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Vanilla Sky

2h 15'

Regia: Cameron Crowe



C'è già una ragione per trasformare il titolo dell'originale, Apri Gli Occhi, perfino vagamente in assonanza con gli occhi aperti/chiusi di Kubrick e preferirgli un innocuo cielo vanigliato? Dalla scrittura di Amenábar, che ha affrontato i rischi di quella frase, "apri gli occhi", a una (ri?)scrittura che gli occhi non li apre né chiude, li sospende nella melassa delle immagini neutre. Che si trattava di un percorso di abbandono, di penetrante discesa, nel film di Amenábar lo si intuiva fin dalla prima sequenza. Niente certezze, solo incubi, e senza spiegare gli incidenti del protagonista con le varie tappe del racconto che si inabissavano nel vortice definitivo di nonsenso. In concreto la differenza fondamentale tra l'opera originale e il suo remake è tale da poter azzardare che non si tratti affatto di un remake se è vero che in quest'ultimo ogni particolare rifacimento è fermamente ricondotto a una decifrazione, a una rovina guardata da un punto di vista appena poco esterno, che non fa paura, né lascia paventare il trascinamento nello stesso gorgo interpretativo del protagonista.

Il difetto principale del remake di Crowe consiste nell'offrire allo spettatore una posizione e una visione molto più rassicuranti. La penetrante ossessione del film, almeno di entrambi (in misura minore sempre nel secondo) è l'integrità del corpo, la sua manutenzione nel tempo e naturalmente la morte e il nulla. Per questo l'epilogo, in cui balena lo spettro di una favolosa azienda capace non solo di garantire la sospensione vitale, ma anche di assicurare favolosi sogni virtuali ai suoi clienti (da far dimenticare ogni terreno affanno), non è soltanto un espediente narrativo, ma la reale fonte di tutte le paure e le angosce del film: il detournement decisivo (dove siamo, chi siamo…) e non il chiarimento finale. Sentimenti terrorizzanti di vacuità, di assenza, che nel film corrispondono alla fobia per il vuoto del protagonista, ma anche alle perturbanti visioni del primo incubo in cui immagina d'attraversare una Broadway Avenue paurosamente deserta.

Crowe non riesce a introdurre i personaggi nell'atmosfera claustrofobica delle scatole cinesi. Si salvano solo, in ordine di personale preferenza, Cameron Diaz, e per fortuna perché occupa la maggior parte delle scene, ma solo a tratti e con molte titubanze, Tom Cruise, mentre è fuori luogo la spagnolesca levità di Penelope Cruz (ma neanche per colpa sua forse). A riprova di questo si può rilevare il tentativo sterile da parte di Crowe nel replicare le stesse inquadrature di Amenábar. Insomma rigirare le medesime scene laddove certo non basta aver cambiato le musiche inserendo tanti brani e autori rock raramente utilizzati al cinema come è il caso di Spiritualized o piazzare le locandine cinematografiche dentro l'appartamento di Cruise, chiare citazioni della Nouvelle Vague francese (À Bout De Souffle e Jules e Jim). Addebitare il fatto che le immagini siano poco persistenti a un mancato affiatamento tra regista ed attori forse non è sufficiente. Qui più che altro si sente la mancanza di coraggio nel rischiare le strade più buie della fantasia. O peggio ancora ciò conferma il sospetto che si tratti soltanto di un'operazione commerciale calcolata, altrimenti dovremmo sospettare che Cruise (visto che è anche produttore) non resista al fascino dei personaggi con la maschera.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna