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U-Turn - Inversione Di Marcia

2h 05'



Piccolo budget, quaranta giorni di riprese, atmosfera torbida e toni da black comedy, sono questi gli elementi chiave dell'"inversione di marcia" di Oliver Stone che, abbandonate problematiche politiche e magnificenze hollywoodiane, si rifugia in una piccola storia che sa tanto di cinema indipendente. Tonalità noir, quindi, per un western moderno in stile road-movie dove uomini e donne non conoscono scrupoli nè morale, affamati come sono di sesso e denaro. Ci troviamo a Superior, in Arizona, un piccolo paese immerso nel nulla: quello che un tempo era territorio Apache si è ora ridotto ad un agglomerato di case isolato dal resto del mondo, una strada rettilinea circondata solo dal deserto e da montagne rocciose arse dal sole, una strada da percorrere in fretta senza mai voltarsi indietro spostandosi da una città all'altra.

E' quello che sta facendo Bobby Cooper (Sean Penn), diretto a Las Vegas per saldare un debito di gioco, quando un improvviso guasto del motore lo costringe a fermarsi ed a scontrarsi con la realtà di Superior e dei suoi strani abitanti: Darrell, meccanico viscido ed inaffidabile, l'indiano cieco (Jon Voight), dagli occhi bruciati dall'acido a causa di un amore impossibile, Toby "TNT" Tucker, lo strafottente bulletto attaccabrighe, Jenny (Claire Danes), la ragazza di Toby, più interessata ai forestieri che al suo fidanzato. Per non parlare di Jake e Grace McKenna (Nick Nolte e Jennifer Lopez). Grace è un'indiana giovane e sensuale, attratta dagli uomini e desiderosa di lasciarsi Superior alle spalle; Jake, suo marito, precedentemente sposato con la madre di lei, un'alcolizzata morta in circostanze misteriose, è un uomo violento, morbosamente attaccato al denaro e sicuro di sè. Quello che li unisce è la voglia di entrambi di sbarazzarsi l'uno dell'altra, e chi meglio di un disperato come Bobby potrebbe fare al caso loro?

Violento fino all'eccesso, divertente, autoironico, U-Turn, con il suo formidabile cast di stelle (compare anche Liv Tyler in un brevissimo cammeo), promette in effetti molto più di quanto non riesca a mantenere. Girato stupendamente fra inquadrature, sia pure non innovative, di certo intriganti e cascate di colori quasi surreali, il film risente di una indubbia mancanza di originalità e, quel che è peggio, finisce per stancare abusando proprio di quelli che volevano essere i suoi punti di forza: i toni pulp e la marcata caratterizzazione dei personaggi di contorno. Darrell, TNT, Jenny, sono tutte figure estreme, volutamente forzate, esilaranti se incontrate una volta, ma fastidiose se troppo ingombranti, l'indiano di Jon Voight è poi una sfinge, misteriosa creatura della quale non si riesce a comprendere la finalità ultima. E' così che dopo una prima parte che funziona alla perfezione, con uno Sean Penn in piena forma, si scivola lentamente verso un finale presto annunciato, tra rivelazioni ben poco sorprendenti e spargimenti di sangue talmente esagerati da apparire ridicoli, con la sola colonna sonora, fra temi originali di Ennio Morricone e canzoni vecchie e nuove, a mantener fede alle aspettative fino all'ultimo.

© 1998 reVision, Carlo Cimmino



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