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Vertical Limit2h 06'
Regia: Martin Campbell E' facile guardare indietro, riportando quel che è successo all'orizzonte del presente.
Ma i veri "viaggi di scoperta" pretendono un comportamento differente.
Contro ogni immagine che pretenda di essere "filastrocca" in un gioco di opinioni, è possibile pensare un'immagine che sia "superamento".
Vertical Limit presenta lo svantaggio di un'eccessiva ingenuità e di una scarsa conoscenza della storia del cinema, intesa come insieme di nodi irrisolti, di prospettive inespresse, di potenzialità inesplorate.
E' inutile nasconderlo: vi sono stati e vi sono modi migliori di presentare la percezione del pericolo, il confine sottilissimo che separa il coraggio dalla follia, il crollo improvviso dell'"istinto della ragione".
Eppure, Vertical Limit, dinanzi alle esperienze ri - vissute e trasfigurate dai tanti "action - movies" soltanto abili nel procedere attraverso una mappa già tutta disegnata, nell'organizzare la loro falsa
autonomia, riesce - a suo modo - a rappresentare un "viaggio di scoperta".Vertical Limit è un film "atopico", che è un termine platonico e significa strano, inclassificabile. Non capita così spesso di vedere un film che nutra un così scarso rispetto sacrale per i personaggi. Ma quel che è più inquietante è l'assoluta mancanza di complessità strutturale, il disinteresse per ogni schema cronologico in grado di organizzare un pensiero, il disinteresse per le stampelle delll'"ipse dixit". Addirittura si potrebbe ipotizzare un disegno nascosto, la volontà di azzerare il passato, di convogliare nel presente un desiderio di libertà che sia perdita del controllo e - naturalmente - glorificazione implicita del limite. Vertical Limit assomiglia ad un fiume in piena che improvvisamente si ingrossa e tracima, fino ad uscire dal suo letto naturale. Evento che rappresenta naturalmente una possibilità e una possibilità già percorsa da quegli autori che desiderano produrre un "surplus" di senso e un rifiuto di ogni pensiero dogmatico. Quel che colpisce, in questo caso, è che le comuni e quotidiane forme di esperienze del mondo sono tradotte in un linguaggio sconosciuto, quasi esista la possibilità che la paura si esprima allo stesso modo negli animali umani e non umani, secondo moduli legati in esclusiva al rapporto causa - effetto. I sentimenti, siamo abituati a credere, si sedimentano in un inconscio più o meno diffuso, sono responsabili di fronte ad un'immagine innata, custodiscono più o meno fedelmente quello che hanno ricevuto in passato, seguono insomma il corso della natura che - nelle sue infinite variazioni di attività - non dimentica di rendere omaggio alle leggi primordiali, anche quando pretende di incarnare un principio del tutto contrario. Ma Martin Campbell, nel creare un universo ostile, voli vertiginosi, situazione segnate dall'ostilità di una natura flessibile, in grado di includere disegni innovativi o - peggio - indifferente, sembra porre domande limite, che non ci aspetteremmo in un contesto del genere: è possibile che il comportamento umano risponda alle regole ferree di un gioco non scritto che prevede stati mentali che prescindono dalla coscienza, è possibile che l'inconscio sia incapace di descrivere la ttrama di fondo della vita, che sia privo di mente o che sia sede soltanto degli istinti e delle emozioni primitive? E' possibile che il cervello sia una macchina (meccanica, biologica, non ancora elettronica ma certo vicina al numero degli stati interni di un calcolatore reale), che ha dimenticato l'ovvia (e forse sbagliata) sensazione che le emozioni abbiano un legame non arbitrario, che non siano dettate da un caso, o dal caso? Nessuno dei personaggi , compresi gli orfani di una guida alpina, ragazzo e ragazza, che si ritrovano, a distanza di anni, a vivere ancora l'esperienza del sacrificio (forse) inconsapevole di sé, sembrano provare un sentimento
compiuto di paura che attinga ad un inconscio sviluppato, cosciente, quasi che l'attivazione di risposte e sentimenti emotivi faccia affidamento soltanto ad una sorta di memoria di lavoro, in grado di svanire con il tempo.
Spesso si crede che comunicare con efficacia un pensiero significa "modulare" un messaggio su misura, fatto di studiatissimi artifizi verbali, di strategie sofisticate.
Di qui le costruzioni e ricostruzioni (e decostruzioni), di qui i travestimenti e le negazioni alle quali siamo abituati da una visione romantica dei "fatti".
Ma chi può conoscere sul serio "ciò che è realmente accaduto"?
Qualcuno sostiene che le coppie più collaudate siano quelle che parlano di meno, che non si spiegano, che tentano di mantenere una salutare autonomia e non credono negli schemi psicologici generalmente usati.
E sappiamo bene che il mito, a volte, si sostituisce alla storia, assumendo la forza e la dignità della teoria.A prescindere dalla simpatia o dall'antipatia che possiamo provare per Vertical Limit, non ci resta che dubitare, per una volta, delle nostre più collaudate abitudini mentali e prestare fiducia a Martin Campbell: gli eventi, non i pensieri, sono all'origine delle emozioni che si avvicendano nelle luci della nostra ribalta mentale, quelle emozioni che sono "cose che ci capitano" e non possono venire generate "a comando". E la vita assomiglia ad una partita a scacchi, giocata da persone o da macchine che non sembrano così interessate al perché siamo felici o infelici. © 2001 reVision, Marco Marinelli |
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