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Grande, Grosso... e Verdone

2h 11'

Regia: Carlo Verdone



La salma di una donna anziana giace riposta in una bara mentre alcune gocce d’acqua le piovono addosso provenienti dalle crepe di un tetto fatiscente: a volte, basta un piccola notazione grottesca a conferire qualità umoristica alla realtà. In questo caso, al goffo e spaurito parente in lacrime vestito da scout non resta che aprire un ombrello.
Il cinema di Carlo Verdone, parlando di sentimenti evitando con acutezza le scorie del sentimentalismo, ci ha abituati a momenti come questi, che connotano l’irrompere del dato imprevisto all’interno della vita quotidiana: anzi, a pensarci bene, tutte le sue commedie, venate di un’acida ironia sparsa come "borotalco" su minimalistici racconti di personaggi e bagattelle del nostro tempo, non fanno altro che evocare tale contrasto. Quella descritta è una scena, immersa in un malinconico tepore notturno, dell’ultimo suo film, consapevole quanto generoso ritorno alle figure che hanno reso celebri i tratti, assai particolari, della sua comicità d’autore. Figure di solitari ed alienati, di una marginalità "normale" agitata da una nevrosi esagerata sulla quale non si può fare a meno di ridere. N’è passata di acqua sotto i ponti dai tempi del fulminante esordio dei memorabili episodi intrecciati sui buffi destini dei suoi animali umani in via d’estinzione, ritagliati con la nobile stoffa della lezione che ha reso sommo il maestro di tutti, Alberto Sordi. Questo Grande, Grosso e... Verdone, celebrando il popolare ritorno di quei caratteri cresciuti assieme al loro autore, dimostra la conquistata maturità di un umorista che, come il suo collega d’oltreoceano Woody Allen, ha saputo resistere alle lusinghe delle mode correnti con morbido rigore da moralista sottile, concedendosi digressioni amaramente pessimistiche sui vizi e i vezzi della presente società in caduta libera.
E’ un Verdone più cinematograficamente disinibito ed argutamente perfido (una perfidia narrativa già mostrata nel precedente Il Mio Miglior Nemico, impeccabile ed implacabile disamina sul cinico, nostro contemporaneo sfaldarsi dei sentimenti) questo che intreccia con divertita leggiadria il suo trittico di storie a perdere con protagonisti i soliti ignoti perdenti da lui stesso incarnati ad animare un intreccio fondato sul sempiterno gioco degli equivoci.

La famiglia Nuvolone del primo racconto rimanda di soppiatto a quella Passaguai della celebre saga di Aldo Fabrizi: ad interrompere la loro agognata partecipazione all’importante, annuale raduno di boy scout, sopravviene la dipartita della madre di Leo (Verdone come Jerry Lewis attempato bambino mai cresciuto) mercé un improvviso arresto cardiaco. La coincidenza della "morte" dell’uccellino di un orologio a cucù e l’irruzione al cospetto del feretro dei parenti in tenuta da giovani marmotte rende il tutto irresistibilmente grottesco: ed è questo solo l’inizio di una giornata contrassegnata da disavventure surreali, doppiamente funestata da un impresario di pompe funebri preda di un nasale tic da sniffatore e procacciatore di disgrazia per la famiglia che deve consumare il rito della sepoltura in un cimitero di Vetrano. Seguiamo così i ghirigori verbali di Tecla, moglie di Leo (la brava Geppi Cucciari, esordiente su grande schermo, che mescola la sua lingua madre sarda al romanesco con effetti irresistibili) e i due buffi figlioletti della coppia, i ben presenti Clemente (Vincenzo Fiorillo) e Sisto (Alessandro Di Fede) dotati dello stesso timbro robusto del padre. A far scorrere l’episodio fino alle sue derive alla Achille Campanile, sopravviene il parente terribile Guerrino, fratello del protagonista, arrivato dall’Australia (lo interpreta un vecchio amico del regista, Stefano Natale, già apparso in Bianco, Rosso e Verdone). E su questa spinta farsesca si compone ritmicamente la materia degli altri episodi, impastati col sale di una satira più corrosiva.
Irrompe la verdoniana maschera del severo professore Callisto Cagnato, ordinario di Storia dell’Arte all’Università, pedante ed accentratore col complessato (grazie a lui) figlio ventenne Severiano (Andrea Miglio Risi) intimidito al punto da steccare l’esecuzione pubblica di un brano al pianoforte di Schubert. L’insopportabile reazionario Callisto vive col suo pargolo mal cresciuto in una villa–mausoleo, rabbuiata dalle imposte tenute chiuse e ricolma di anticaglie alle pareti e come suppellettili, in modo sufficientemente schizofrenico da concedersi, simile ad un novello Hyde, notturne scorribande da puttaniere esperto di dragaggio nelle più strategiche zone della Roma che tira avanti fino all’alba. E’ un personaggio di stampo sordiano (chi non ricorda l’Agostino Salvi ne Il Moralista di Giorgio Bianchi, censore acclamato della moralità pubblica capace di gestire un giro clandestino di ballerine da night-club), che fa il paio con quello antico dello stesso Verdone di Borotalco, l’impacciato venditore di enciclopedie che assume le fattezze del viveur Manuel Fantoni. Ma qui le frecciate sarcastiche sull’odierno costume colpiscono implacabili nel segno quando all’ambiguo e meschino professore, durante il notturno girovagare, capita d’incontrare un onorevole miope impegnato nella pratica di rimorchio (Verdone stesso), emblema ridicolo di un’ipocrisia pelosa pronta a predicare bene e a razzolare male (insegnano le cronache presenti), come sempre in quel puro stile italiota ridicolizzato dallo spirito delle commedie alla Dino Risi. Così se al povero Severiano tocca elaborare i propri complessi con la fidanzatina indicatagli dal padre e conosciuta durante un esame universitario, l’intelligente Lucilla (Martina Pinto) educata dalle suore, all’improvvido genitore capita di perdersi nelle tenebre delle catacombe romane buone a fargli ritrovare alla fine la luce, come succede a certe illuminanti macchiette di Sordi al quale Verdone rende così il dovuto ed intelligente omaggio.

E questo per proseguire, da par suo, concedendo al Moreno Vecchiarutti, divenuto personaggio tra i suoi il più applaudito, una vacanza intelligente nelle intenzioni ma demenziale e caotica nei risultati in quel di Taormina, naturalmente affiancato dalla irresistibile moglie Enza Sessa della efficace Claudia Gerini. E’ davvero encomiabile l’equilibrio e il sopraffino gusto con il quale vengono raccontate le patetiche imprese di questa coppia di coatti arricchitisi nel ramo della telefonia, armati della filosofia volgare della medietà corrente, scomposti e portatori di scompiglio fino al grottesco nel magnifico ambiente dell’Hotel San Domenico, lui a distribuire mance eccessive con untuosità da parvenu e lei a denunciare senza ritegno la noia di un ménage che gira a vuoto, mentre il figlio Steven (Emanuele Propizio), vittima di cotali genitori, comunica con loro solamente attraverso bigliettini rossi e verdi (e disturba, prendendo a testate la palla usata come coperta di Linus, persino gli astanti seduti ai bordi della piscina). La vacanza stimolata come soluzione distensiva dallo psicologo si risolve assecondando le rispettive tentazioni adulterine della coppia: ad attirare Moreno, tra gli ospiti dell’albergo, c’è Blanche (la fotomodella siciliana Eva Riccobono qui al suo debutto d’attrice), bella misteriosa ed elegantemente francese. Mentre ad Enza, gelosissima della nuova fiamma del consorte, capita la folgorazione, dopo aver mollato i congiunti trasferendosi in un altro hotel, quando s’imbatte in Fabio Muso (Roberto Farnesi), ambiguo attoruncolo che ha risalito la china partecipando alla vituperata "Isola dei Famosi", portatore insano nell’albergo di un rancido divismo sul quale Verdone pone l’accento come segno dell’orrido costume imposto dalla matrice televisiva. C’è pure lo spazio per la malinconica sottolineatura del disagio del giovane Steven, chiuso in se stesso e preda di un’ansia incomunicabile, stimolato da un unico, spasmodico interesse per il calcio e che riceve un gesto di comprensione ed amicizia solamente da Carmela (Clizia Fornasier), bell’impiegata alla reception e disposta a rivelarsi dolce e sensibile una volta smessa la propria maschera professionale inappuntabile. Nel climax dell’episodio, dopo aver consumato i loro negativi approcci, Moreno ed Enza provano a rinsaldare la consumata unione, non senza che la seconda si conceda, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, una fatale danza del ventre araba–romanesca buona ad attirare la gelosia del coniuge attizzando gli ardori assopiti dallo squallido tran–tran matrimoniale, prima di una (non si sa quanto) felice soluzione.
Servito dalle zampate graffianti della sceneggiatura a cui partecipa quella vecchia volpe di Piero De Bernardi assieme a Pasquale Plastico e al regista, Grande, Grosso e... Verdone concilia il nostro cineasta umorista con le attese del suo pubblico più vasto, senza rinunciare ai crismi autorali e alle coloriture screziate delle sue più meditate recenti prove, utilizzando la consueta intelligenza e dispiegando quell’equilibrio narrativo che rendono speciale, per acutezza ed efficacia, il suo cinema intriso delle suggestioni sofisticate della classica commedia made in Usa e da una qualità alla francese votata al gusto per il paradosso e per l’assurdo. Tutto questo senza rinunciare ad uno stile proprio, recuperando la causticità del passato con più matura consapevolezza e senza alcuna autoreferenziale nostalgia. Così il cinema del grande Carlo, anche quando si concede la vacanza di uno sberleffo leggero, sa ben mantenere un’aura malinconica e salace, soffice e pungente come la brezza di un tramonto a Taormina ed altrettanto struggente.

© 2008 reVision, Francesco Puma