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Velocità Massima1h 41'
Regia: Daniele Vicari Velocità Massima non è solo il titolo del film d'esordio di Daniele Vicari. La velocità massima non è neppure soltanto un limite
meccanico, una barriera fisica e fisiologica oltre la quale provare nuove sensazioni, ma la velocità massima è soprattutto una vera e propria filosofia di vita. Una modo
di vita radicato in un ben preciso spazio urbano, quello della periferia, ed espressa da personaggi che questo luogo animano e che in questo luogo consumano tutta la loro esistenza.
Vite che (tra)scorrono tra la povera autofficina di Stefano (Valerio Mastrandrea), la compagnia dell'Obelisco dove il giovane e capace Claudio (Cristiano Morroni), aiutante di Stefano,
incontra la prima donna della sua vita, Giovanna (Alessia Barela), furba ragazza di vita, iscritta per hobby all'università, che sogna di fuggire da quei luoghi ma che a quei
territori marginali è legata a doppio filo. Esistenze accessorie che intravedono nelle corse clandestine di automobili l'unica fonte di guadagno, l'unica possibilità di fuga momentanea
da una esistenza altrimenti piatta e priva di qualsiasi appiglio.
Girato con la formula del documentario, mezzo espressivo da cui il film è tratto, Velocità Massima si pone come "pura" rappresentazione degli avvenimenti raccontati, lontano da qualsiasi velleità di giustificazione o condanna morale per le azioni dei protagonisti. L'interesse del film non è tanto per le automobili in quanto mezzo meccanico, ma per le autovetture come estensione fisica dei miraggi e delle speranze dei protagonisti. La macchina si presenta unico mezzo di evasione dalla realtà, status simbol, oggetto che più che definire se stesso descrive e caratterizza il proprietario. Nella rivalità tra il protagonista Stefano e il ricco rivale Fischio emerge
anche uno scontro sociale ben definito tra il modesto meccanico e il ricco figlio di papà, uno scontro sociale che ancora una volta si riflette sulle automobili. Sempre con una macchina
nuova e costosa Fischio, costretto a (ri)costruire dal nulla le macchine per gareggiare Stefano. Ciò che risulta ben evidente dalla pellicola è la costante passività di tutti i protagonisti,
la loro totale inettitudine. Nessuno di loro pensa a costruirsi una vita fatta di lavoro e atta ad un onesto guadagno, sempre immersi nei debiti di una esistenza vissuta giorno per giorno,
senza alcuna prospettiva legata al domani. L'unico mezzo per guadagnare denaro e rispetto all'interno della tribù dell'Obelisco è quello di vincere le notturne gare clandestine in auto.
Il solo personaggio che cerca di sfuggire a questa logica del quotidiano è Claudio, capace nella sua storia d'amore con Giovanna di immaginare un futuro diverso, più solido economicamente
e socialmente. Ma anche il suo tentativo è destinato ad infrangersi nelle sabbie mobili di Ostia, nella melma della periferia. Tradito da Giovanna, Claudio decide di partire da solo, di
lasciare quell'ambiente chiuso e malsano. Il messaggio che lascia a Stefano, la super auto da corsa smontata e sparsa a pezzi come in un'opera di arte contemporanea, è un messaggio di
speranza che travalica la concezione del mondo imperante della macchina come unico mezzo di affermazione sociale.
All'interno di un film altrimenti cupo e pessimista, l'opera d'arte costruita da Claudio smontando e ricostruendo l'auto da corsa truccata, assume un ben preciso significato simbolico.
L'andare oltre è possibile anche senza spingere al massimo il pedale dell'acceleratore.
© 2002 reVision, Fabrizio Pirovano |
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