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L'Uomo nell'Ombra

The Ghost Writer - 2h 04'

Regia: Roman Polanski



Per una volta un titolo italiano che traduce quello originale è coerente al senso del film. Parliamo dell’ultima fatica del grande Roman Polanski, in Italia L’Uomo nell’Ombra, trasposizione dell’acuto (e un po’ prolisso) romanzo di Robert Harris "The Ghost Writer" (che è pure autore dell’esemplare sceneggiatura in coppia col regista). Un’impresa che ha fatto guadagnare all’autore di Rosemary’s Baby l’Orso d’Argento all’ultima edizione della Berlinale. Un titolo che sembra alludere alle torbide, clamorose vicissitudini di Polanski, costretto agli arresti domiciliari nel suo chalet in Svizzera in seguito alla persecuzione dei magistrati americani per via dell’accusa di stupro ai danni di una tredicenne, nel 1977 a Los Angeles. Quella che appare come una metafora pseudo–kafkiana è in realtà la cruda condizione esistenziale di un artista apolide, transfugo nella natia Francia (dove nacque da genitori polacchi) e impossibilitato a tornare negli Stati Uniti, segnato da un’aura di maledettismo pure derivata dal proprio destino legato all’atroce vicenda della strage di Bel-Air dove rimase vittima la moglie Sharon Tate, massacrata dal demoniaco Manson. E’ ovvio che i capolavori di questo cineasta geniale e trasgressivo risentano di tali lacerazioni ancora aperte, di un’impurità conquistata dolorosamente e trasfusa con limpida intenzionalità all’interno del tessuto connettivo di opere che, pur sviscerando codici e generi disparati, possiedono il dono di uno stile profondamente innovativo e perturbante.
Il tema portante dell’isolamento segna sin dall’incipit questo suo ritorno al thriller: L’Uomo nell’Ombra si apre con l’immagine di un’automobile sul ponte di un traghetto mentre un carro attrezzi si accinge a rimuoverla. Uno stacco conduce poi su una spiaggia invernale dove un cadavere giace sulla riva. Un’essenzialità da classico d’altri tempi, una secchezza tagliente e criticamente consapevole per una trama basata su un impianto di marca hitchcockiana, su un gioco di sospetti allusivo d’intrighi spionistici all’ombra del fragile establishment politico contemporaneo. I topoi destinati a "strappare il sipario" della partita sono il navigatore satellitare predisposto alla rotta fatale, della già citata automobile (con la deriva obbligatoria d’inseguimenti, fughe in extremis e agguati), la penna USB che fa saltare l’allarme del cassetto segreto che custodisce l’autobiografia in progress dell’altro protagonista del film, l’ex–premier inglese modello Tony Blair, e un cellulare telefonico che squilla a vuoto condizionando gli avvenimenti: una beffarda rivolta degli oggetti a svelare la qualità segreta di una tecnologia che agisce ed è agita, personaggio tra i personaggi, sulla rotta impervia di una verità sfuggente quanto ridicola (il personale che si fa politico).

Polanski tesse la sua tela con sapiente concretezza regalando un appeal speciale alla storia, a partire dalla scelta degli attori che dirige in modo magistrale: a fianco del "giovane normale", il ghost writer invischiato suo malgrado in un affaire assai pericoloso che ha l’aplomb perversamente fragile dell’egregio Ewan McGregor, troviamo il solido e sornione Pierce Brosnan nei panni del presunto deus ex–machina della vicenda, l’ambiguo potente sotto tiro. Seguiamo poi la sensuale andatura della cinquantenne Kim Cattrall (la Samantha Jones di "Sex and the City", attrice di razza con una corposa carriera dietro le spalle) a cui fa da contraltare l’altrettanto seducente Olivia Williams, dalla carica erotica implicita quanto conturbante. Tutti personaggi dai tratti ben delineati anche se sfuggenti immersi dal regista nel paesaggio ostile dell’isola, uno scenario che sembra contenere, anche climaticamente, il cul de sac non solo esistenziale dei protagonisti di questo fin de partie. E il côté ideologico più che politico del plot affiora implacabilmente fino ad inondare la coscienza di noi spettatori chiamati a testimoniare l’ennesimo segnale della crisi morale, culturale, esistenziale del sistema occidentale, delle sue regole e dei suoi governanti. Non è poco per una spy story con movenze noir. Il "ghost" (come il romanzo lo definisce), personaggio senza nome ed inglese purosangue è il trasandato maudit intellettuale costretto (per denaro) ad accettare l’incarico da parte del suo agente di correggere le bozze delle attese e scottanti memorie di Adam Lang, ex leader britannico rifugiatosi in una lussuosa abitazione nell’isola di Matha’s Vineyard, vicino alla costa orientale degli Stati Uniti (la location è l’isola di Sylt, tra la Germania e la Danimarca). Che l’impresa non sia pura routine lo testimonia l’inquietante ritrovamento dell’auto e del cadavere nell’incipit: il precedente ghost writer intento a rivedere l’unica preziosa copia dell’autobiografia rivelatoria, "My Life", è stato fatto fuori in circostanze misteriose. E proprio il primo giorno del suo trasferimento nella villa–bunker dell’ex premier, il novello ghost apprende che questi è accusato di aver catturato illegalmente dei presunti terroristi in Pakistan consegnandoli alla CIA, azione che è pari ad un vero e proprio crimine di guerra. Il nostro giovane anti–eroe modello Cary Grant deve poi vedersela con l’atmosfera elettrica del posto, generata dalla tensione crescente tra la moglie di Lang, Ruth (la Williams) e la segretaria ed ex amante dello stesso, Amelia (la Cattrall). L’esplosivo ménage à trois, rivelatore di una crisi coniugale ormai definitiva, contribuisce ad adombrare verità doppie e sempre più inquietanti. Il protagonista sembra procedere con scrupolo nel suo incarico di levigare in forma di best-seller l’indigesto memoriale, con la complicità a volte scostante del leader in cattività. La ricerca lo conduce a collezionare alcune foto scovate dal suo predecessore defunto risalenti al periodo in cui Lang studiava a Cambridge. In quelle foto risiede il segreto che ha mandato al creatore McAra e che quello sia stato un omicidio lo conferma un vecchio isolano che ha la fisicità segnata del grande Eli Wallach (nella sua ultima apparizione), esperto delle correnti che non avrebbero potuto da sole trascinare il cadavere dal traghetto alla baia dove è stato rinvenuto. Quando l’ex primo ministro è richiamato dal suo staff a Washington per lo scandalo, il ghost writer si ritrova prigioniero della rete dei suoi stessi sospetti, agito sia da Ruth che se lo porta a letto sia dal navigatore satellitare dell’auto del predecessore che lo conduce fino ad un dead point incarnato dalla severa figura di Paul Emmett (Tom Wilkinson), professore universitario che è testimone diretto degli antichi segreti dei tempi di Cambridge.

Se è vero che in politica finisce col contare solo ciò che appare, l’ostinata ricerca di una quadratura del cerchio, da parte del giovane anti–eroe, finirà per svelare l’aspro sapore di una verità che rovescia la prospettiva data assieme alle sue traumatiche conseguenze. E’ la logica dell’isolamento e dello spaesamento in grado di evidenziare la geometria del labirinto in cui i personaggi di Polanski si ritrovano giocoforza, a testimonianza dell’inanità ontologica della condizione umana fuori e dentro qualsiasi metafisica. Il regista è uno stratega della narrazione sopraffina e mai indulgente, maestro di sottigliezze espressive che sanno come evocare la materia enigmatica rendendola impalpabile e per questo assai più perturbante. Con sintesi e sobrietà encomiabili Polanski si serve, nel suo percorso, di partecipazioni attorali di peso, come quelle del citato Wallach accanto a Timothy Hutton e James Belushi.
In questa sua efficace prova di virtuosismo narrativo, il regista traduce il fascinoso teorema romanzesco del prediletto Harris dando spazio alle proprie ossessioni psicologiche ed estetiche. Basterebbe citare l’acqua come elemento generatore ed epifanico, qui evocante i precedenti poli di una singolare, straordinaria filmografia (Il Coltello nell’Acqua, Cul de Sac, La Morte e la Fanciulla) i cui paradigmi filosofici sembrano esercitarsi sulle svariate coloriture del tema della memoria e dell’oblio, dell’evidenza e del segreto su cui si fonda la Storia individuale collettiva degli uomini. E a voler suggerire un ulteriore, recente parallelismo basterebbe citare la curiosa connessione con il capolavoro dell’ultimo Scorsese, il concettuale noir venato di horror Shutter Island. Messi a confronto, film così diversi per impianto e stile testimoniano una consonanza di grande spessore: l’isola come teatro della coscienza è ancora oggi descrivibile in quanto regno delle ombre, l’approdo non solo psichico a Kurtz di tutte le apocalissi immaginate qui e ora, il luogo metastorico degli uomini svuotati (a voler citare Eliot) dove coincidono la profondità e la superficie del supremo mistero (ancora non svelato) dell’umana identità nel mondo.

© 2010 reVision, Francesco Puma