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L'Umanità

L'Humanité - 2h 30'

Regia: Bruno Dumont



Alcuni registi sono grandi per quello che succede dentro le loro inquadrature (Kusturica, Fellini, Gilliam, Renoir, Rossellini); altri, invece, lo sono per quello che non succede nelle porzioni di realtà che ritagliano. Bruno Dumont è tra questi ultimi, ed è uno dei più coraggiosi: dopo la semplicissima storia di L’Età Inquieta, ha scelto un secondo film, L’Umanità, che racconta frontalmente e senza nessuna concessione il nulla che circonda ogni avvenimento della nostra quotidianità, anche il più tragico. Il nulla puro e semplice, il vuoto. Mica facile. Provate ad andarlo a chiedere ad uno dei nostri cineasti, o ad un americano - uno di quelli, ad esempio, che partono per girare un film sulla noia generazionale e tirano fuori un minestrone fintamente visionario, sbilenco, ridondante e ovvio come Fight Club.

Dumont ha filmato il vuoto, la noia, l’assurdità, la compassione, un po’ come Joris Ivens ha filmato il vento. Quelle cose che sembra non possano entrarci nello schermo, ma che proprio per questo sono il cinema. Dumont ha filmato il vuoto scegliendo una storia dall’incipit convenzionale (un poliziotto dovrebbe indagare sullo stupro e l’assassinio di una bambina) ma lasciando spazio a tutto ciò da cui i registi comuni fuggono. Lunghissimi piani vuoti d’azione e silenziosi, inquadrature ravvicinate sui protagonisti, immobili e senza prospettive, panoramiche su una natura desolata e inospitale. Il tutto in cinemascope - ed in fondo è a questo che serve quel formato: non è mica buono solo per filmare funerali e serpenti, come diceva Ford. E’ ideale per filmare il nulla.

Dumont cerca un pubblico attento, non passivo, ma offre in cambio doti assolutamente non comuni: bastano le prime immagini di L’Umanità (con lo smarrimento del poliziotto, la scoperta del cadavere della bambina - scena assurdamente mutilata, come altre, alla prima uscita della pellicola in Italia) per dire quanto il suo sguardo sia preciso, affilato, chirurgico. Anche le inquadrature più insostenibilmente lunghe o dolorose sono calcolate nella loro durata con un istinto prodigioso. In fondo, non è un cinema realista quello di Dumont: è un cinema che intensifica l’impatto (noioso, crudele, deprimente, desolante) che la realtà ha su di noi grazie ad una grande abilità nella scelta dei rumori (amplificati, corretti, dosati), dei campi, degli stacchi, delle luci, dei colori, dei visi.

E’ difficile parlare di un film come L’Umanità. Ma basta il modo in cui Dumont si infila negli spazi vuoti di una storia tradizionale, rivoltandola come un calzino fradicio di sangue, indugiando su particolari apparentemente secondari e aprendo ellissi vertiginose come quella finale (mi domando quanti avranno visto davvero quello che c’è nell’ultima inquadratura del film) per rendere il francese uno dei più interessanti registi della sua generazione. Uno dei pochi che abbia, come proponeva Truffaut analizzando film e autori amati, una propria idea del cinema e una propria idea del mondo. E non può che far piacere la scelta di un altro cineasta grande e coraggioso, David Cronenberg, presidente della giura all’ultimo festival di Cannes, di premiare L’Umanità con il trofeo della giuria - lo stesso, tanto per chiudere con un inciso, che vinse a suo tempo il geniale Crash.

© 1999 reVision, Fabrizio Bozzetti



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