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L'Uomo che Ama

1h 36'

Regia: Maria Sole Tognazzi



Il gioco delle affinità elettive, ce lo ha insegnato Goethe, non è sempre simmetrico, e questo perché l’amore, ce lo ha insegnato l’esperienza, avrà pure a che fare con la geometria e la chimica ma non certo con la matematica. Per amore si soffre, ci si imprigiona reciprocamente, si muore: un "ti voglio bene ma non ti amo come mi ami tu" è una dichiarazione capace di lacerare, d’indurre alla disperazione ed al tormento chi la riceve; è un desiderio d’estraneità, da parte di uno dei due partner, che apre le porte all’oblio, all’abbandono, al distacco, all’assenza. Insomma, ci si può trovare improvvisamente condannati ad una solitudine forzata per una sentenza pronunciata da chi ha diviso con noi le ore e i giorni.
Da tale constatazione, a dire il vero assai frequentata dalla letteratura e dal cinema, parte il racconto di Maria Sole Tognazzi, giunta al suo secondo lungometraggio dopo l’esordio, di cinque anni fa, che ha un titolo che si guarda indietro, Passato Prossimo, mentre questo, L’Uomo che Ama, sembra indicare un atteggiamento in divenire, l’impervia ostinazione di chi si ritrova travolto e poi sedotto dall’afasia dei sentimenti e delle variegate forme dell’incomunicabilità coatta. La figlia del grande Ugo e di Franca Bettoja (quest’ultima esordiente, da giovanissima, col triste ruolo di una ragazza ammalatasi d’amore per la persona sbagliata ne L’Uomo di Paglia, capolavoro di Pietro Germi citato in un passaggio di questo film) si misura, dunque, con il tema del dolore amoroso vivisezionato in tutte le sue sfumature a confronto col tempo lungo dell’attesa. Scenario ideale è per lei Torino (con tutte le sue ombrosità esoteriche), come lo è stato per Paolo Franchi regista de La Spettatrice, dove si consumano le incertezze, avvolte in un’angosciosa spirale d’indeterminatezza, dei protagonisti.

L’arco della vicenda, che vede al centro il personaggio maschile prima vittima e poi carnefice, è implacabilmente diviso in due parti, separate da tre anni per la prima e la seconda questione amorosa. Roberto è "l’uomo che ama", un farmacista non ancora quarantenne (interpretato con controllato stupore dal bravo Pierfrancesco Favino) che s’impegna in una relazione, cominciata in un giorno di settembre e progressivamente intensificatasi fino allo spasimo. Lei è Sara, vicedirettrice di un hotel prestigioso, il cui sguardo triste è presagio di precarietà fatale (ad incarnare i sommovimenti emotivi troviamo Ksenia Rappoport, la protagonista de La Sconosciuta di Tornatore). Quando Roberto chiede alla donna di andare a vivere con lui, ormai conquistato dalle lusinghe della passione, ecco sopravvenire il terremoto preannunciato da piccole scosse telluriche: una domenica trascorsa pigramente, culminata nella visione in tv del Germi citato e segnata da numerose chiamate senza risposta al telefonino di lei. L’uomo elabora i propri ansiosi dubbi sciolti il giorno dopo quando egli scopre, mentre Sara è sotto la doccia, che la donna ha incontrato, nella sua domenicale incursione milanese, un certo Pietro. La reazione gelosa di Roberto è di quelle esplosive che preparano il terreno alle patologiche manifestazioni di un’ossessione che ha per unico bersaglio l’altra: prima la nausea e lo sconforto, poi le infinite rivendicazioni che piegano la logica all’irrazionalità della profusa frustrazione, e ancora la ricerca di Sara, forsennata ed inconcludente, prima che lei si trasferisca definitivamente a Milano. Non avendo trovato negli altri le urgenti risposte alla propria angoscia, l’uomo si rifugia in sé stesso. Lo ritroviamo però, a marzo, coinvolto nella nuova relazione con Alba, appagata allestitrice di una galleria d’arte contemporanea, a cui Monica Bellucci presta il prorompente suo aplomb. Non basta questa nuova presenza a fargli ritrovare l’equilibrio perduto: le sue notti insonni ed un’agitazione che rischia di avere conseguenze psicosomatiche lo portano a sottoporsi ad analisi mediche rivelanti l’assenza di qualunque patologia organica. Il male Roberto se lo porta dentro, assieme al suo destino di solitudine che è pronto a specchiarsi con gli sviluppi della parallela condizione di suo fratello Carlo (Michele Alhaique). Questi, commesso di una libreria, ha improvvisamente rotto il legame col proprio compagno, Yuri (Glen Blackhall): la ragione di tale allontanamento (che è sintomo di un ripiegamento su se stesso) è la diagnosi di un grave vizio cardiaco che costringe Carlo a sottoporsi ad un’urgente operazione chirurgica. Prima del ricovero, i due fratelli trascorrono una giornata in aperta campagna dai genitori Giulia e Vittorio (Piera Degli Esposti e Arnaldo Ninchi, incisive presenze): incoraggiato dalla solidarietà ritrovata, in occasione del settantesimo compleanno del padre, Carlo fa outing svelando pure il suo male ed il delicato intervento che lo attende. E’ come se la vicenda del congiunto, la constatazione della sua fragilità (che è la stessa dell’intero suo nucleo familiare), funzionasse catarticamente a dimostrare l’inadeguatezza del vivere stesso, la caduta di ogni maschera sociale a favore di una verità difficile che ci sorprende tutti appesi al filo delle nostre fatiscenti esistenze. Per "l’uomo che ama" questa rivelazione è sufficiente a farlo inoltrare nel rituale crudelmente liberatorio di una nuova separazione: questa volta, forse per transfert, è lui a provocare la fine del suo rapporto con Alba, attivando in lei una reazione di attonito, lacrimevole dolore (fa effetto vedere la Bellucci sciogliersi in un pianto irrefrenabile).

La Tognazzi controlla con sufficiente eleganza la difficile materia del suo mélo (che evoca i paradigmi della fisiologia amorosa tanto cari a Douglas Sirk), immergendo la sua storia di lacerazioni indotte nella coltre di una Torino fantasmatica, restituendo attraverso lo svuotato decor degli interni il senso delle antiche domande del più notturno Antonioni. Nel film, sceneggiato dalla stessa regista a fianco dello scrittore Ivan Cotroneo (che in "Cronaca di un disamore" ha raccontato le derive di una relazione gay), emergono altre figure che esibiscono le stimmate dell’abbandono, come la proprietaria della farmacia Campo dove lavora Roberto, interpretata dalla grande Marisa Paredes, a cui è affidata la scena, davvero commovente, di un’altra confessione, sintesi di un destino di dolore a cui sembra lecito sottrarsi (meglio morire che morire d'amore).
L’Uomo che Ama espone accensioni e sommovimenti vitali (come le sequenze d’amore fisico tra Favino e le sue partner, quella della Bellucci sotto la doccia) alternati a squarci estatici (solitarie gite in barca, passeggiate notturne, malinconici incroci di sguardi) che preparano gli svuotamenti e le propensioni all’afasia dei protagonisti, svelando pure l’umana condizione di disagio esistenziale in cui affoga, logorandosi, la comune condizione contemporanea. E poi i momenti che sembrano rinsaldare legami dissolti come quello che vede la coppia gay ricongiungersi in una stanza d’ospedale, il tutto inquadrato dalla sensibilità femminile di chi sta dietro la macchina da presa, ben utilizzando come controcanto il sound di Carmen Consoli (qui alla sua prima colonna sonora) presente, tra l’altro, come interprete del toccante brano "Senza farsi male" scritto dal concittadino Fabio Abate, che chiude degnamente un film all’insegna della sensibilità e del minimalismo più intelligenti.

© 2008 reVision, Francesco Puma