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Vajont1h 55'
Regia: Renzo Martinelli Il nostro è un paese che da sempre inventa Storia e storie, che quasi quotidianamente incide
sulla propria terra trame straordinarie con personaggi irripetibili. Il Vajont è una di queste. Anni ’60, l’Italia del boom economico.
L’energia elettrica è ancora gestita da compagnie private che si accaparrano i diritti sulle acque e speculano liberamente sui
prezzi. Sul fiume Vajont, in provincia di Belluno, la compagnia SADE annuncia la diga più alta del mondo: 263 metri. I lavori
iniziano contro le previsioni catastrofiche di molti geologi, la battaglia solitaria portata avanti da Tina Merlin (giornalista
dell’Unità), e i recenti disastri di Pontesei (marzo ‘59) e della diga del Frejus (dicembre ‘59). Ma l’impresa non si ferma, fino
all’irreparabile: il 9 ottobre 1963, alle ore 22:39, dalle pendici del monte Toc si distaccano 300 milioni di metri cubi di roccia che
precipitano nel bacino artificiale della diga alla velocità di 80 km/h. Tale massa genera un’onda di 50 milioni di metri cubi,
alta 250 metri, che scavalca la diga e si abbatte su Longarone e gli altri paesi della vallata, uccidendo quasi 2000 persone.
Ecco un dramma che nasce già pronto per la scena (per saperne di più: www.vajont.net), una progressione narrativa tristemente perfetta, densa di elementi patetici e grotteschi, innocenti calpestati e criminali tragicamente stupidi, comicamente folli. Una sciagura i cui simboli (l’idiozia del Potere, l’impotenza degli umili, l’eterna impopolarità dell’intelligenza) emergono con lucentezza cristallina. Ma poi, chissà perché, questi delicatissimi romanzi della realtà finiscono puntualmente in mano a inopportuni mestieranti... Vajont è un bruttissimo film hollywoodiano. Piatti i caratteri, insipido l’intreccio. Assente ogni partecipazione emotiva da parte dell’autore. Assolutamente stereotipati questi montanari che si esprimono in perfetto italiano. Più che all’impegno sociale di un Rosi (viene in mente Le Mani Sulla Città, analogo caso di tragedia provocata dalla speculazione edilizia), siamo insomma più vicini al cronachismo sterile di Lizzani o Montaldo. Martinelli scimmiotta Schindler’s List nella (inutile) cornice
cimiteriale, e Tornatore nelle cartoline extra-lusso di una italietta da esportazione. Ma il suo referente principale è certo la
minaccia acquatica di Titanic, modello che lo obbliga ad inserire una storia d’amore insulsa, con tanto
di abbraccio stile DiCaprio-Winslet ai bordi della diga, e zoom all’indietro annegato da canzoni orripilanti. Per il resto, una noiosa
sequela di inquadrature oblique e gru vertiginose, una bella fotografia dai sofisticati toni smorti, metafore inutili (un crocifisso che
galleggia sull’acqua), un cast di attori bravi e sprecati… Fiera di miliardi ed effetti speciali che sorvola su importantissimi dettagli: incredibilmente, dei paesi sul monte Toc, Erto e Casso, non viene mai pronunciato il nome; non si fa menzione del geologo austriaco Leopold Müller, autore della più particolareggiata relazione sulla diga; né si spiega la sistemazione della fila di luci lungo la faglia di rottura, che spuntano fuori da un momento all’altro senza motivo; pochi e spauriti gli accenni sulle responsabilità dello stato italiano, sulla complicità dell’ENEL (che ha patrocinato la prima del film), sulle ridicole pene inflitte ai colpevoli, o sull’immonda campagna di raccolta fondi che prosperò negli anni a venire. Tutto il suo sdegno civile, Martinelli lo ha riversato nelle dichiarazioni alla stampa, ma lo ha sottratto con cura dalle sue immagini. Tattica comprensibile: Vajont è un prodotto internazionale (!) e la polemica politica non vende. Molto più efficace Bocelli a squarciagola sui panorami delle Dolomiti. Ma per fortuna, il Vajont il suo Omero lo ha già avuto, e si chiama Marco Paolini. © 2001 reVision, Dante Albanesi |
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