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Non è un Paese per Vecchi

No Country for Old Men - 2h 02'

Regia: Joel ed Ethan Coen



Che razza di paese è, quello evocato da Cormac McCarthy ed ora finalmente rappresentato (per la gioia e lo strazio dei nostri poveri sensi) dai fratelli Coen? E’ davvero il Texas di oggi, individuato nella sua linea confinante il Messico, questo dove la terra è polvere impastata col sangue raggrumato delle vittime, dove gli unici valori a contare sono quelli dell’avidità e della violenza più irragionevole ed efferata, dove la memoria è l’atroce sintassi di un passato che ritorna per rendere invivibile il presente?
Capiamo subito che in questa terra di frontiera gli uomini stentano a finire i loro giorni nel proprio letto, anche se il tempo appare sospeso simile a quello di ogni Mito, e gli echi letterari sono tanti, da Faulkner a Capote per limitarci al made in Usa. Qui, insomma, la Storia non esiste perché a contare sono le tante storie, spesso estreme, di altrettanti esseri in via d’estinzione, umanità marcia ma ancora pulsante che pretende di farsi raccontare con arguzia implacabile. "Non è un Paese per Vecchi", il romanzo, non poteva che finire tra le grinfie del cinema materico, epico ed ironico di Joel ed Ethan Coen, buono a riconciliarci con l’intelligenza stessa dei grandi classici, quelli capaci di dribblare con stile i cliché di genere, sfilacciandone gli orli. Né un western, né un noir e un po’ tutt’e due, non realistico anzi stilizzato impalpabilmente però capace di catapultarti fin dentro lo schermo coinvolgendoti nell’azione e nella tensione: il nuovo film dei fratelli più talentosi del cinema contemporaneo conferma la brillantezza di un’ispirazione geniale, apparsa un tantino appannata nelle precedenti ultime prove (un ritorno giustamente premiato da quattro Oscar, uno come miglior film, un altro alla regia, un altro alla sceneggiatura non originale e poi al miglior attore non protagonista Javier Bardem).

Nessuna tentazione di esercitare la pressione autorevole all’interno della retorica crepuscolare (che ha fatto grandi Siegel e Eastwood), e invece la creazione di un mondo a parte, raggelato ed inquietante, crocevia del Male assoluto spietatamente raccontato in tutta la sua, pur fascinosa, banalità grottesca. Non c’è traccia della nobile disillusione dei personaggi al tramonto incarnati dal sommo Clint nello sceriffo Bell magnificamente reso da Tommy Lee Jones, una specie di Wyatt Earp fordiano alla rovescia, disilluso fino al disfacimento, uomo abbrancato al passato coi suoi simulacri di regole morali in disuso, prossimo alla pensione che conquisterà alla fine del film. Contrapposto a lui, c’è il micidiale Anton Chigurh, omicida psicopatico tra i più inquietanti visti sullo schermo, al quale il bravissimo Javier Bardem offre una memorabile maschera di sciatto ed impenetrabile cinismo, capace di uccidere solo per il gusto di farlo utilizzando una bombola ad aria compressa, glaciale ed implacabile come un serial killer, insensibile dentro quanto fuori e in grado di estirparsi dalla coscia un proiettile per curare una ferita, un autentico Attila per chiunque abbia la sventura di averci a che fare. Entrambi gli uomini ne cercano un terzo, il cowboy Llewelyn Moss (l’ottimo Josh Brolin), reduce dal Vietnam rifugiatosi in una roulotte assieme alla giovane ed avvenente moglie Carla Jean (Kelly Macdonald) ad esercitare la pacifica professione del saldatore. Il caso ha voluto che, durante una battuta di caccia alle antilopi del Rio Grande, gli sia capitato di imbattersi nello scenario di una carneficina, cadaveri di narcotrafficanti ammazzatisi l’un l’altro e una superstite valigetta contenente tanti dollari da cambiare la vita di chiunque. Il patetico e un po’ sfigato cowboy si trasforma così in antieroico difensore di un tesoro concupito dall’efferata rapacità del crudelissimo Chigurh che presto prende ad inseguirlo lasciando dietro di sé una scia di sangue. Rifugiatosi nel primo motel, Llewelyn aguzza l’ingegno nascondendo il bottino nel condotto dell’aria condizionata collegata ad una stanza attigua affittata per la bisogna: un’abile strategia da topo braccato neutralizzata però nel momento in cui il nostro scoprirà, in un’altra stanza d’albergo, l’esistenza di un rilevatore elettronico dentro la valigetta fatale. Da qui una memorabile fuga, sulla falsariga di quelle descritte nelle trame dello scrittore Jim Thompson, nel corso di una tesissima sequenza notturna magistralmente giocata dalla regia. In questo geometrico incrociarsi di tragitti interrotti, Non è un Paese per Vecchi scioglie il proprio intento analitico in una fluidità compositiva ammirevole per precisione ed efficacia: i Coen affondano il loro bisturi svelando l’ossatura di una trama emblematica, manipolando i tempi del racconto con improvvise accelerazioni ed impressionanti sospensioni, in un avanti e indietro che inchioda lo spettatore allo schermo immergendolo nelle notturne accensioni del thriller e nell’abbagliante riflesso dei paesaggi del western (ma solo per accenni e senza alcun pittoricismo ostentato).

In questa desolante ballata funebre, dove la dimensione epica svela i propri rigurgiti quotidiani, la neve di Fargo si è sciolta lasciando posto ad uno scenario desertico (da fine del mondo) dove si annodano le spire di un intrigo irrisolvibile perché mosso da pulsioni ataviche generatrici di sangue che sgorga facilmente (memoria di Blood Simple) ad annegare ogni residuo di coscienza. E qui soccorre l’ironia che i Coen esaltano fino ad un parossismo alla Peckinpah, contenuta nell’originario, omonimo romanzo di McCarthy (scritto con piglio alla Ellroy), uno degli scrittori più importanti della nostra contemporanea e un po’ asfittica ribalta, nato nel Rhode Island ed attualmente residente ad El Paso nel Texas dopo essere cresciuto nel Tennessee, asciutto ed ispirato metafisico, narratore di on the road impervi e labirintici, concreti viaggi di anime che continuamente interrogano se stesse e la natura misteriosa intorno a loro (non perdetevi l’ultimo, straziante ed elegiaco "La strada", libro di apprendistato sapienziale sull’America e sul mondo di oggi). Ebbene, si può anche ridere amaramente in questo desolato teatro di confine (fotografato con limpida espressività dal colto Roger Deakins) dove si scontrano i destini comunque già segnati dei tre protagonisti in fuga (soprattutto da se stessi), un mondo senza pietà né salvezza dove Dio con la propria assenza ha lasciato spazio alla diabolica presenza del Nulla.
L’abile sceneggiatura sa incastonare con efficacia i tanti colpi di scena che la trama offre, aprendoci con gusto alla descrizione argutamente minimalistica dei tanti personaggi di contorno che assumono un valore particolare, in special modo quelli femminili: si veda la Loretta, moglie di Bell, interpretata con grazia ed acutezza dalla grande Tess Harper che mostra incisiva maturità d’attrice; o la madre di Carla Jean Moss, malata di cancro, alla quale Beth Grant offre un’impagabile coloritura ironica che ci conquista anche quando, in un iniziale passaggio, ne percepiamo solamente la voce; o ancora la Carla Jean impersonata dalla Macdonald, donna in trepidante attesa di un marito che non rivedrà, uno dei ritratti femminili più intensi visti di recente a cinema. Tra le vittime in mano ad un carnefice, il brutale Chigurh, che ne decide le sorti affidandosi al lancio di una moneta, troviamo Carson Wells (interpretato da Woody Harrelson), uno di quelli incaricato della caccia all’assassino da un magnate texano avido quanto i suoi antagonisti (Stephen Root) per poi andare incontro ad una dipartita infame (ma non si dimentica facilmente nemmeno il tesissimo, minaccioso dialogo nella penombra tra lo stesso diabolico Anton e Carla Jean).
Così alla fine, sembriamo condividere il punto di vista del disilluso sceriffo Bell su quella porzione di Texas dove sembrano rappresentarsi, come in un palcoscenico shakespiriano le sorti della condizione umana affidata all’ottusa crudeltà di un demoniaco idiota: in un paese che non è per vecchi, dove alberga la follia del Male, non si può far altro che seppellire i morti, magari con lo stesso sorriso dell’amletico becchino buono a sottolineare la vanità del tutto.

© 2008 reVision, Francesco Puma