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Un Viaggio Chiamato Amore

1h 36'

Regia: Michele Placido



La biografia romanzata, uno dei gloriosi filoni della televisione italiana, ha sempre nutrito un'ambigua predilezione verso la figura quasi archetipica dell'artista o dello scienziato folle. Ciò perché lo spettatore comune, spesso felicemente digiuno di cultura ma vittima di un sotterraneo complesso di inferiorità verso di essa, prova sempre un sottile senso di rivalsa nello scoprire che anche un genio può avere un'esistenza travagliata, essere oppresso dai debiti, o da amori tragici... Può, insomma, rivelarsi simile o addirittura inferiore a lui. La Pazzia è il contrappeso che rende il Talento più leggero, meno invidiabile dalla mediocrità dei sani (ultimo esempio: A Beautiful Mind). Ecco perché Van Gogh raccoglierà sempre più gloria cinematografica di Mondrian.
Qualsiasi artista, quando cade trappola della sua biografia, deve piegarsi all'onnipotenza del Gusto Medio. Possiamo scommettere che nelle mani di un qualsiasi dirigente Rai, l'altalena di tormento ed estasi, di sadismo e riconciliazioni tra Sibilla Aleramo e Dino Campana, si sarebbe trasformata in una versione primo Novecento di "Un Posto Al Sole", più o meno per cinque puntate da un'ora e mezza l'una. Ma fortunatamente, in un paese dove il film d'amore è stato ormai rimpiazzato da orribili telenovele, Placido adotta il percorso opposto: tentare il fedele equivalente cinematografico di un prodotto televisivo girato bene, ovvero uno sceneggiato compresso in cento minuti (e solo il più grande divo televisivo italiano poteva osare tanto).

Un Viaggio Chiamato Amore è un film che funziona bene, con una curva drammatica esemplare, discreto brio visivo e intrichi temporali di elegante calligrafismo. La sceneggiatura evita astuta le trincee della guerra, relegando i due poeti in un limbo montano tardo-romantico e quasi favolistico, solo a tratti oscurato da fulminei squarci (vedi l'odiosa apparizione del guerrafondaio Papini). Per il resto, l'attore-regista concede libero sfogo ai vezzi debordanti di Laura Morante e Stefano Accorsi, che finiscono col fagocitare una scena dietro l'altra.

Cosciente dei propri limiti e obiettivi, Un Viaggio Chiamato Amore svolge onestamente il proprio compito, evitando i colpi bassi tipici di queste operazioni. E facciamo un esempio limite. Una delle sequenze più stupide della storia del cinema appartiene alla più melensa cine-biografia degli ultimi anni (scandalosamente coperta di premi): Shine di Scott Hicks. Verso la fine del film, vediamo la futura moglie del pianista schizofrenico trascorrere una notte insonne, incerta se innamorarsi o no di quell'uomo che conosce a malapena. Si arrovella, vaga inquieta tra le stanze di un'immensa villa... poi finalmente eccola mettersi il cuore in pace e affidarsi al responso di un bell'oroscopo! Questa scena (che un Billy Wilder avrebbe seppellito di sarcasmo) viene filmata con tanto di musiche languide e melodrammatica partecipazione, senza la più piccola ironia, senza il benché minimo "distanziamento" del regista. Dev'essere bello e gratificante, per le tante devote di astrologia che mai sapranno cos'è un si bemolle, scoprire che anche un grande pianista può compromettersi nelle loro stesse baggianate. Ecco il punto: simili "tributi" all'immaginario televisivo nel film di Placido non se ne trovano. Assenza che è già un merito.

© 2002 reVision, Dante Albanesi