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Il Velo DipintoThe Painted Veil - 2h 05'
Regia: John Curran "Deh, quando tu sarai tornato al mondo, / e riposato de la lunga via," / seguitò
‘l terzo spirito al secondo, / "ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che ‘nnanellata
pria / disposando m’avea con la sua gemma". Furono i versi del sommo Dante, tratti dal V canto del Purgatorio ed evocanti
la vicenda della nobildonna Pia della famiglia dei Tolomei probabilmente defenestrata dal castello maremmano per mano del marito
geloso, ad ispirare questo adamantino romanzo di W. Somerset Maugham, brillante e prolifico autore inglese finalmente riscoperto
in Italia (la casa editrice Adelphi sta ripubblicando la sua opera omnia) e al quale il cinema (soprattutto hollywoodiano)
deve molto."Il Velo Dipinto" edito nel 1925 e arrivato da noi nel ’37 con una magnifica traduzione mondadoriana di Elio Vittorini, fu ridotto per il grande schermo due volte prima di questa: nel 1934 dalla M-G-M, che impose la coppia Greta Garbo e Herbert Marshall, per la regia dell’anonimo Richard Boleslawsky; e nel 1957 con la produzione anglo – americana firmata da Ronald Neame, uno sbiadito acquerello il cui titolo italiano recupera quello originale The Seventh Sin (Il Settimo Peccato) con una Eleonor Parker in sottotono. Ci sarebbe voluto il talento sanguigno e il pittorico retrogusto di un David Lean per rendere al meglio la raffinata tessitura di quest’opera di Maugham ambientata in una Cina febbrile, inquietante e misteriosa. Oggi dobbiamo accontentarci di John Curran, regista della recente produzione australiana distribuita dalla Eagle Pictures e per la verità sorretta da un’abile sceneggiatura di Ron Nyswaner che ha il merito di equiparare il ruolo di entrambi i protagonisti della vicenda (a differenza delle due precedenti versioni dove lo script pendeva pericolosamente dalla parte della diva e del suo personaggio di adultera romanticamente orgogliosa). Ed eccoli, Kitty e Walter (rispettivamente una intensissima Naomi Watts e un Edward Norton introverso e vibrante), coppia prigioniera di un matrimonio marcito troppo presto e destinato e rifiorire in extremis, inquadrati nell’incipit mentre attendono il mezzo di trasporto che li condurrà nel loro "cuore di tenebra", il villaggio di Mei-tan-fu segnato (come la Venezia di Thomas Mann) dall’incombente piaga del colera, esotico scenario che "con le sue mura merlate era come la tela dipinta collocata sulla scena di un antico teatro per rappresentare una città". In questa evanescenza degna di un paesaggio di Turner, si muovono lui che è un batteriologo timido fino all’afasia e lei che, pur di carattere opposto, lo ha sposato per sfuggire all’asfissiante rigore della propria famiglia alto – borghese (soprattutto della severa madre), accettando un trasferimento a Shanghai, luogo della fatale sua passione clandestina con Charlie Townsend (un convincente Liev Schreiber), vice console coniugato e talmente votato alla carriera da impedire che l’adulterina relazione venga alla luce. Una volta scoperto l’intrigo, Walter conduce la moglie verso la meta finale: ma il martirio annunciato si tramuta in rigenerazione quando Kitty, dopo aver stretto amicizia col deputato inglese Waddington (Toby Jones) ed essendosi immersa nell’aspra quanto mistica realtà di un convento che accoglie piccole orfane lì difese dalla furia dei tempi e del colera, avverte un desiderio di redenzione. Sarà lo strazio e il sacrificio del coniuge a spingere la donna a riscoprire un sentimento mai provato nei suoi confronti (ma ormai è troppo tardi). La scrittura tesa ed avvolgente di Maugham non lascia spazio ad alcuna edulcorazione tardo – romantico: il suo è semmai un
melò psicologico e, come una volta scrisse un autorevole critico "uno studio e un contrasto di caratteri". Le lacerazioni
politiche e sociali della Cina di quegli anni rimangono naturalmente sullo sfondo, affiorando qua e là con impressionistico
vigore in funzione del tragitto emotivo dei protagonisti e delle loro private macerazioni. Il finale di questa terza trasposizione
del "Velo Dipinto" ci appare un po’ troppo frettoloso nel descrivere il ritorno a Londra di Kitty (ormai compresa nel suo
ripensamento, "quel fragile tessuto d’illusioni che vede le verità della vita" come recitava la didascalia conclusiva del film
con la Garbo), la sua maternità e il suo sacrificale distacco da Charlie (nel romanzo, la neo-vedova riallaccia in progressione
il rapporto col padre, scoperta vittima della consorte nel frattempo deceduta, ed intreccia un’amicizia con la moglie dell’amante
abbandonato). Tuttavia il film ci sembra sufficientemente convincente, sebbene la regia di Curran (già apparso poco incisivo
e tendente alla retorica patinata nel suo precedente I Giochi dei Grandi sempre con la Watts) appaia rigida e qua e là
descrittiva: merito sicuramente dell’accorta fotografia di Stuart Dryburgh, attenta a dare spessore concreto al paesaggio
soffusamente apocalittico tratteggiato nel libro, e della prestigiosa colonna sonora (di matrice impressionista) dovuta ad
Alexandre Desplat, uno dei maggiori compositori europei in auge a Hollywood, vincitrice di un Golden Globe e in parte affidata
alla finezza interpretativa del pianista cinese Lang Lang. Ma in verità Il Velo Dipinto versione 2006 sembra prendere
consistenza soprattutto grazie alla superba resa dei suoi interpreti (di tutti, non solamente dei principali), fedeli prosecutori
di una tradizione attorale generosamente votata all’introspezione, fieramente dedita a regalarci i sottotesti delle emozioni
senza mai rinunciare all’incisività ed alla fascinazione dell’epica: una lezione di stile che molti tra i nostri attori telenovellizzati
e mestamente naturalistici dovrebbero seguire ed eseguire.
© 2007 reVision, Francesco Puma |
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