi artistici
e di sensuali pruriti (quando parlano di uomini lo fanno con cognizione di causa). Se Vicky appare più composta, promessa sposa
com’è al newyorkese Doug (Chris Messina), la caliente e bionda Cristina, autrice di un cortometraggio di dodici minuti che non
riesce a finire, appassionata fotografa e proveniente da una delusione d’amore, agita il diavoletto che è in lei, mostrandosi
pronta a tutto quando incrocia, in una galleria d’arte, il fatale pittore Juan Antonio (Javier Bardem). Questi, durante una
serale e topica cena al ristorante, si spinge ad invitare le due amiche ad un promettente viaggio ad Oviedo, in molti sensi
esplorativo. Vicky è sconvolta, mentre l’altra affronta, in preda all’eccitazione, la tratta a bordo di un aereo guidato dallo
stesso seduttore mentre infuria una tempesta. Nell’arco di ventiquattro ore si va delineando la ludica, movimentata trappola
delle attrazioni, dei congiungimenti e delle separazioni che diversifica i destini delle due amiche. Vicky vivrà in gran segreto
la sua esperienza carnale durata una sola notte ma abbastanza intensa da indurla a dubitare dei sentimenti nutriti nei confronti
del fidanzato che invece la spinge, con opportuna urgenza, alle nozze in quel di Barcelona. Cristina, dopo un mancato appuntamento
tra le coltri con Juan Antonio (mercé un improvviso mal di stomaco, beffardo stratagemma di Allen per favorire l’esperienza
sessuale dell’altra) si aggrappa a lui andandoci a vivere insieme ed affrontando il confronto con l’isterica ex–moglie dell’uomo
(una particolarmente focosa Penélope Cruz) che ha tentato di farlo fuori e di cui lui non riesce a liberarsi. Sorge così uno
spinoso ménage a trois che vede Juan Antonio, Cristina e l’ispanica consorte agguerrita Maria Elena consumare un’irrituale ronde
sotto lo sguardo divertito e un po’ morboso di Allen che sfodera magistralmente l’arma del sarcasmo arrivandoci a mostrare il
bacio lesbico di Johansson – Cruz ambientato in una camera oscura che tanta prurigine gossip ha profuso durante l’ultima edizione
del festival di Cannes.
Sull’incerto recupero coniugale condito di sospirosi rimpianti e l’intricato dipanarsi della triplice relazione si consumano
i coup de theatre orchestrati con finezza di Vicky Cristina Barcelona (che, tra l’altro, echeggia la sigla di un’iscrizione
postale) cominciando con un arrivo e finendo con una partenza (non sveliamo il resto, per carità!).
Una commedia sul caso e la necessità con derive corrosive che non sfociano però nel versante noir delle precedenti prove londinesi
(soprattutto del drammaticamente acido Match Point), anche se incitano lo spettatore a medesime, amare considerazioni
morali circa la tenuta degli umani sentimenti, l’altalenante svolgimento delle pulsioni e i rapporti arte/vita che Allen espone
ancora come necessari. Tutti i personaggi della storia coltivano un’ambizione creativa: Cristina viene indotta alle delizie del
gesto fotografico da Maria Elena che le mette tra le mani un moderno prototipo di macchina professionale; il pittore Juan Antonio
lascia che la propria ispirazione venga condizionata dal temperamento debordante (e per lui stimolante) della consorte arrendendosi
poi all’alchimia tra sesso e sentimento nell’oscillante movimento del travolgente ménage con le due femminili metà. C’è anche
lo spazio per un transfert obbligato quando l’ombra dell’esperienza sessuale vissuta tra i fumi musical–etilici condiziona
l’amplesso di Vicky pensierosamente distante mentre fa l’amore utilizzando un’ispirata foga col suo Doug venuta a trovarla a
Barcellona. Altrettanto significativo è lo sviluppo del personaggio di Judy (Patricia Clarkson), matura ospite delle due turiste il cui
inquieto allontanarsi dall’insoddisfacente marito Mark (Kevin Dunn) per gettarsi tra le braccia del socio di Doug, contribuisce
a favorire un nuovo incrocio tra Vicky e Juan Antonio, secondo un diagramma di affinità elettive tipico delle opere di Mozart
e di Shakespeare.Evitando, come è suo solito, ogni enfasi Allen mette in risalto con incisiva discrezione la levigata bellezza di Rebecca Hall, le rotondità (non solo di labbra) della sensualissima "sua" Scarlett, il carisma virile del bravo Javier Bardem che in quest’occasione recupera il piglio da commedia delle commedie d’inizio carriera e lo spigoloso ed incattivito fascino mediterraneo della Cruz tutta da godere in versione originale per come mostra di saper giostrare con uno slang anglo–ispanico, memore delle dinamiche prove almodovariane che l’hanno forgiata. Trama e personaggi appaiono iscritti nell’epifanico esoterismo dei panorami e delle architetture della città di Parco Guell e della Sagrada Familia, con gli squarci di Oviedo e Siviglia che sollecitano paralleli simbolici non solamente interiori quando, per esempio, si confrontano ad umori psicologici e tensioni fisiche dei protagonisti all’interno di una galleria d’arte che espone opere di Gaudì. Il compito del direttore della fotografia Javier Aguirresarobe è di dare matericità espressiva a questo mix suggestivo con il conforto delle evocazioni musicali accuratamente selezionate da Allen (che si fa forte della propria esperienza di clarinettista) tra le quali spicca la ricorrente canzone intitolata come la città protagonista ed interpretata da Giulia y Los Tellarini. Ancora una volta, dunque, il numero di prestidigitazione di Allen riesce a rendere ipnotica la messa in scena di un inquietato e un po’ perverso corteggiamento del vuoto che ci circonda (vuoto di passione, desiderio o amore? A noi spettatori il compito di decidere) nelle forme di uno scherzo terribilmente serio in cui il cinema fa l’amore con sé stesso. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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