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Hollywood, VermontState And Main - 1h 45'
Regia: David Mamet Nella asettica, conformista cittadina di Waterford, nel Vermont la vita scorre come è giusto che debba scorrere, secondo le antiche
regole, quelle che nessuno ha veramente interesse a mettere in discussione.
E allora a che serve la troupe del film "The Old Mill", che - con sottile perfidia - intende ribaltare usi e costumi locali, sotto l'apparenza del contrario?
Forse, serve a ricordarci che quello che siamo è il frutto di una conquista, che ci vuol poco a lasciar corrodere dallo scorrere del tempo, quel tempo che sembra modificare
impercettibilmente la sostanza segreta dei nostri simboli più cari, quale naturalmente il "vecchio mulino" che dà il titolo allo script realizzato dallo sceneggiatore Joe.
O, più probabilmente, serve a ricordarci che non la conservazione della nostra memoria è il senso della nostra missione, ma la volontà di arrivare ad un diverso assetto
dei nostri ricordi, ad una trasformazione in grado di disegnare nuove possibilità, di mettere in pericolo l'uomo, quest'uomo, quello che convenzionalmente consideriamo tale,
in vista di un oltre, che conoscerà uomini differenti, forse specie differenti, altri mondi e altri tempi, che non possiamo prevedere, perché nulla di quel che abbiamo, nulla
di ciò che siamo può pensare di sfuggire alla distruzione che è la legge che governa tutte le cose.
Quello che è certo, è che Hollywood - Vermont non è una semplice satira dei costumi provinciali, perché sarebbe troppo facile mettere sotto la lente deformante della satira ciò che rinvia ad un tempo che non conosce tempo, perché troppo grande è la distanza che separa ciò che vogliamo ricordare, ciò che vogliamo che sia ancora, da ciò che imprevedibilmente sta compromettendo la nostra immagine pubblica e perfino la nostra immagine guida, quella che ci ha sempre sostenuto nei momenti di difficoltà, quella che ci ha impedito di perderci quando tutto sembrava perso. A ben vedere, il vecchio mulino allude proprio a questo, alla volontà di salvare ciò che non può essere salvato, all'incapacità di sentire ancora come nostro ciò che ci
è stato espropriato da una memoria collettiva, che tutto conserva, che tutto salva perché tutto possa essere distrutto con maggiore facilità, perché nulla possa dirsi
estraneo al divenire dentro il quale tutto precipita, per perdersi o forse solo per trasformarsi.
Anche l'autonomia della singola gag, anche l'apparente incapacità di David Mamet di strutturare il racconto come un insieme, come una struttura all'interno della quale
eventi ed esistenti rinviano ad un disegno complesso e coerente, a questo punto non possono più intendersi come frutto dell'improvvisazione o della volontà di creare continue
vie di fuga, aperture impreviste.
Qui il disegno è più complesso e rinvia ad una sensazione di provvisorietà, che non conosce esclusioni, limiti invalicabili.David Mamet gira lasciandosi guidare dalla volontà di sconfiggere l'autorità dei modelli più sacri, fossero pure quelli costituiti dagli esempi più trasgressivi di comicità cinematografica, quelli che sanno mettere in discussione la posizione che l'uomo occupa in rapporto al contesto in cui vive, agli oggetti che utilizza, alla realtà a lungo creduta immodificabile dei valori che strutturano il nostro dialogo con gli altri, quegli altri che rischiano continuamente di diventare il risultato delle nostre proiezioni. E così facendo destruttura il nostro sguardo, lo rende più libero, ma anche più esposto al pericolo, più esposto alla tentazione di perdersi, di smarrire le ragioni del proprio esistere. © 2002 reVision, Marco Marinelli |
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