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Un po' per Caso, un po' per Desiderio

Fauteuils d'Orchestre - 1h 42'

Regia: Danièle Thompson



C’è un momento di grande malinconia in Un po’ per Caso, un po’ per Desiderio: sopra i tetti di Parigi una ragazza si sofferma commossa a guardare un suggestivo orizzonte piovoso mentre un uomo anziano esce fuori dall’ospedale, rapito dall’ammaliante motivo suonato da un pianista, circondato da molti bambini. Una sequenza come questa narrata senza retorica è un vero miracolo.
Si parla della malinconia di una città ispiratrice di cantautori, poeti e di numerosi classici (ricordiamo che è la metropoli più citata nei titoli dell’intera storia del cinema). La Parigi di oggi è lo scenario della nuova commedia di Danièle Thompson, consumata sceneggiatrice da qualche anno passata alla regia, capace di esibire una particolare grazia di scrittura (soprattutto nella composizione dei dialoghi) ed un talento speciale nel dirigere gli attori che fa venire in mente l’indimenticabile lezione di Claude Sautet. Per chi non lo sapesse, la Thompson è figlia del regista Gérard Oury, autore di popolari film comici che hanno fatto fortuna ai botteghini francesi (da ricordare, tra gli altri, Tre Uomini in Fuga, Il Cervello e L’Ombrello Bulgaro). Oggi è un’arzilla signora sessantaquattrenne che si è fatta le ossa collaborando alla stesura dei copioni dei film del padre (e ha persino scritto il blockbuster adolescenziale Il Tempo delle Mele) proseguendo a comporre nuove sceneggiature assieme al figlio Christopher, dirigendolo anche come attore. Quello che ama raccontare sono i piccoli drammi della vita: lo fa con ironia, usando un raffinato côté sentimentale, gestendo con una disinvoltura degna di Lelouch il destino dei suoi personaggi, inscrivendoli negli scanditi intrecci di trame tutte giocate su impercettibili variazioni tonali. Rituali familiari come le sante feste costituiscono lo spunto della sua prima regia, Pranzo di Natale, dove tre sorelle confrontano i propri caratteri, prima che scatti l’ora delle rivelazioni proibite. Luoghi emblematici come l’aeroporto di Jet Lag si trasformano per lei nel teatro naturale dove è possibile riscrivere le traiettorie di amicizie ed amori in bilico.

Lo spunto di Un po’ per caso, un po’ per desiderio è una data fatidica, la sera del 17 di un giorno qualsiasi. In realtà, quelli che vengono raccontati sono i tre giorni che precedono eventi decisivi per l’esistenza di un gruppo di persone che gravita intorno al lussuoso quartiere parigino dell’Avenue Montaigne, un luogo di sogni ad occhi aperti, dove è possibile liberarsi dal tran tran quotidiano e godersi un prestigio effimero e consolatorio. Le acute riflessioni della Thompson giocano a svelare la fragilità di tale condizione. Uno dei protagonisti del suo film è Jacques (il Claude Brasseur de Il Tempo delle Mele, che ricordiamo anche in Aragosta a Colazione di Capitani), un collezionista d’arte in procinto di vendere all’asta le fortune che ha accumulato facendo affari. Quello che gli manca ora è l’affetto del figlio, Frèdèric (Christopher Thompson): il loro è un rapporto fatto di amore ed odio, che stenta a trovare un punto di equilibrio. C’è pure Jean-Francois (Albert Dupontel), un pianista di successo in preda ad uno smarrimento lancinante: la sua vita è gestita con ritmi implacabili dalla moglie manager Valentine (Laura Morante), e lui non riesce più a reggere lo stress. Così egli cerca di liberarsi dalle maglie del proprio successo commerciale e arriverebbe persino ad esibirsi per beneficenza pur di esprimere liberamente la sua arte. Anche per lui il 17 è una data fatidica per via di un importante concerto beethoveniano, di fronte ad una platea prestigiosa. E c’è Catherine (interpretata da un esuberante talento comico, Valérie Lemercier), attrice resa celebre da una soap-opera, anch’essa stressata e insoddisfatta, arrivata alla soglia di una decisiva perfomance in una piece di Feydeau.

A legare queste storie entra in scena, sin dall’inizio, Jessica (Cècile De France vista, tra l’altro, in L’Appartamento Spagnolo e Alta Tensione), una vitalissima ragazza della Borgogna che entra a far parte dei quartieri alti facendosi assumere come cameriera al Bar des Thèâtres, riuscendo, grazie alla propria curiosità, a regalare una certa luminosità alle varie vicende in cui s’imbatte. Un modo di affrontare la vita che la fanciulla ha imparato dalla deliziosa nonna, personaggio che apre e chiude il film e che è interpretata dalla grandissima Suzanne Flon (la cui morte, subito dopo la fine delle riprese, aggiunge al tutto una nota malinconica, come la dedica alla sua memoria). Sorprende pure il divertito cameo di Sydney Pollack nel ruolo di un regista americano in trasferta parigina (è naturalmente alla ricerca di un’attrice), che di cognome fa Sobinsky (arguta citazione riferita al tenente interpretato da Robert Stack in Vogliamo Vivere di Lubitsch). Ma c’è un altro struggente personaggio da segnalare in questo affresco alla Altman composto con grazia e leggerezza: Claudie (Dani), la custode del teatro, arrivata al suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione: stando dietro le quinte, la donna ha conosciuto i grandi mattatori, osservandone le ascese e le cadute. Chissà con quali di questi personaggi s’identifica la Thompson. Limitiamoci a rivelare che alla riuscita del suo delizioso mosaico contribuisce il compositore Nicola Piovani, autore di una partitura morbida e piacevole in perfetta linea con il tono del racconto (motivi d’epoca della stagione d’oro della canzone francese legano tutti i passaggi decisivi con armoniosa eleganza). Questi personaggi hanno un appuntamento con il proprio destino e l’abile drammaturgia del film scioglie con ottimistica ironia i loro nodi esistenziali, sospendendo il giudizio, come accadeva ai grandi narratori del cinema che fu. Del resto, è noto che i classici possono essere usati come uno specchio deformante e rivelatorio dal pubblico ancora predisposto al rito dell’identificazione. È forse questa l’ambizione di un’opera come Un po’ per Caso, un po’ per Desiderio (il cui emblematico titolo originale è Fauteuils d’Orchestre), utile a farci riscoprire la debolezza dei sentimenti e il peso delle emozioni più represse che, quando esplodono, rischiano sempre di fare rumore. È una commedia che, con maliziosa leggiadria, sa parlarci di arte del vivere e di quel poco che dell’arte ci portiamo dietro nella vita quotidiana. Così non risultano oziosamente "culturali" i riferimenti al teatro di Feydeau e di Shakespeare, autori che sperimentarono la necessità di trasfigurare, deformandoli, il ridicolo e il tragico delle nostre comuni pulsioni.
Naturalmente, nessun paragone fra loro e la Thompson è proponibile: la nostra regista si limita a fare bene il proprio mestiere, con modestia e passione. La dote maggiore di questa cineasta è un disincanto dolce che la fa assomigliare alla sua Jessica: già forse è proprio lei, tra tutti i personaggi di Un po’ per Caso, un po’ per Desiderio, l’alter ego possibile. O almeno così ci piace credere.

© 2006 reVision, Francesco Puma