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Lezione Ventuno1h 38'
Regia: Alessandro Baricco Per seguire il filo del discorso che sta a fondamento dell’ultima fatica di Alessandro
Baricco (che è la sua prima da regista cinematografico) vi consigliamo di consultare il prezioso, recente libro di Oliver Sacks,
neurologo e scrittore affermato da quando il suo "Risvegli" ispirò l’omonimo film con Robert De Niro e Robin Williams. In "Musicofilia",
pubblicato in Italia da Adelphi, Sacks discetta, con la consueta competenza e brillantezza, delle patologie percettive di
coloro i quali subiscono quel che Shakespeare ha chiamato "il dolce potere della musica". Una qualunque manifestazione ritmica
che entri in collisione con un sistema nervoso labile può infatti provocare fenomeni della cosiddetta "neurogamia". La sindrome
più conosciuta è quella di Tourette (che pare abbia afflitto l’esuberante genio di Mozart), in grado di stimolare una fantasmagorica
gamma di tic e svariati gesti compulsivi, buffi fino al surreale, disponendo il cervello di chi ne soffre ad un esagerato stress
emotivo, amplificando a dismisura gli effetti dell’orecchio assoluto, con l’ascolto che si trasforma in irrefrenabile impulso
psicosomatico tendente ad imporre movimenti incontrollabili e a provocare un forsennato bisogno di ritrovare sensorialmente,
mimandola, la tattilità dello strumento musicale in quel dato momento mancante.Avendo così appreso che anche la musica può far male, prepariamoci a godere del curioso teorema del torinese Baricco, narratore e divulgatore delle arti per tv e seminari teatrali (ed anche romanziere "talvolta sottovalutato ferocemente da colleghi e critici", come ha sottolineato Natalia Aspesi nel suo articolo in "Repubblica" del 13 ottobre scorso). La sua Lezione Ventuno prova a fare i conti, smontandolo e rimontandolo, con l’imperituro mito della Sinfonia N.9 in re minore di Ludwig van Beethoven. Occorre non poco coraggio (e relativo sprezzo del timore reverenziale) per aprire una querelle attorno ad una delle opere–mondo, di cui Adorno profetizzò la resa alle lusinghe del mid-cult, più resistenti ad ogni logorazione mediatica: si parla della "Nona", quella che Kubrick consegnò come feticcio traumatico e taumaturgico al suo Alex, affermazione potente della forza evocatrice della musica con quel suo "Inno alla gioia" (movimento conclusivo su cui il film si concentra) che è una irresistibile, e titanicamente pre-wagneriana, esplosione di note elaborata a coniugare, sintetizzandole, tutte le possibili risonanze dei principi di realtà e di metafisica. Si parla della magnifica reificazione di un’ansia euforica ispirata da un ode scritta da Schiller nel 1785 e ristrutturata in funzione di questa screziata partitura che sembra contenere ogni emozione possibile nell’annunciare il moto perpetuo dell’umano destino. Intendiamoci, quello di Baricco non è un demistificatorio esercizio di stile, organizzato per smentire snobisticamente il taglio
agiografico dei più recenti biopic (e relative varianti) su Beethoven portatore dell’handicap di una sordità ispiratrice, come
il mediocre Io e Beethoven della polacca Agnieszka Holland e l’imbarazzante pasticcio mistico, Musikanten,
del nostro cantautore filosofico Franco Battiato. Lezione Ventuno annuncia, fin dal titolo, il suo piglio pamphletistico,
sciogliendolo nelle forme di un calembour postmoderno, scherzo cinematografico nel quale si gioca col tempo, sovrapponendo ed
impastando epoche e stili, e il tutto a partire dalla fatale data del 7 maggio 1824, nella quale il grande compositore austriaco
presentò a Vienna il suo ultimo capolavoro. Si racconta che nel gelido inverno dello stesso anno, il maestro di musica Hans
Peters (qui incarnato dall’australiano Noah Taylor, già ammirato nel ruolo dello schizofrenico protagonista da giovane in Shine
e recentemente in La Fabbrica di Cioccolato firmata Tim Burton) venne sorpreso da una tormenta
di neve mentre era intento a suonare il violino. In tale posizione, col suo strumento incollato addosso, è stato rinvenuto ormai
assiderato: eppure, prima di morire in modo così increscioso, a lui si offrì l’occasione di un incontro angelico, un putto
esotericamente pronto ad accogliere in sé stesso l’essenza di quell’armonia che l’esecuzione stava per catturare nell’abbacinante
purezza dell’innevato scenario. Del musicista parallelo a Beethoven impariamo a conoscere, oltre al capitolo della sua raggelata
dipartita, il côté fiabesco dei paesaggi incantati che ospitano la sua ispirazione, la curiosa comunità che ne corteggia il
solitario talento (ben interpretato da Taylor, abituato ai suoi ruoli di introverso invasato, come il Simon Magus del film
omonimo che parla direttamente con Dio e col Diavolo): un talento speciale, attraverso il quale è possibile ricreare, per
onomatopeica trasfigurazione, effetti musicali ricavati dal volo degli uccelli, dagli zoccoli dei cavalli, dal rumore del
vento e dei fuochi d’artificio. Ad intrecciare, con intelligente recupero dello straniamento alla Peter Greenaway, tali incursioni
visionarie provvedono i salti narrativi che legano la storia del violinista alla contemporaneità. Conosciamo così la studentessa
Marta (la bellissima Leonor Watling ammirata in Parla con Lei e nel recente Oxford Murders)
irredimibilmente infatuata del carismatico ed eccentrico professor Mondrian Kilroy (un bravissimo, ancora esuberante, John Hurt).
Questi, come apprendiamo dalla voce narrante dell’allieva Marta, è divenuto una leggenda in ambito universitario per il suo
partecipatissimo corso culminante nella fatidica lezione numero 21 sulla Nona di Beethoven e che segue quelle nelle quali si
enunciano i 141 capolavori sopravvalutati della Storia con dovizia di motivazioni. Attraverso l’esibizione, nel suo privato
gabinetto, dei loro simulacri scopriamo così che si tratta de "La Primavera" botticelliana, dell’"Ulisse" di Joyce, dell’"Opera
da tre soldi" di Brecht-Weill, di 2001 di Kubrick e di altre opere. Malvisto, com’è d’uopo, dai colleghi, l’accademico
della svalutazione, impegnato a smontare l’impianto della sinfonia beethoveniana, sparisce improvvisamente, ricercato poi con
spasmodica frenesia dall’adorante studentessa che lo scova immerso nei propri studi demolitori dentro un bowling di una comunità
di homeless dove ha deciso di rifugiarsi.
Con questo, un po’ borgesiano, intrigo metaforico, Baricco mostra di saper volare alto ma pure di saper planare, quando serve,
a favore del pubblico: con arguto senso delle proporzioni si diverte a citare la cifra felliniana quando inquadra un galeone
stagliarsi nel paesaggio ghiacciato, o ad evocare le digressioni delle testimonianze in primo piano su fondale nero che appartengono
al Ludwig di Visconti, per mettere in rilievo l’amarcord dei musici che raccontano quel che accadde il giorno della esecuzione
dell’opus di Beethoven, già menomato dalla sordità ma fortemente proiettato oltre i confini del proprio tempo, nell’aprire i
sentieri musicali del moderno che allora attendevano ancora gli incendi rossiniani.Specchiandosi ironicamente nella arguta e combattuta perplessità del fascinoso Kilroy, il regista–scrittore impartisce, senza darlo a vedere, la sua lezione affabulatoria sulla Nona Sinfonia coniugandola ai frammenti visivi più suggestivi del film (le sequenze nei ghiacci e quelle del territorio degli homeless, meta di Marta, riescono davvero ad ammaliare): quello che sfugge ai protagonisti ed alle loro elucubrazioni è soprattutto la materia su cui Lezione Ventuno discetta, ovvero l’impenetrabile mistero di ogni interpretazione critica. Per comporre il suo esordio su grande schermo, Baricco si avvale dello splendido artigianato, per i costumi, di Carlo Poggioli, che si è fatto le ossa con Zeffirelli; del funambolico montaggio di Giogiò Franchini (due titoli per tutti: La Ragazza del Lago e Le Conseguenze dell'Amore); dell’appassionata supervisione "iconografica" del fumettista Tanino Liberatore; della compagine di presenze attorali d’alto livello anche quando d’occasione, con Daniel Harding direttore d’orchestra che interpreta se stesso, con Clive Russell nel ruolo di Hoffmeister e con Phyllida Law (madre di Emma Thompson) ad incarnare uno dei personaggi della comunità tra i boschi. E poi mette la propria competenza di musicologo a servizio della colonna sonora, selezionando brani di Vivaldi, Scriabin, Johann Strauss I (del II ascoltiamo il celeberrimo "Blue Danube Waltz"), arie di Rossini interpretate dalla calibrata vocalità della splendida Cecilia Bartoli ed un toccante gospel di Nina Simone, "If you pray right (heaven belongs to you)" ad integrare le sublimi schegge del corpus di Beethoven che, per inciso, appare come personaggio nel film solo per quattro secondi e di schiena, come Gesù nei peplum d'antan. Insomma, mantenendo in retrogusto il proprio afflato letterario (che qua e là affiora rischiosamente), Baricco filmaker in nuce riesce, col suo pastiche sviluppato concettualmente e sciolto con la necessaria leggerezza, a dirci di sacro e profano, di sensi e coscienze, riuscendo a non annoiarci e persino a farci penetrare nella zona pericolosa della Musicofilia, il frastagliato confine che si apre su ogni seducente vuoto di senso proposto dall’altro reale dell’arte. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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